 |
CONCELEBRAZIONE EUCARISTICA AI PIEDI
DELLA STATUA DI SAN MICHELE ARCANGELO
OMELIA DI GIOVANNI PAOLO
II
Aprilia (Latina) - Domenica, 14
settembre 1986
1. “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché
chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3, 16).
Con queste parole, tratte dal Vangelo odierno, l’evangelista Giovanni ci
parla, carissimi fratelli e sorelle di Aprilia, del sacrificio della croce, che
celebriamo in una maniera speciale oggi, festa dell’Esaltazione della santa
croce. La missione terrena di Gesù, che si conclude in modo così drammatico
nella crocifissione, è espressa e sintetizzata da Giovanni in una parola
delicata e significativa: il Padre “dà” il suo Figlio unigenito, e lo “dona” per
amore. La missione di Gesù è espressa nel linguaggio dell’amore. E difatti, il
sacrificio della croce è tutto avvolto dall’amore; e dall’amore trae il suo più
profondo significato.
Nell’evangelista Giovanni, l’evento della croce è spogliato, in certo senso,
dai suoi elementi più crudamente realistici ed è come trasfigurato e
approfondito alla luce della fede. Così pure, sempre nel Vangelo di Giovanni,
Gesù parla della sua morte prossima come di un “innalzamento” (cf. Gv 3,
14) o di una “elevazione” (cf. Gv 12, 32), dove l’allusione, così velata,
al fatto di essere materialmente elevato sulla croce viene quasi a confondersi
col mistero successivo della risurrezione e dell’ascensione. In Giovanni il
mistero della croce, pur restando fondamentale, viene come assorbito e assunto
in quello della glorificazione alla destra del Padre. E anzi è già esso stesso
l’inizio di questa glorificazione.
2. La croce di Cristo è la via della salvezza. La salvezza si compie nella
risurrezione. Ma il suo inizio sta nell’accettazione della croce. Tutto ciò che
Gesù ha fatto per la nostra salvezza si riassume nell’offerta sacerdotale che
egli ha fatto di se stesso sul legno della croce, come vittima di espiazione per
i nostri peccati. In questo gesto di supremo amore per l’uomo e di totale
obbedienza alla volontà del Padre la missione di Gesù sulla terra raggiunge il
suo vertice. Ciò ovviamente non toglie valore a tutti gli altri aspetti della
vita terrena di Cristo: ognuno di essi è ordinato alla nostra salvezza. Ma il
gesto decisivo, quello dal quale tutti sono illuminati e traggono il loro
significato, è il sacrificio della croce.
Se la risurrezione è il frutto della salvezza, la croce ne è il mezzo: la via
mediante la quale giungiamo alla salvezza. Morte e risurrezione sono
l’avvenimento centrale della storia dell’uomo: esse danno alla storia delle
miserie umane un corso radicalmente nuovo, e aprono all’uomo la prospettiva
della salvezza. Tutto ciò che di veramente grande avviene nella storia
dell’uomo, ha un rapporto con questo evento supremo della vita di Cristo.
3. La croce prelude alla gloria della risurrezione, ma in se stessa è
umiliazione. Su questa via occorre che l’uomo s’inoltri per giungere alla sua
vera grandezza. Più volte e con vari accenti gli evangelisti riportano questo
insegnamento fondamentale del divin Maestro: “Chi si umilia, sarà esaltato” (Lc
14, 11; 18, 14). E l’apostolo Giacomo, di rincalzo: “Umiliatevi davanti al
Signore, ed egli vi esalterà” (Gc 4, 10). San Pietro ripete lo stesso
insegnamento (cf. 1 Pt 5, 6).
Gesù stesso ci ha dato l’esempio, come abbiamo sentito dalla seconda lettura
della Messa: “Cristo Gesù umiliò se stesso . . . Per questo Dio lo ha esaltato”
(Fil 2, 8. 9). E l’Apostolo precisa in che è consistito questo umiliarsi:
nel “farsi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (cf. Fil 2,
8).
A noi non mancano le occasioni per umiliarci o per ricevere umiliazioni. In
tal modo, abbiamo la possibilità di essere, sulle orme di Cristo, “esaltati da
Dio”.
4. Anche i pionieri che, cinquant’anni fa, incominciarono a bonificare e
coltivare questa terra ebbero da affrontare sofferenze e sacrifici. Ma ora è
grande la loro gloria. E i frutti delle loro fatiche li abbiamo sotto i nostri
occhi, in questa splendida città di Aprilia ormai così vasta e popolosa.
Molti furono gli ostacoli e le difficoltà che da allora ad oggi è stato
necessario superare. In particolare, questa città, nella sua breve storia, ha
dovuto subire con straordinaria violenza, la grande prova della seconda guerra
mondiale. Ha dovuto molto soffrire; è stata umiliata. La fede cristiana,
tuttavia, e cioè la fede nella croce di Cristo, e stata sempre, fin dagli inizi
un elemento di coagulo, un fattore di unità per le svariate componenti
etnico-sociali che collaborarono all’edificazione della città. La croce è stata
una forza di ripresa, un segno di speranza, un incentivo allo sviluppo. È stata
un fattore di grandezza per la vostra città. La statua di san Michele arcangelo
che domina su questo altare, è rimasta pressoché indenne tra le rovine della
guerra, ed è stata per voi un eloquente richiamo alla potenza della croce di
Cristo. Vi ha dato la forza di riprendere. Di ricominciare.
5. E voglio cogliere ora l’occasione per salutare cordialmente tutti i
presenti. Saluto innanzitutto il vescovo, il caro mons. Dante Bernini. Lo
ringrazio per le parole che ha voluto rivolgermi, all’inizio della Messa,
presentando un quadro della storia, della situazione e delle prospettive della
città e in particolare della comunità cristiana. Saluto le autorità civili, sia
quelle locali, sia quelle giunte dal capoluogo di provincia, Latina, come anche
la autorità di altri comuni del Lazio. Un affettuoso pensiero ai sacerdoti che
reggono questa parrocchia nella quale ora ci troviamo: la parrocchia della
Chiesa “madre”: saluto il parroco, don Luigi Fossati e i suoi collaboratori. Ma
il mio saluto si estende anche ai sacerdoti delle altre parrocchie con i quali
avrò il piacere di intrattenermi dopo la Messa nella casa parrocchiale.
Un saluto cordiale alle suore Pallottine e ai vari gruppi parrocchiali: al
Consiglio pastorale, al Consiglio per gli affari economici, al Gruppo
catechisti, ai Gruppi liturgici, al Gruppo Caritas, al Gruppo sportivo, al
Gruppo giovanile, al Gruppo per l’Eucaristia agli anziani.
Un caro saluto anche a tutti coloro che sono provenuti dalle altre due
parrocchie che ho appena visitato: in particolare alle famiglie, ai giovani, ai
lavoratori, agli anziani, ai fanciulli, ai malati, alle persone che sentono oggi
in modo particolare il peso della croce, perché il pensiero di Gesù renda loro
questo peso leggero e sopportabile, perché la loro sofferenza sia sorgente di
grazia per loro stesse e per tante anime che non comprendono il valore della
sofferenza o che hanno bisogno di purificarsi dalle loro colpe. La Liturgia di
oggi sia per loro di particolare incoraggiamento. E vorrei aggiungere che sono
molto onorato per la presenza anche di pastori di altre diocesi del Lazio.
6. Il vostro santo patrono, cari parrocchiani di San Michele Arcangelo, è per
tutti voi, innanzitutto, un vigoroso richiamo alla fortezza cristiana, della
quale oggi c’è tanto bisogno, perché assai insidiose sono le forze del male e
occorre pertanto, alla “semplicità delle colombe”, saper aggiungere l’“astuzia
del serpente”.
Vostra compatrona poi è santa Maria Goretti, la quale, pur nella sua
femminile fragilità, richiama anch’essa l’immagine della fortezza, e quale
fortezza! Fino a dare la propria vita! E per un ideale - la purezza - che
occorre saper recuperare in tutta la bellezza del suo fascino spirituale, così
ricco di fecondi frutti di nobiltà e di carità, com’è dimostrato dalla vita dei
santi e delle sante.
La linea d’azione della vostra comunità è orientata in modo speciale alla
promozione di una fede matura mediante una maggiore attenzione alla parola di
Dio e alla funzione catechetica e santificatrice della liturgia. Vi impegnate
altresì ad affrontare la soluzione dei problemi socio-economici alla luce della
dottrina sociale della Chiesa.
Nell’esprimervi il mio apprezzamento per i risultati raggiunti nel corso di
questi anni, desidero incoraggiarvi a portare avanti generosamente gli impegni
intrapresi, studiandovi di organizzare sempre meglio la catechesi per gli adulti
e di realizzare una presenza sempre più incisiva nel mondo dell’emarginazione,
un ascolto sempre più attento del mondo della cultura, una collaborazione sempre
più stretta con le parrocchie limitrofe. Sia con voi la mia benedizione nel bene
che state facendo, e anche in quello che vi proponete di compiere.
7. Il mio pensiero si allarga ora ad abbracciare l’intera comunità cristiana
di Aprilia. Ci siamo qui riuniti sul sagrato della Chiesa “madre”, vale a dire
nel luogo dove è fiorito il primo germe della vostra realtà ecclesiale, dove è
stato gettato il seme dal quale è sorto un grande albero. Dai tempi delle
origini le parrocchie si sono moltiplicate e altre stanno per nascere.
Siete una comunità in crescita: e questo è molto bello: è un segno di vita,
un segno di speranza. È consolante anche il fatto, sottolineato dal vostro
vescovo, dei buoni rapporti esistenti tra la comunità cristiana e la più vasta
comunità cittadina, le cui autorità hanno mostrato un fattivo interesse anche in
ordine alla costruzione delle nuove chiese.
Il mio augurio per tutti non può essere altro che quello di proseguire in
questo cammino di dialogo, di collaborazione onesta e leale, di costruzione
concorde del bene comune nella giustizia e nella pace, E lo auguro a tutti,
soprattutto ai giovani e in modo del tutto speciale a quei giovani che sono alla
ricerca del loro primo lavoro. L’esempio, in questo campo, delle piccole
comunità può essere di luce e di monito anche per le comunità più grandi. E oggi
c’è tanto bisogno di questo!
8. “Noi ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo, perché con la tua croce hai
redento il mondo”! Così abbiamo cantato nell’Alleluia, e così ripetiamo insieme!
“Chiunque, infatti, dopo essere stato morso, lo guarderà, resterà in vita”! (Nm
21, 8). Chiunque, dopo essere stato ferito dal peccato, guarderà al Crocifisso,
sarà salvo, perché - come proclama il Prefazio di questa Messa - il Padre ha
stabilito la salvezza dell’uomo nell’albero della croce.
Lode e gloria a te, o Padre, per la tua misericordia! Lode e gloria a te, o
Cristo, per il tuo amore generoso, per la tua umiltà, per la tua presenza fra di
noi! Amen.
Il Santo Padre, al termine della Santa Messa celebrata questa mattina a Castel
Gandolfo per i pellegrini polacchi, pronunzia un breve discorso in polacco, di
cui riportiamo un brano in una nostra traduzione italiana.
Vorrei anche oggi, incontrandomi con voi, attirare l’attenzione su quanto
recentemente avvenuto in Polonia: è stata cioè annunciata ed attuata l’amnistia
che concerne tutti i detenuti politici. Questa decisione è stata ben accolta da
parte di molti ambienti sociali nel Paese ed all’estero; accolta con
soddisfazione!
Desidero anch’io unirmi a questa espressione di soddisfazione. Ho fiducia che
questa amnistia, messa in atto, diventerà l’inizio di quell’autentico dialogo
con la società, al quale così spesso invita l’episcopato polacco, come pure
quelle persone e quegli ambienti che hanno a cuore il bene comune della Patria.
Esprimo la speranza che su questa strada si possa superare la crisi interna - le
varie crisi - e così si possa assicurare alla Polonia la necessaria
collaborazione con tutte le nazioni dell’Europa e del mondo.
Oggi abbiamo pregato per i detenuti politici che si trovano già in libertà;
abbiamo pregato anche - come sempre - per tutte le vicende difficili della
nostra Patria. Abbiamo pregato perla Chiesa in Polonia, perché adempia la sua
missione, e possa adempierla nei riguardi della nuova generazione dei Figli e
delle Figlie della nostra Patria.
La Madre di Dio che stava sotto la croce, di cui ieri abbiamo ricordato il
mistero dell’Esaltazione, è testimone di una lotta tra il bene ed il male in
tutto il mondo. Noi, unendoci con Lei in comunione di preghiera e soprattutto
nell’assemblea eucaristica, supplichiamo perché non ci manchino le forze in
questa lotta e perché, in questa lotta il bene riporti la vittoria . . .”.
© Copyright 1986 - Libreria Editrice
Vaticana
|