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BEATIFICAZIONE DEI SERVI DI DIO GIACOMO
CUSMANO, DOMENICO ITURRATE ZUBERO E GEREMIA DE VALACCHIA
OMELIA DI GIOVANNI PAOLO
II
Basilica Vaticana - Domenica, 30 ottobre 1983
1. Oggi la Chiesa esprime, con le parole del Libro della Sapienza, l’amore
con il quale Dio abbraccia tutto il creato. Tali parole della liturgia odierna
sono così belle che desidero ripeterle: “Tutto il mondo è davanti a te, come
polvere sulla bilancia, / come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla
terra. / Hai compassione di tutti, perché tutto tu puoi, / non guardi ai peccati
degli uomini, in vista del pentimento. / Come potrebbe sussistere una cosa, se
tu non vuoi? / O conservarsi se tu non l’avessi chiamata all’esistenza? / Tu
risparmi tutte le cose, perché tutte son tue, Signore, / amante della vita,
poiché il tuo spirito incorruttibile è in tutte le cose. / Per questo tu
castighi poco alla volta i colpevoli / e li ammonisci ricordando loro i propri
peccati, / perché, rinnegata la malvagità, credano in te, Signore” (Sap
11, 22-12, 2).
2. Queste parole del Libro della Sapienza sembrano costituire come uno
speciale accompagnamento di tutto ciò che la Chiesa vive nell’Anno della
Redenzione. Esse sono per noi fonte di luce, nel momento in cui eleviamo alla
gloria degli altari i servi di Dio: Giacomo Cusmano, Domenico del Santissimo
Sacramento e Geremia da Valacchia.
L’Amore di Dio verso tutto il creato trova la sua particolarissima
espressione nella santificazione dell’uomo. La Chiesa oggi gioisce proprio per
questo, cioè perché tre suoi figli, collaborando con la Grazia di Dio, hanno
percorso la via che conduce alla santità. Su questa via sono stati chiamati da
Cristo, così come una volta fu chiamato il pubblicano Zaccheo. La vicenda di
Zaccheo appare lo specchio di un’autentica conversione evangelica: egli infatti,
accogliendo il Signore in casa e riparando le concussioni fatte nel suo lavoro,
da un mirabile esempio di amore verso Dio e verso i fratelli. Questo duplice
amore segna la via della perfezione cristiana, battuta dai Servi di Dio, che ora
abbiamo proclamato Beati.
a) Anzitutto il Beato Giacomo Cusmano, medico e sacerdote. Egli, per sanare
le piaghe della povertà e della miseria che affliggevano tanta parte della
popolazione a causa di ricorrenti carestie ed epidemie, ma anche di una
sperequazione sociale, scelse la via della carità: amore di Dio che si traduceva
nell’amore effettivo verso i fratelli e nel dono di sé ai più bisognosi e
sofferenti in un servizio spinto sino al sacrificio eroico.
Dopo aver aperto una prima “Casa dei poveri”, diede inizio ad una più vasta
opera di promozione sociale, istituendo l’“Associazione del boccone del povero”,
che fu come il granello di senapa da cui sarebbe sorta una pianta tanto
rigogliosa. Facendosi povero coi poveri, non disdegnò di mendicare per le vie di
Palermo, sollecitando la carità di tutti e raccogliendo viveri che poi
distribuiva agli innumerevoli poveri che gli si stringevano intorno.
La sua opera, come tutte le opere di Dio, incontrò difficoltà che misero a
dura prova la sua volontà, ma con la sua immensa fiducia in Dio e con la sua
invitta fortezza di animo superò ogni ostacolo, dando origine all’Istituto delle
“Suore Serve dei poveri” e alla “Congregazione dei missionari Servi dei poveri”.
Egli guidò i suoi figli e le sue figlie spirituali all’esercizio della carità
nella fedeltà ai consigli evangelici e nella tensione verso la santità. Le sue
regole e le sue lettere spirituali sono documenti di una sapienza ascetica in
cui si accordano fortezza e soavità. L’idea centrale era questa: “Vivere alla
presenza di Dio e in unione con Dio; ricevere tutto dalle mani di Dio; far tutto
per puro amore e gloria di Dio”.
Questo magnifico “Servo dei poveri” si spense nell’esercizio di una carità
che andava sempre più divampando sino a toccare vertici eroici. Essendo
scoppiato un nuovo colera a Palermo, egli si adoperò senza pari per essere
vicino, in tutti i momenti, ai suoi poveri. “Signore - egli ripeteva - colpite
il pastore e risparmiate il gregge”. Ne uscì gravemente scosso nella salute e, a
soli 54 anni, consumava il suo olocausto, consegnando amorevolmente la sua anima
a quel Dio, il cui nome è Amore.
b) La seconda figura ecclesiale elevata oggi agli altari, il religioso
trinitario Domenico Iturrate Zubero, nacque in terra di Spagna, nei Paesi
Baschi. La sua breve esistenza, di appena ventisei anni, contiene un ricco
messaggio che si concretizza nella tensione costante verso la santità. In questo
cammino vi sono alcune caratteristiche peculiari che desidero passare in
rassegna sinteticamente.
Il compimento fedele della volontà di Dio è una meta che raggiunse vertici
altissimi, soprattutto negli ultimi anni della sua vita. Per questo, nel 1922
scriverà nelle sue note spirituali: “La nostra conformità con la volontà divina
dev’essere totale, senza riserve e costante”. Animato da questo spirito, e con
il consenso del suo direttore spirituale, fece voto di “far sempre ciò che
sapeva essere massimamente perfetto” proponendosi inoltre “di non negare niente
a Dio Nostro Signore, ma di seguire in tutto le sue sante ispirazioni, con
generosità e gioia”.
Come religioso trinitario, fece in modo di vivere secondo le due grandi
direttive della spiritualità del suo ordine: il mistero della Santissima Trinità
e l’opera della Redenzione, che in lui si fece esperienza di viva carità. E in
quanto sacerdote, ebbe una chiara immagine della sua identità di “mediatore tra
Dio e gli uomini”, o “rappresentante del Sacerdote eterno, Cristo”. Tutto ciò lo
portava a vivere ogni Eucaristia come un atto di immolazione personale, unito
alla Vittima Suprema, in favore degli uomini.
Non meno notevole fu la presenza di Maria nella traiettoria spirituale del
nuovo Beato. Dall’infanzia fino alla morte. Una devozione che egli visse con una
grande intensità e che fece in modo di trasmettere sempre agli altri, convinto
com’era di “quanto buono e sicuro è questo cammino: andare al Figlio per mezzo
della Madre”.
Questi soli accenni ci pongono dinanzi alla forza di un modello ed esempio
valido per oggi. Con la sua testimonianza di fedeltà alla chiamata interiore e
di risposta generosa ad essa, Padre Domenico mostra ai nostri giorni un cammino
da seguire: quello di una fedeltà ecclesiale che plasma l’identità interiore e
che conduce alla santità.
Desidero ora esortare i cristiani del popolo basco nella loro lingua: “Jarrai
dezaten Beato berriaren Kristogana’ko zintzotasunikasbidea”.
c) Il terzo Beato è il frate cappuccino Geremia da Valacchia: un figlio della
Romania, la nobile Nazione che porta nella lingua e nel nome l’impronta di Roma.
La glorificazione di questo servo fedele del Signore, dopo tre secoli di
misterioso nascondimento, è riservata ai nostri giorni, segnati dalla ricerca
dell’ecumenismo e della solidarietà tra i popoli a livello internazionale.
Il Beato Geremia da Valacchia venendo dalla Romania in Italia, riallacciò
nella sua vicenda storica Oriente e Occidente, lanciando un emblematico ponte
tra i popoli e tra le Chiese cristiane. Sorgente inesauribile della sua vita
interiore era la preghiera, che lo faceva crescere ogni giorno nell’amore per il
Padre e per i fratelli. Attingeva ispirazione e forza dalla meditazione assidua
del Crocifisso, dall’intimità con Gesù Eucaristico e da una filiale devozione
verso la Madre di Dio.
Per i poveri si prodigò generosamente, industriandosi con tutti i mezzi per
sollevarne le miserie. Con illuminata larghezza di spirito diceva che bisognava
ispirarsi alla liberalità del Padre celeste e dare gratuitamente quanto
gratuitamente s’era ricevuto per condividerlo coi fratelli in necessità.
Nell’assistenza agli ammalati spese tutta la ricchezza della sua generosità e
della sua eroica abnegazione. Serviva instancabilmente, riservandosi come ambito
privilegio i servizi più umili e più faticosi, scegliendo di accudire i malati
più difficili e più esigenti.
Una carità così straordinaria non poteva restare circoscritta tra le mura del
convento. Ecclesiastici, nobili e popolani chiedevano, nella malattia, una
visita del frate valacco. E fu appunto per recarsi a visitare un ammalato in un
rigido giorno d’inverno, che contrasse una pleuropolmonite che ne stroncò la
robusta fibra.
Rivolgendomi a voi Romeni nella vostra lingua, mi compiaccio che abbiate
chiesto di mettere sul candelabro questa lampada ardente. Voi avete scoperto il
suo messaggio e vi siete uniti intorno alla sua figura, che sintetizza ed
esprime la vostra tradizione cristiana e le vostre aspirazioni. Nella vostra
storia bimillenaria, pur ricca di tanti valori di fede, Geremia da Valacchia è
il primo romeno che ascende ufficialmente agli onori degli altari. Egli che
nella sua vita realizzò una sintesi armoniosa tra la Patria naturale e quella
adottiva, contribuisca ora, proclamato “beato”, a promuovere la pace tra le
nazioni e l’unità dei cristiani, additandone col suo esempio la strada maestra:
la carità operosa per i fratelli.
I tre Beati si sono resi degni della chiamata del Signore mediante la loro
profonda unione con Dio nella preghiera incessante e nella perfetta adesione
alla Chiesa, che è stata fondata dal Maestro divino per dirigere, istruire e
santificare i suoi figli e le sue figlie.
I nuovi Beati si sono lasciati ammaestrare dalla Chiesa, che hanno amato e
seguito con grande docilità, e hanno così raggiunto quel vertice di perfezione e
di santità, a cui essa non cessa di additare e di guidare le anime.
3. Oggi la Chiesa elevando, come Beati, alla gloria degli altari Giacomo,
Domenico e Geremia, desidera venerare in modo particolare Dio: rendere gloria a
Dio. L’uomo è ciò che è davanti a Dio; egli esiste per essere una “lode della
sua gloria” (Ef 1, 14). La lode di Dio dà il senso alla vita, giacché,
come dice sant’Ireneo, “la gloria di Dio è l’uomo vivente” (S. Ireneo,
Adversus haereses IV, 20, 7). La lode non realizza soltanto l’uomo
singolarmente preso, ma anche la Chiesa, come popolo di Dio, il cui ruolo è
narrare le meraviglie di Dio! Per questo i Padri amavano definire la Chiesa come
il “luogo della dossologia”. Lodare Dio significa riconoscere le meraviglie che
esistono in lui e che egli riserva nell’Universo. Ma significa anche ammirare le
meraviglie della Redenzione che egli opera nei santi, chiamandoli allo splendore
della sua grazia e della sua perfezione. A questo proposito il Salmo
responsoriale è quanto mai illuminante: “O Dio, mio re, voglio esaltare e
benedire il tuo nome / in eterno e per sempre. / Grande è il Signore e degno di
ogni lode, / la sua grandezza non si può misurare” (Sal 145, 1. 3).
4. Sì! I santi parlano della gloria del Regno di Dio. Proclamano la potenza
della Redenzione di Cristo: la potenza della croce e della risurrezione. Sono
una viva testimonianza che il Creatore e Padre ama tutte le cose esistenti (cf.
Sap 11, 24).
Una tale testimonianza devono diventare al cospetto della Chiesa i beati
Giacomo Cusmano, Domenico del Santissimo Sacramento, Geremia da Valacchia. Oggi
desideriamo accogliere questa testimonianza nel tesoro della santità che la
Chiesa custodisce con grande venerazione e gratitudine. Desideriamo accogliere
la testimonianza dei nuovi beati nell’anno del Giubileo straordinario, affinché
l’eredità del mistero della Redenzione sia viva e vivificante per le intere
generazioni del Popolo di Dio.
“Tutte le cose sono tue, Signore, / amante della vita” (cf. Sap 11,
26). Amen.
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