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VISITA PASTORALE A GENOVA
BEATIFICAZIONE DI MADRE VIRGINIA CENTURIONE BRACELLI
OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II
Piazza della Vittoria - Genova Domenica, 22
settembre 1985
1. “Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti”
(Mc 9, 35).
Queste parole esigenti e forti del Vangelo, carissimi fratelli e sorelle di
Genova, ci permettono di tracciare una sintesi del modello singolare di vita di
Virginia Centurione Bracelli, che oggi ho proclamato beata in questa sua città,
dove nacque e operò, e dove riposa il suo corpo.
Essere servo di tutti è la missione che il Figlio di Dio ha abbracciato,
divenendo “servo” sofferente del Padre per la redenzione del mondo.
Gesù illustra con un mirabile gesto il significato che egli vuole dare alla
parola “servo”: e ai discepoli, preoccupati di conoscere “chi tra loro fosse il
più grande”, egli insegna che è necessario invece mettersi all’ultimo posto, al
servizio dei più piccoli: “Prese un bambino, lo pose in mezzo, e
abbracciatolo disse: Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie
me” (Mc 9, 37).
Accogliere un bambino poteva significare, specie a quel tempo, dedicarsi alle
persone di minore considerazione; preoccuparsi con profonda stima, con cuore
fraterno e con amore, di coloro che il mondo trascura e che la società emargina.
Gesù si rivela così il modello di coloro che servono i più piccini e i più
poveri. Egli si identifica con chi sta all’ultimo livello della società, si cela
nel cuore dell’umile, del sofferente, del derelitto, e per questo afferma: “Chi
accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me”.
2. La vita di Virginia Centurione sembra svolgersi tutta alla luce di questo
messaggio: rinunciare ai propri beni, al fine di servire ed accogliere gli
umili, i mendicanti, di dedicarsi agli ultimi, alle persone più trascurate dagli
uomini.
Rimasta vedova, giovanissima, accolse l’invito del Signore a servirlo per i suoi
poveri. “Voglio servire solo te che non puoi morire”; questa era la preghiera di
Virginia di fronte al crocifisso. “Voglio che tu mi serva nei miei poveri”, fu
la risposta del Signore.
Virginia si dedicò dapprima alle fanciulle abbandonate della sua città, affinché
non divenissero vittime, per la miseria sociale, di miserie morali ancor più
umilianti. Al fine di assicurare loro quanto occorreva per una vita dignitosa,
le ospitò dapprima nella sua casa, e si fece essa stessa, da nobile qual era,
mendicante. La passione della carità la condusse pur in mezzo a una società
nobile, ricca, gelosa dei propri privilegi, a imitare il Cristo, il quale “da
ricco che era si è fatto povero per noi” (cf. 2 Cor 8, 9).
La meditazione del mistero del Calvario le permise di comprendere in modo
concreto e fattivo il messaggio della sapienza del libro di Tobia: “Buona cosa è
la preghiera con il digiuno e l’elemosina con la giustizia . . . meglio è
praticare l’elemosina che mettere da parte l’oro” (Tb 12, 8).
Fattasi dunque povera per amore di Cristo, vivente nei suoi poveri, Virginia
diede vita a un tipo di carità che non si riduceva al semplice soccorso, ma
programmava un impegno di vera promozione umana. Volle fare il possibile per
assicurare ai mendicanti condizioni sociali accettabili e non prive di futuro.
Anticipò così, genialmente, il senso moderno dell’assistenza, insegnando a
mettere a frutto i doni della carità e aiutando, con delicata pedagogia,
l’indigente ad uscire dalla triste mentalità indotta dalla miseria, e a divenire
responsabile di se stesso.
Ricercare i poveri per questo, anche a domicilio, nel cuore dei quartieri più
umili e miserabili della città, fu impegno peculiare che riservò a se stessa
quando guidò le “Dame” e le “Ausiliarie della misericordia” a prestare il loro
servizio ai bisognosi, poiché aveva compreso che la carità di Cristo non attende
il misero, ma lo cerca, lo persegue nella sua indigenza, per puro amore.
3. Se ci domandiamo di dove provenissero la forza e il coraggio per una così
grande dedizione e per tanto lavoro, troviamo che al centro della sua vita
operava la contemplazione del crocifisso; il Gesù del Calvario, sempre presente,
amato e invocato specialmente nei momenti più critici della vita sua personale e
di quella delle sue fondazioni. Con l’apostolo Paolo Virginia poteva dire:
“Vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me”
(Gal 2, 20).
Il Signore sa avvicinare con indicibile amore alla sua croce alcune anime elette
valendosi delle contraddizioni degli uomini, delle umiliazioni che scaturiscono
dalla miseria morale del mondo. Egli purifica così lo spirito dei suoi santi, li
rende capaci di raccogliere il messaggio della croce, farlo proprio, viverlo con
intensa generosità. Tale accostarsi alla croce di Cristo è un dono che attinge
al misterioso operare della grazia divina e talvolta sconcerta le prospettive di
chi pensa in termini terreni. Eppure, in verità, Cristo annuncia sempre la sua
misericordia proprio attraverso queste anime, che egli trasforma in testimoni
eccelsi di carità, poiché nelle prove seppero “rifugiarsi in lui”, e
poterono “donare con gioia”, come abbiamo cantato nel salmo.
4. Un amore profondo a Cristo e un amore autentico ai poveri e ai bisognosi è il
messaggio che Virginia ripete in questa circostanza alla città di Genova, quale
essa è oggi, col suo intenso sviluppo, con la febbrile attività del suo porto e
delle sue fabbriche, della sua vita operosa, dei suoi commerci.
Genova deve essere, come è sempre stata, una città cristiana. Essa è una città
che ha sofferto per disastrose calamità, ma che risulta, nella storia, come un
simbolo di pace specialmente per la figura di Benedetto XV, Giacomo Della
Chiesa, il papa che, durante il primo conflitto mondiale, nel 1917, ebbe il
coraggio di richiamare tutti i popoli del mondo all’esigenza di superare le
conflittualità tra le nazioni non con la forza delle armi, ma col ricorso alle
trattative poggianti sul diritto; il Papa che per primo, già nel 1920, denunciò
i pericoli e i disastri della corsa agli armamenti, sottolineando, in una
maniera attualissima e chiara anche per i nostri tempi, il disagio che la spesa
delle armi induce specialmente tra i popoli più poveri.
Genova, una città dedicata alla Madonna, la Madonna della Guardia, che i
genovesi salutano partendo e ritornando dai loro viaggi in mare; proprio città
della Madonna, perché Virginia Centurione volle che Maria fosse dichiarata e
proclamata Regina di questa città. È nel nome di Maria, Signora della Guardia,
che la vostra comunità fedele, anche dispersa in tutto il mondo, annuncia la sua
identità e il suo giusto orgoglio di popolazione laboriosa, intraprendente,
instancabile, audace.
Sia questa una città testimone di Cristo nel conflitto delle idee che oggi
sfidano i credenti e provocano chi ha la fede a vivere una carità coerente col
messaggio annunciato.
5. “Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini”
(Mc 9, 31).
Nel Vangelo odierno Gesù preannuncia ai suoi discepoli la sua passione, li avvia
alla comprensione di questo mistero sempre presente nella storia della salvezza.
Essi, tuttavia, non comprendono le sue parole. Ma noi, le possiamo capire?
Quello che accadde in Galilea, nel colloquio riferitoci dall’evangelista Marco,
è un fatto perenne, che sempre si attua. È il messaggio del Calvario che compare
ogni qualvolta si presenta all’uomo il dolore, la povertà, la sofferenza.
Gesù, dunque, mentre preannuncia che egli “sta per essere consegnato”, ci
insegna una realtà perenne e dolorosa: egli verrà sempre consegnato all’uomo,
alla storia degli uomini, alla società, alle culture, all’umanità, alle
generazioni sempre nuove, che si interrogano come in una difficile sfida, sul
significato della vita e della croce di Cristo.
Nella storia che segue alla morte e alla risurrezione di Cristo si ripropone
sempre un incalzante dilemma tra l’appello di Cristo e il fascino del mondo, tra
le scelte conseguenti alla fede e quelle legate a una concezione immanentistica
della vita. Noi avvertiamo che esiste un difficile confronto tra il bene
continuamente annunciato dalla parola di Dio, da Cristo e dai suoi servi e
testimoni, e un altro bene apparente, che lotta con il primo, ed è confortato da
giustificazioni o da successi di carattere solamente terreno e umano, incarnato
com’è nelle istanze della struttura tecnica della vita. Pare che di qui nascano
quasi due vie morali, due etiche che divergono, e l’anima cristiana, come quella
di ogni uomo onesto, è dilaniata nelle sue difficili scelte.
Ma la parola di Cristo è forse consegnata alla debolezza del cuore degli uomini,
ai loro peccati, all’impressionante ondata di minacce morali che crescono nel
mondo, o essa è capace di trasformare anche oggi il cuore umano, sostenendone la
fragilità e spingendolo a cercare valori autentici fondati sull’essere, sulla
libertà, sulla verità?
Io sono certo che anche ai nostri giorni, come per il passato, il lievito
evangelico può suscitare discepoli di Cristo capaci di compiere sforzi generosi,
di tentare vie nuove e impegnative in ogni campo della vita organizzata, per
poter donare all’uomo una speranza nuova e certa, fondata sulla fede viva in
Gesù crocifisso. Il cristiano deve saper compiere con gioia il suo dovere di
servizio all’uomo, convinto che tanto sul piano naturale che in quello divino la
crescita del proprio bene esistenziale si realizza e si articola con l’impegno
per la crescita del bene altrui.
6. Ma siamo vigilanti e sinceri poiché anche coloro che sono vicini a Cristo
possono essere ingannati circa il senso del loro ruolo nel mondo. “Per la
via, infatti, avevano discusso tra di loro chi fosse il più grande” (Mc
9, 34).
Anche coloro che sono vicini a Cristo possono essere travolti dalla tentazione
di un tipo di esistenza che, volendo qualificarsi moderna, si lascia prendere
dal furore tecnico e dall’ebbrezza delle sue trasformazioni, finendo per
definirsi materialista, laica, estranea ai problemi dello spirito;
apparentemente più libera, ma in verità sottomessa alla schiavitù che nasce da
una maggiore povertà dell’anima. Non si aiuta l’uomo ad evolvere nella sua
condizione di creatura sociale, se poi lo si lascia in condizioni di maggiore
povertà per quanto concerne il suo spirito.
In questo senso il cristiano ha il compito, oggi più che mai urgente, di
proporre al mondo nuovi modelli di vita per una nuova città costruita nella
fraternità dell’amore. Gesù ci invita con l’esempio a una concreta scelta
dell’ultimo posto per servire coloro che hanno smarrito nella tormentosa strada
della vita il senso della ricchezza che viene da Dio.
7. Unendosi al caro e venerato fratello cardinale Giuseppe Siri, che con
saggezza e zelo dal 1946 regge l’arcidiocesi di Genova, voglio affidare a Dio
questa città e l’intera arcidiocesi, la sua gente, i suoi sacerdoti, i religiosi
e le religiose; voglio affidarli a Maria santissima, patrona e regina di Genova.
Affido alla Madonna le figlie spirituali di Virginia Centurione, quelle della
comunità genovese, le suore di Nostra Signora del rifugio di Monte Calvario, che
voi chiamate “Brignoline”, quelle della comunità di Roma, le figlie del monte
Calvario e le fraternità che operano in India, nell’Africa, nell’America Latina.
Affido alla Vergine Maria la loro gioia per questa celebrazione, ma anche il
loro spirito di carità, la loro generosa dedizione agli umili e ai poveri,
all’educazione della gioventù, all’apostolato.
Lo faccio seguendo una frase di Virginia Centurione Bracelli, che mi pare degna
di essere citata perché è segno della sua fiducia in Dio: “Rimettermi - ella
diceva - in tutto e per tutto nelle mani di chi mi ha creato, il quale mi
aiuterà più di quanto io possa pensare” (cf. “Ufficio delle Letture”).
Così sia per tutti noi.
Amen.
© Copyright 1985 - Libreria Editrice
Vaticana
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