“Tu sei Pietro” (cf. Mt 16, 18). 1. Gesù pronuncia queste parole vicino a
Cesarea di Filippo. Le dice a Simon Pietro, ma il suo occhio interiore, lo
sguardo della sua anima sono rivolti al Padre.
Un attimo prima, alla domanda: “Voi chi dite che io sia?”, Simon Pietro aveva
risposto: “Tu sei il Messia (il Cristo), il Figlio del Dio vivente” (cf. Mt
16, 15-16).
Gesù sa che questa risposta di Pietro proviene non direttamente da lui -
pescatore di Galilea, apostolo - ma dal Padre!
“. . . né la carne, né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta
nei cieli” (Mt 16, 17).
Le parole di Simon Pietro sono una professione di fede; nascono dalla
rivelazione, la cui fonte è il Padre stesso.
Gesù Cristo fissa lo sguardo nel Padre.
Vede che nella risposta di Pietro la fede, nata dalla rivelazione, è
ormai giunta a maturità, e dice: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò
la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa” (Mt
16, 18).
2. Così dunque la Chiesa viene fondata sulla pietra della fede, che ha la
propria origine in Dio stesso: nel Padre. Nelle parole umane - così come un
attimo prima nelle parole di Pietro - questa fede esprime la verità che è da
Dio.
Avversario di questa verità sono “le porte degli inferi”. Queste,
sin dall’inizio, cercano di distruggere nella storia dell’uomo la verità che è
da Dio e che ha la sua fonte nel Padre.
La Chiesa, per la quale la confessione di Pietro è diventata “la pietra”,
viene contrapposta alle “porte degli inferi”. Esse cercheranno di
prevalere su ciò che ha la sua fonte in Dio, ma non ci riusciranno. “Non
prevarranno” (Mt 16, 18).
Il nome di Pietro nella risposta di Cristo è stato legato alla promessa del
perdurare della Chiesa in questa Verità, che proviene da Dio. Questo
perdurare prenderà il fondamento definitivo dalla croce e dalla risurrezione di
Cristo. In lui viene anche dato alla Chiesa lo Spirito Santo: il
Consolatore, lo Spirito di verità.
3. La Chiesa venera oggi Pietro apostolo, fissando lo sguardo in lui,
così come Cristo nell’eterno Padre, che è fonte di verità e d’amore.
Contemporaneamente, nel giorno del martirio dell’apostolo, la Chiesa medita
la storia umana della sua vita.
Prima di tutto pensa a quel momento, quando - dopo che già Cristo era tornato al
Padre - Pietro stava a capo della Chiesa in Gerusalemme.
Là era stato imprigionato da Erode, il quale si proponeva “di farlo
comparire davanti al popolo dopo la Pasqua” (At 12, 4). Egli aveva di
recente condannato a morte Giacomo, fratello di Giovanni, e si proponeva
di farlo con Simon Pietro.
Le porte degli inferi tentano di prevalere su quella verità, mediante la
quale la Chiesa rimane in Dio: rimane nel Padre per mezzo del Figlio nella
potenza dello Spirito Santo.
Le porte degli inferi cercano di distruggere l’uomo, al quale Cristo legò
il carisma di questa verità, e che chiamò “pietra”.
Quest’uomo non dispone di nessuna forza umana, per difendersi. “Legato
con due catene” (At 12, 6) attende la condanna a morte nella prigione di
Gerusalemme.
4. Dio è Signore della vita e della morte di Simon Pietro. “Una preghiera saliva
incessantemente a Dio dalla Chiesa per lui” (At 12, 5). La Chiesa ha
bisogno di Pietro. Ha bisogno di lui non solo la Chiesa di Gerusalemme, ma
ancora quella di Antiochia e quella di Roma.
La liturgia dell’odierna solennità è piena di gioiosa gratitudine perché
Dio ha strappato Pietro dal potere di Erode.
La esprime l’Apostolo stesso, quando in modo miracoloso viene condotto
fuori dalla prigione e restituito alla Chiesa di Gerusalemme.
La esprime il salmo responsoriale, nel quale risuonano, con un’eco
lontana di generazioni, le parole di Pietro stesso:
“. . . il Signore . . . da ogni timore mi ha liberato” (Sal
34, 5).
E la Chiesa, lieta di questa liberazione, sembra esclamare:
“Ho cercato il Signore e mi ha risposto” (Sal 34, 5).
Ecco Pietro: l’uomo che è passato attraverso una profonda esperienza della
propria debolezza. L’apostolo che pianse amaramente il suo triplice
rinnegamento.
Ecco Pietro: la stessa notte, nella quale fu liberato dal potere di Erode,
riconobbe di essere completamente nella potenza di Dio stesso. E si affidò
senza riserva a questa potenza.
5. Oggi onoriamo la memoria della sua morte come martire a Roma. In questa morte
per martirio, nei tempi di Nerone, nel periodo della prima persecuzione dei
cristiani, Pietro fu definitivamente unito a Paolo di Tarso.
Sappiamo che Cristo introdusse Paolo nel gruppo degli apostoli, manifestandosi a
lui sulla via di Damasco. Prima - col nome di Saulo, il fariseo - era stato
persecutore dei discepoli e degli apostoli di Cristo. Più tardi, anch’egli
diventa un Apostolo.
Anzi, divenne “uno strumento eletto”. Cristo stesso disse di lui:
“. . . Porterà il mio nome dinanzi ai popoli, ai re e ai figli di
Israele; e io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome” (At 9,
15-16).
Con Pietro, Paolo si era incontrato prima in Palestina, poi ad Antiochia,
infine a Roma. Nel periodo della persecuzione, nei tempi di Nerone, si
trovarono lì nello stesso tempo.
Anche Paolo sulla strada apostolica sperimentò quanto fosse anche lui nelle mani
di Dio. Molte volte “fu liberato dalla bocca del leone” (cf. 2 Tm
4, 17).
A Pietro fu unito dal carisma della verità divina, per mezzo del servizio
alla stessa verità, che in Gesù Cristo proviene dal Padre.
Scrive a Timoteo: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa,
ho conservato la fede”.
Continua: “Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché per mio
mezzo si compisse la proclamazione del messaggio e potessero sentirlo
tutti i Gentili”.
Al termine della vita scrive così: “Il Signore mi libererà da ogni male e mi
salverà per il suo regno eterno” (2 Tm 4, 7.17.18).
6. Oggi ambedue gli apostoli, Simon Pietro e Paolo di Tarso, uniti dal
carisma salvifico del Vangelo - della verità che proviene dal Padre - vanno
incontro al Signore crocifisso e risorto. Il tempo della loro morte come
martiri, il tempo della definitiva testimonianza, li unì qui, a Roma.
Da questa morte, da questa testimonianza cresce la Chiesa. “Le porte degli
inferi non prevarranno contro di essa” (Mt 16, 18). La Chiesa cresce
e qui in Roma e crescerà in luoghi della terra sempre nuovi, in mezzo a diversi
popoli e a diverse nazioni.
Porterà in sé l’eredità degli apostoli Pietro e Paolo, grazie ai quali
“le porte degli inferi” non hanno prevalso contro questa verità, che proviene
dal Padre: “Né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che
sta nei cieli” (Mt 16,17).
In questa verità è stato stabilito il legame tra il pellegrinaggio terreno
dell’uomo e il regno dei cieli;
“Le chiavi del regno dei cieli:
tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e
tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli” (Mt 16,
19).
Un legame molto stretto. Un legame organico.
“Le porte degli inferi”, colpendo con le spade dei persecutori, poterono
mettere a morte Simon Pietro e Paolo di Tarso, ma non sono riuscite a
distruggere questo legame con il regno dei cieli, che essi
hanno consolidato nella Chiesa in forza della verità rivelata da Dio.
7. “Celebrate con me il Signore / esaltiamo insieme il suo nome. / Ho cercato il
Signore e mi ha risposto / e da ogni timore mi ha liberato” (Sal
34, 4-5).
Il salmista canta queste parole nell’odierna liturgia.
Queste parole ripete Simon Pietro, le ripete Paolo di Tarso.
Queste parole canta la Chiesa intera: costruita sulla pietra della verità,
che proviene da Dio: non teme!
È libera dalla paura.
La verità rende liberi per la libertà.
La verità rende liberi per l’eternità.
Ecco il messaggio apostolico di Simon Pietro e di Paolo di Tarso, nel giorno in
cui sono stati definitivamente liberati da ogni paura.
E il rito dell’imposizione dei sacri pallii, che ora seguirà, ben si inserisce
in questa temperie spirituale ed esprime non solo la speciale comunione che lega
i vescovi metropoliti al successore di Pietro, ma anche e soprattutto il
maggiore impegno di amore per Cristo e per le anime: di un amore tale da fugare
ogni timore e da sapersi donare interamente per il proprio gregge.
Così sia.
©
Copyright 1984 - Libreria Editrice Vaticana