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PELLEGRINAGGIO APOSTOLICO IN POLONIA
SOLENNE CONCELEBRAZIONE NELLA «CITTÀ
DELL'IMMACOLATA»
OMELIA DI GIOVANNI PAOLO
II
Niepokalanów (Polonia), 18 giugno 1983
1. Signori Cardinali, Arcivescovi, Vescovi, Sacerdoti, Religiosi e religiose,
specialmente voi, figli e figlie di san Francesco, e voi tutti, diletti
connazionali, fratelli e sorelle!
Il giorno 10 ottobre dello scorso anno mi fu dato di elevare agli onori degli
altari della Chiesa universale, il santo Massimiliano Maria Kolbe, figlio della
terra polacca. Fu quella un’insolita canonizzazione. Vi convennero anche dei
polacchi, dalla Polonia e dall’emigrazione, in numero piuttosto rilevante. Ma
costituivano solo la minoranza di quella grande folla di pellegrini, che quella
domenica riempiva Piazza San Pietro. Essi venivano certamente da Roma e da tutta
l’Italia, ma anche in numero notevole dalla Germania e dagli altri Paesi
d’Europa, come pure da altri Continenti, in particolare dai Giappone, che ha
legato durevolmente il suo cuore col Cavaliere dell’Immacolata. Si avvertiva
chiaramente che la proclamazione come santo, da parte della Chiesa, del Padre
Massimiliano raggiungeva un punto nevralgico della sensibilità dell’uomo dei
nostri tempi. Perciò comune fu l’attesa di tale canonizzazione, e la
partecipazione confermò l’attesa stessa.
Riflettendo intorno ai motivi, si può affermare che Massimiliano Kolbe,
mediante la sua morte nel campo di concentramento, nel “bunker della fame”,
confermò in modo particolarmente eloquente il dramma dell’umanità del XX secolo.
Tuttavia il motivo più profondo e più consono sembra essere il fatto che in
questo sacerdote-martire diventò particolarmente trasparente la verità centrale
del Vangelo: la verità circa la forza dell’amore.
2. “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri
amici” (Gv 15, 13): così dice Gesù, congedandosi dagli apostoli nel
cenacolo, prima di andare verso la passione e la morte. “Noi siamo passati dalla
morte alla vita, perché amiamo i fratelli”, ripeterà, dopo il suo Maestro,
l’apostolo Giovanni nella sua prima Lettera (1 Gv 3, 14). E concluderà:
“Da questo abbiamo conosciuto l’amore: egli ha dato la sua vita per noi; quindi
anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli (1 Gv 3, 16).
Proprio questa verità del Vangelo divenne particolarmente trasparente,
mediante l’atto compiuto a Oswiecim di Padre Massimiliano Kolbe. Si può dire che
il più perfetto modello lasciatoci dal Redentore del mondo sia stato assunto in
quell’atto con un eroismo totale e insieme con un’enorme semplicità. Il Padre
Massimiliano esce dalla fila, per essere accettato come un candidato al “bunker
della fame”, al posto di Franciszek Gajowniczek: egli prende la decisione, nella
quale si manifesta al tempo stesso la maturità del suo amore e la forza dello
Spirito Santo, e compie questa decisione evangelica fino in fondo: dà la vita
per un fratello.
Questo avviene nel campo della morte, in un luogo dove subirono la morte
oltre quattro milioni di persone di diverse nazioni, lingue, religioni e razze.
Anche Massimiliano Kolbe subì la morte: alla fine, gli venne dato il colpo di
grazia con un’iniezione mortale. Tuttavia, in questa morte si manifestò insieme
la vittoria spirituale sulla morte, simile a quella che ebbe luogo sul Calvario.
E dunque egli “non subì” la morte, ma “diede la vita” per un fratello. In questo
c’è la vittoria morale sulla morte. “Dare la vita per un fratello” vuol dire
diventare, in qualche modo, ministro della propria morte.
3. Massimiliano Kolbe era un ministro: era, infatti, un sacerdote figlio di
san Francesco. Ogni giorno egli celebrava in modo sacramentale il mistero della
morte redentrice di Cristo sulla Croce. Frequentemente ripeteva queste parole
del Salmo, ricordate dalla liturgia odierna: “Che cosa renderò al Signore / per
quanto mi ha dato? / Alzerò il calice della salvezza / e invocherò il nome del
Signore” (Sal 116, 12-13).
È così. Ogni giorno egli alzava il calice della nuova ed eterna alleanza, nel
quale, sotto la specie del vino, il Sangue del Redentore viene sacramentalmente
“versato” per la remissione dei peccati. Insieme al mistero del Calice
eucaristico maturava in lui quell’ora della decisione di Oswiecim: “Non devo
forse bere il calice che il Padre mi ha dato?” (Gv 18, 11). E bevve,
bevve fino in fondo questo calice, per testimoniare di fronte al mondo che
l’amore è più forte della morte. Il mondo ha bisogno di questa testimonianza,
per scuotersi dai legami di quella civiltà della morte che, specialmente in
alcuni momenti dell’epoca odierna, mostra il suo volto minaccioso.
4. Nell’evento di Oswiecim è inscritto quel dialogo fondamentale, che
permette all’uomo di superare l’orrore della civiltà della morte, e
quotidianamente gli permette di superare i diversi pesi della temporaneità. E
questo è il dialogo dell’uomo con Dio: “Che cosa renderò al Signore? . . . / Io
sono il tuo servo, Signore, / io sono il tuo servo, figlio della tua ancella (Sal
116, 12. 16).
Così dice l’uomo, ministro dell’Eucaristia quotidiana, l’uomo ministro della
propria morte nel campo di Oswiecim. Così dice l’uomo. È questa una parola che
riassume tutta la sua vita.
E Dio risponde con le parole del Libro della Sapienza. Ecco le parole che
contengono la risposta di Dio: “Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di
Dio, nessun tormento le toccherà . . . Dio li ha provati e li ha trovati degni
di sé; li ha saggiati come oro nel crogiolo e li ha graditi come un olocausto” (Sap
3, 1. 5-6).
È veramente così? Veramente “tormento non toccò” il Padre Massimiliano?
L’uomo che veneriamo proprio come martire? La realtà della morte per martirio è
sempre un tormento; però, il segreto di quella morte è il fatto che Dio è più
grande del tormento. Grande è la prova della sofferenza, quel “saggiare come oro
nel crogiolo”; però, più forte della prova è l’amore, cioè più forte è la
grazia. “L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello
Spirito Santo, che ci è stato dato” (Rm 5, 5).
Così, dunque, sta davanti a noi un martire: Massimiliano Kolbe - ministro
della propria morte - forte nel suo tormento, ancora più forte nel suo amore, al
quale fu fedele, nel quale crebbe nel corso di tutta la sua vita, nel quale
maturò nel campo di Oswiecim. Massimiliano Kolbe: un singolare testimone della
vittoria di Cristo sulla morte. Un singolare testimone della Risurrezione.
5. “Io sono il tuo servo, Signore; / io sono il tuo servo, / figlio della tua
ancella . . .”.
Quella maturazione nell’amore, che riempì tutta la vita di Padre Massimiliano
e si compì in terra polacca definitivamente mediante l’atto di Oswiecim, quella
maturazione fu in modo speciale unita all’immacolata Ancella del Signore. Egli
fu, come pochi, figlio spirituale “della tua ancella”. Egli sperimentò sin dalla
prima giovinezza la sua maternità spirituale: cioè la maternità che si stabilì
sul Calvario, sotto la Croce di Cristo, quando Maria accettò come figlio il
primo discepolo di Cristo.
Massimiliano Kolbe come pochi era pervaso dal mistero della divina elezione
di Maria. Il suo cuore e il suo pensiero si concentrarono in misura particolare
intorno a quel “nuovo inizio”, che fu nella storia dell’umanità - per opera del
Redentore - l’Immacolata Concezione della Madre della sua terrena incarnazione.
“Che cosa significa Madre - scriveva - lo sappiamo, ma Madre di Dio, non lo
possiamo comprendere con l’intelletto, con la testa limitata. Solo Dio stesso
comprende perfettamente che cosa significa “Immacolata” . . . L’Immacolata
Concezione è piena di misteri consolanti (M. Kolbe, Lettera del 12 aprile
1933).
Massimiliano Kolbe penetrò in questo mistero in modo particolarmente
profondo, particolarmente sintetico: non in astratto; ma attraverso il vivo
contesto di Dio-Trinità, Dio che è il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, e
attraverso il vivo contesto dei disegni salvifici di Dio a riguardo del mondo.
Ecco, di nuovo, le sue parole: “Cerchiamo sempre di più, ogni giorno di più, di
avvicinarci all’Immacolata; in questo modo ci avvicineremo sempre di più al
Sacratissimo Cuore di Gesù, a Dio Padre, a tutta la Santissima Trinità, perché
nessuna creatura sta così vicina a Dio come l’Immacolata. In questo modo
avvicineremo pure tutti i vicini al nostro cuore all’Immacolata e al buon Dio”
(M. Kolbe, Lettera da Nagasaki, 6 aprile 1934).
Tutte le iniziative apostoliche di Padre Massimiliano Kolbe testimoniano che
il mistero dell’Immacolata Concezione era al centro della sua coscienza. Di ciò
danno testimonianza e la “Milizia dell’Immacolata”, e il “Cavaliere
dell’Immacolata”. Ciò attesta la “Città dell’Immacolata” (Mugenzoi no Sono)
giapponese. Ciò, infine, attesta questa nostra “Niepokalanów” polacca.
6. È bene che ci siamo riuniti proprio qui dopo la canonizzazione del Padre
Massimiliano. Già, dopo la sua beatificazione, una nostra grande assemblea in
terra natale ebbe luogo a Oswiecim: fu una cerimonia emozionante. Oswiecim è,
infatti, il luogo nel quale egli “diede la vita per un fratello”. Oggi siamo qui
a Niepokalanów, e Niepokalanów ci parla della scoperta del “nuovo inizio”
dell’umanità di Dio. Niepokalanów è il luogo dove, in continua obbedienza allo
Spirito di Verità sull’esempio dell’Immacolata, l’uomo formava se stesso giorno
per giorno, così che il santo superasse l’uomo non solo in funzione della vita e
dell’apostolato, ma anche in funzione di una morte da martire “per il fratello”.
7. So che a quest’odierna assemblea partecipano numerosi rappresentanti della
campagna, agricoltori polacchi. Sono qui presenti - come sono stato informato -
i membri delle “comunità pastorali degli agricoltori che lavorano per il
rinnovamento della campagna in unione con la Chiesa”. Alcuni di voi mi hanno
visitato, durante la mia malattia, al policlinico “Gemelli” a Roma; oggi ci
incontriamo nella preghiera in questa terra di Francesco e di Massimiliano.
So che vi anima il pensiero per il rinnovamento delle migliori tradizioni
culturali della campagna, per la vita cristiana nell’amore reciproco, per la
perfezione mediante la preghiera comune; so che formate dei circoli per aiutarvi
reciprocamente; partecipate agli esercizi spirituali; completate la vostra
istruzione; studiate la dottrina sociale della Chiesa. Desiderate in questo modo
scoprire di nuovo la vostra particolare missione; al lavoro dei campi volete
ripristinare la dignità che gli è propria e nelle fatiche di questo lavoro
ritrovate la gioia.
Consentitemi di rivolgere a voi le parole di un grande statista,
rappresentante della campagna polacca, Vincenzo Witos: “Il contadino ha
conservato nei peggiori momenti la terra, la religione, la nazionalità. Questi
tre valori hanno dato la base alla creazione dello Stato. Senza di essi non
avremmo potuto averlo. Dove il contadino ha messo piede, là si è mantenuto il
fondamento della futura rinascita (Congresso a Wierzchoslawice, 1928).
Rimanete nell’amore di Dio! Cristo, che chiamò se stesso la vera vite, di
lui, del suo Padre disse che è il vignaiolo. Rimanete in Cristo e portate molto
frutto, in lui possiamo tutto (cf. Gv 15, 1-15). Siate la coltura di Dio!
E rimanete nell’amore della vostra terra: di questa terra madre e nutrice.
Il Creatore ha affidato, in modo particolare, a voi ogni erba che produce
seme e che è su tutta la terra, e ogni albero in cui è il frutto, che produce
seme, affinché siano il cibo per tutti (cf. Gen 1, 29). Questa terra
produce “spine e cardi”, ma grazie al vostro lavoro deve produrre il cibo,
portare il pane per l’uomo. Questa è una particolare sorgente della dignità del
lavoro dei campi, della vostra dignità.
8. Questa nostra odierna assemblea a Niepokalanów richiama alla mia mente le
categorie storiche. Una volta, nel XIII secolo, nel 1253, i polacchi giunsero
alla canonizzazione del primo figlio della loro terra, che fu anche pastore
della sede di Cracovia. La canonizzazione di san Stanislao si svolse ad Assisi:
i connazionali, però, e in particolare i Principi della dinastia di Piast, che
allora governavano la Polonia, sentirono il bisogno di riunirsi a Cracovia per
sperimentare sulla propria terra la gioia pasquale dell’elevazione di un loro
connazionale alla gloria degli altari della Chiesa universale: la gioia della
nascita di un Santo per la loro terra natale. Videro in lui un segno della
Provvidenza divina per questa terra. Videro in lui il loro patrono e mediatore
presso Dio. Unirono a lui le speranze per un futuro migliore della patria, che
allora si trovava in una difficile situazione a causa della divisione in ducati.
Dalla leggenda che asseriva che il corpo di Stanislao, smembrato durante
l’uccisione, doveva ricongiungersi, nacque la speranza che la Polonia dei Piast
avrebbe un giorno superato la dinastica divisione in ducati e sarebbe ritornata
come stato all’unità. Il seguito della storia, iniziando da Ladislao il Breve,
confermò questa speranza.
9. Oggi a Niepokalanów, al centro della nostra celebrazione nella terra
natale - dopo la canonizzazione - c’è san Massimiliano Maria Kolbe: il primo
santo della stirpe dei polacchi all’inizio del secondo millennio. Il primo e il
secondo millennio della Polonia e del Cristianesimo in Polonia si incontrano in
un simbolo profondo. Il patrono della Polonia di allora è il patrono . . . solo
della Polonia? Non lo è piuttosto di tutto il nostro difficile secolo? Sì, ma
dato che è un figlio di questa terra, partecipe delle sue prove, delle sue
sofferenze e delle sue speranze; perciò, in un certo modo, particolare è il
patrono della Polonia.
Proprio di questa Polonia, che dalla fine del XVIII secolo si è cominciato a
condannare a morte: alle spartizioni, alle deportazioni, ai campi di
concentramento, al bunker della fame. E quando, dopo 120 anni, era ritornata
allo stato di indipendenza, si è atteso il 1939 per ripetere ancora una volta
questa condanna a morte. Infatti, proprio dal centro di queste lotte tra la vita
e la morte della patria spunta l’opera di san Massimiliano a Oswiecim. “Mors et
vita duello conflixere mirando” (“morte e vita si sono affrontate in un
prodigioso duello”), come leggiamo nella Sequenza pasquale. Il figlio della
terra polacca, che cadde sul suo Calvario, nel bunker della morte per fame,
“dando la vita per un fratello”, ritorna a noi nella gloria della santità.
L’amore è più forte della morte.
10. Sorse un tempo, nel medioevo, la leggenda di san Stanislao. I nostri
tempi, il nostro secolo non creeranno la leggenda di san Massimiliano. È
abbastanza forte l’eloquenza dei soli fatti, cioè la testimonianza della vita e
del martirio. Bisogna assumere l’eloquenza di questi fatti quasi contemporanei
nella vita polacca. Bisogna costruire da essi il futuro dell’uomo, della
famiglia, della nazione.
Che cosa vuol dire che l’amore è più forte della morte? Vuol dire anche: “Non
lasciarti vincere dal male, ma vinci col bene il male” secondo le parole di san
Paolo (Rm 12,21). Queste parole traducono la verità sull’atto, compiuto a
Oswiecim dal Padre Massimiliano, in diverse dimensioni: nella dimensione della
vita quotidiana, ma anche nella dimensione dell’epoca, nella dimensione del
difficile momento storico, nella dimensione del XX secolo, e può darsi anche in
quella dei tempi che verranno.
11. Radunati a Niepokalanów per il grande ringraziamento nazionale dopo
l’elevazione alla gloria degli altari di san Massimiliano Maria - il nostro
connazionale, il testimone del nostro difficile secolo, il martire, il primo
santo della stirpe dei polacchi nel secondo millennio -, noi desideriamo
arricchire l’eredità cristiana polacca dell’emozionante eloquenza dell’atto da
lui compiuto a Oswiecim: “Non lasciarti vincere dal male, / ma vinci col bene il
male”.
Cari Fratelli e Sorelle,
È un programma evangelico.
Un programma difficile ma possibile.
Un programma indispensabile.
Recandomi di qui in pellegrinaggio a Jasna Gora, chiederò alla Regina della
Polonia e Madre di tutti i polacchi, di ottenerci, sull’esempio di san
Massimiliano, la forza di spirito necessaria per intraprendere questo programma.
Affinché possiamo integrare nell’eredità spirituale polacca l’eloquenza della
vita e della morte del Cavaliere dell’Immacolata. Così sia.
Prima della Messa il Papa ha risposto al saluto del Padre Sliwinski, con
un discorso improvvisato, dicendo.
Miei cari fratelli e sorelle. Sulla strada del mio pellegrinaggio per il
Giubileo di Jasna Gora, arrivo oggi a Niepokalanów. Durante il precedente
viaggio, quattro anni fa, sono stato nel luogo dove è morto da martire san
Massimiliano Maria Kolbe, a Oswiecim. Oggi, a un anno dalla sua canonizzazione,
ci troviamo nel posto della sua eroica vita, del suo quotidiano lavoro. Egli ha
chiamato questo luogo Niepokalanów. Città dell’Immacolata!
Convento dell’Immacolata. Luogo dell’Immacolata. Officina di lavoro
dell’Immacolata. E qui, a Niepokalanów, ringrazieremo la Santissima Trinità per
aver innalzato alla gloria degli altari il primo santo, figlio della terra
polacca, del secondo millennio. Ma prima di dare inizio alla solenne liturgia di
ringraziamento desidero fermarmi per un momento in questa basilica, insieme con
voi, con voi che rappresentate le famiglie degli Ordini religiosi maschili e
femminili. I Santi ci vengono dati da Dio perché testimonino, con la loro gloria
celeste, l’eroismo dell’esistenza terrena, l’eroismo della vita quotidiana qui a
Niepokalanów.
San Massimiliano Maria Kolbe, nella Chiesa del nostro tempo e, più in
generale, nell’umanità contemporanea, ha una missione profetica, una missione
molteplice. Qui, in questo incontro con voi, voglio soffermarmi solo su uno
degli aspetti di tale missione: molto vicino a quello cui i Vescovi riuniti in
Sinodo nel 1971, a Roma, diedero espressione nel giorno della sua
beatificazione, e all’indomani della stessa. San Massimiliano - allora beato -
era sacerdote. Il Sinodo del 1971 trattava il tema del Sacerdozio. Il nuovo
beato era stato la viva incarnazione di ciò che è il sacerdote, della missione
cui è chiamato il sacerdote cattolico. Così, infatti, egli rispose a Oswiecim,
alla domanda “Chi sei?”: “Un sacerdote cattolico”.
Penso che oggi, qui a Niepokalanów, bisogna mettere in rilievo un altro
aspetto. Il figlio di san Francesco, religioso, uno dei tanti membri della
grande Famiglia francescana, ci è stato dato nel nostro tempo, non solo per la
Polonia, ma per tutta la Chiesa, ci è stato dato affinché nessun Ordine regolare
- maschile o femminile -, nessun religioso e nessuna religiosa al mondo, abbia
dubbi sul significato della sua identità e in che cosa consista la vera essenza
della vocazione. Nel periodo postconciliare, nel mondo, sono sorti diversi
dubbi, ma Dio, prima del Concilio, ha preparato un figlio della terra polacca,
figlio di san Francesco, perché fosse la viva risposta che siamo qui, oggi a
Niepokalanów. Come servo della Chiesa universale penso a questa nostra odierna
celebrazione con cuore di polacco e, nello stesso tempo, di Papa, e vorrei che
essa - legata alla canonizzazione, già avvenuta - arrivasse non solo alla
Polonia dei nostri giorni, ma a tutto il mondo cattolico, a tutta la Chiesa, per
testimoniare ciò che ha testimoniato san Massimiliano, figlio di san Francesco,
in terra polacca.
In questo nostro secolo, nella prospettiva dell’avvicinarsi del terzo
millennio, preghiamo molto, perché la testimonianza di questa nostra solenne
celebrazione sia accolta da tutta la Chiesa. E innanzitutto - naturalmente - da
noi stessi, come parte speciale, parte eletta della Chiesa polacca, costituita
dalle famiglie degli Ordini religiosi maschili e femminili.
Conclusa la celebrazione ha salutato i partecipanti alla Messa
Saluto i sacerdoti ex prigionieri dei campi di concentramento - soprattutto
di Dachau - fra i quali i Vescovi Ignacy Jez e Kazimierz Majdanski. Saluto tutti
i superiori degli Ordini religiosi venuti da tutta la Polonia, e attraverso loro
tutti i religiosi della nostra Patria, benemeriti della vita della Chiesa. Nel
contempo saluto anche tutti gli Ordini religiosi femminili, qui rappresentati
dal presidente della Commissione episcopale per gli affari degli Ordini
religiosi, Arcivescovo Bronislaw Dabrowski, Segretario benemerito
dell’Episcopato polacco. Saluto, in particolare, la Famiglia francescana, i
Francescani conventuali con il loro padre superiore di Roma, padre Blazej
Kruszylowicz. Saluto tutti i missionari polacchi - 1100, sparsi in tutti i
continenti - e contemporaneamente indirizzo un’ardente preghiera alla Chiesa di
Polonia, al clero regolare, diocesano, ai laici, perché i figli e le figlie di
questa terra si mettano in cammino per la grande messe di Dio, perché si rechino
là dove Cristo li chiama. I bisogni sono enormi, la messe è abbondante.
Saluto poi due diocesi, legate alla vita di san Massimiliano: quella di
Wloclawek, guidata dal Vescovo Jan Zareba, in cui è nato il Santo; e la diocesi
di Lòdz, retta dal Vescovo Jozef Rozwadowski, in cui egli si è formato. Saluto
infine coloro ai quali è affidata la cura pastorale delle famiglie, con il
presidente della Commissione episcopale, Vescovo Marian Przykucki, ordinario di
Chelm.
Ancora un saluto speciale ai devoti dell’Immacolata di tutta la Polonia, che
hanno preso parte all’odierna funzione. Saluto infine - prima della benedizione
- tutti i partecipanti all’assemblea eucaristica, alla santa offerta, pregandoli
di portare la benedizione del Papa nelle loro famiglie, nei loro ambienti, nelle
loro parrocchie e diocesi, in tutta la Polonia.
Che l’Immacolata - regni nel cuore della nostra Patria.
© Copyright 1983 - Libreria Editrice
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