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VISITA PASTORALE ALLA PARROCCHIA ROMANA DEI SANTI
MARCELLINO E PIETRO
OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II
Domenica, 25 aprile 1982
1. Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto! (cf. Sal 4,7)
Con tali parole prega la Chiesa nell’odierna liturgia. Chiede la luce divina.
Chiede il dono di conoscere la Verità. Chiede la fede.
La fede è la conoscenza della Verità, che nasce dalla testimonianza di Dio
stesso.
Al centro della nostra fede si trova la risurrezione di Cristo, mediante la
quale Dio stesso ha reso testimonianza al Crocifisso. La testimonianza del Dio
Vivo ha confermato nella risurrezione la verità del Vangelo, che Gesù di
Nazaret proclamava. Ha confermato la verità di tutte le sue opere e di tutte le
sue parole. Ha confermato la verità della sua missione. La risurrezione ha dato
la definitiva e più completa espressione di quella potenza messianica, che era
in Gesù Cristo. Veramente egli è l’inviato da Dio. E divina è la parola che
proviene dalle sue labbra.
Quando, oggi, terza domenica di Pasqua, invochiamo: “risplenda su di noi,
Signore, la luce del tuo volto” (cf. Sal 4,7), chiediamo che mediante la
risurrezione di Cristo si rinnovi in noi la fede, che illumina le vie della
nostra vita e le indirizza verso il Dio Vivo.
2. Contemporaneamente, la liturgia dell’odierna domenica ci indica come si
costruiva – e continua a costruirsi – questa fede, la quale, essendo un vero
dono di Dio, ha al tempo stesso la sua umana dimensione e forma.
La risurrezione di Gesù di Nazaret è la principale sorgente di irradiazione di
questa luce, dalla quale si sviluppa in noi la conoscenza della Verità rivelata
da Dio. La conoscenza e l’accettazione di essa come verità divina.
Per formare l’umana dimensione di fede, Cristo stesso ha scelto tra gli uomini
i testimoni della risurrezione. Questi testimoni dovevano diventare coloro che,
sin dall’inizio erano a lui legati come discepoli, tra i quali lui solo aveva
scelto i Dodici facendoli suoi apostoli.
Anche a loro Gesù di Nazaret, a loro che erano testimoni della sua morte in
croce, appariva vivo dopo la sua risurrezione. Con loro parlava e in diversi
modi li convinceva dell’identità della sua persona, della realtà del suo
corpo umano.
“Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le
mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non
ha carne e ossa come vedete che io ho” (Lc 24,38-39).
Così parlava loro quando “stupiti e spaventati credevano di vedere un
fantasma” (Lc 24,37).
“Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti,
disse: "Avete qui qualche cosa da mangiare?". Gli offrirono una
porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro” (Lc
24,41-43).
Così si formava la schiera dei testimoni della risurrezione. Furono gli uomini
che personalmente conobbero Cristo, ascoltarono le sue parole, videro le sue
opere, vissero la sua morte in croce e, in seguito, lo videro vivo e si
intrattennero con lui come con un vivo, dopo la risurrezione.
3. Quando questi uomini, gli apostoli e i discepoli del Signore, dopo aver
ricevuto lo Spirito Santo cominciarono a parlare pubblicamente di Cristo, quando
cominciarono ad annunziarlo agli uomini (prima a Gerusalemme) innanzitutto si
richiamarono ai fatti comunemente conosciuti.
Lo “avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso
di liberarlo – così diceva Pietro agli abitanti di Gerusalemme – voi invece
avete rinnegato il Santo e il Giusto, avete chiesto che vi fosse graziato un
assassino” (cioè Barabba)! (At 3,13-14).
Dagli eventi riguardanti la morte di Cristo l’oratore passa alla Risurrezione:
“... avete ucciso l’autore della vita. Ma Dio l’ha risuscitato dai morti e
di questo noi siamo testimoni” (At 3,15).
Pietro prende la parola da solo – ma al tempo stesso parla a nome di tutto il
collegio apostolico: “siamo testimoni” (At 3,15). Ed aggiunge: “Ora
fratelli, io so che voi avete agito per ignoranza, così come i vostri capi”
(At 3,17).
4. Dalla descrizione degli eventi, dalla testimonianza della risurrezione, l’apostolo
passa all’esegesi profetica.
A tale esegesi della morte e della risurrezione i suoi discepoli erano stati
preparati da Cristo stesso.
Ne abbiamo la prova nell’incontro descritto dall’odierno Vangelo (secondo
Luca). Il Risorto dice ai discepoli: “Sono queste le parole che vi dicevo
quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di
me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi” (Lc 24,44).
“... E disse: Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai
morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la
conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi
siete testimoni” (Lc 24,46-48).
E l’evangelista aggiunge: “Allora aprì loro la mente all’intelligenza
delle Scritture” (Lc 24,45).
Dal discorso di Pietro desunto dagli Atti degli Apostoli, che leggiamo nell’odierna
liturgia, si vede quanto efficace sia stata questa “apertura della loro mente”.
Pietro, dopo aver presentato gli avvenimenti collegati con la morte e la
risurrezione di Cristo continua: “Dio però ha adempiuto così ciò che aveva
annunziato per bocca di tutti i profeti, che cioè il suo Cristo sarebbe morto.
Pentitevi dunque e cambiate vita perché siano cancellati i vostri peccati...”
(At 3,18-20).
Troviamo in queste parole dell’apostolo la chiara eco delle parole di Cristo:
dell’illuminazione, che i discepoli hanno sperimentato nell’incontro con il
Signore Risorto.
Così dunque si edificava la fede della prima generazione dei confessori di
Cristo: della generazione dei discepoli degli apostoli. Germogliava direttamente
dalla dichiarazione dei testimoni oculari della Croce e della Risurrezione.
5. Che cosa vuol dire essere cristiano?
Vuol dire: continuare ad accettare la testimonianza degli Apostoli, testimoni
oculari. Vuol dire: credere con la stessa fede, che è nata in loro dalle opere
e dalle parole del Signore Risorto.
Scrive l’apostolo Giovanni (è questa la seconda lettura dell’odierna
liturgia):
“Da questo sappiamo d’averlo conosciuto (cioè Cristo) se osserviamo i suoi
comandamenti. Chi dice: "Lo conosco" e non osserva i suoi comandamenti,
è bugiardo e la verità non è in lui; ma chi osserva la sua parola, in lui l’amore
di Dio è veramente perfetto” (1Gv 2,3-5).
L’apostolo parla di fede viva. La fede è viva mediante le opere che sono ad
essa conformi. Sono queste le opere di carità. La fede è viva mediante l’amore
di Dio. L’amore si esprime nell’osservanza dei comandamenti. Non ci può
essere contraddizione tra la conoscenza (“lo conosco”) e l’azione di un
confessore di Cristo. Solo colui che completa la sua fede con le opere rimane
nella verità.
Così dunque l’apostolo Giovanni si rivolge ai destinatari della sua prima
lettera con l’affettuosa parola “figlioli”, e li invita “a non peccare”
(cf. 1Gv 2,1). Contemporaneamente però scrive: “Ma se qualcuno ha peccato,
abbiamo un avvocato presso il Padre, Gesù Cristo giusto. Egli è vittima di
espiazione per i nostri peccati: non soltanto per i nostri, ma anche per quelli
di tutto il mondo” (1Gv 2,1s).
Giovanni, apostolo ed evangelista, proclama nelle parole della sua lettera,
scritta verso la fine del I secolo, la stessa verità, che Pietro proclamava
poco dopo l’ascensione del Signore. È questa la verità sulla conversione e
sulla remissione dei peccati con la forza della morte e della risurrezione di
Cristo.
6. Che cosa vuol dire essere cristiano?
Essere cristiano – oggi allo stesso modo come allora, nella prima generazione
dei confessori di Cristo – vuol dire continuare ad accettare la testimonianza
degli apostoli, testimoni oculari. Vuol dire credere con la stessa fede, che è
nata in loro dalle opere e dalle parole di Cristo, confermate con la sua morte e
la risurrezione.
Anche noi, appartenenti alla presente generazione di confessori di Cristo,
dobbiamo chiedere di avere la stessa esperienza dei due discepoli di Emmaus: “Signore
Gesù, facci comprendere le Scritture; che ci arda il cuore nel petto quando ci
parli” (cf. Lc 24,32).
Che “arda il cuore”!: perché la fede non può essere solo un freddo calcolo
dell’intelletto. Essa deve essere vivificata dall’amore. Viva mediante le
opere in cui si esprime la verità rivelata da Dio come verità interiore dell’uomo.
Allora anche noi – anche se non siamo stati testimoni oculari delle opere e
delle parole, della morte e della risurrezione – ereditiamo dagli Apostoli la
loro testimonianza. E noi stessi diventiamo anche testimoni di Cristo.
Essere cristiano è essere anche testimone di Cristo.
7. Allora anche la fede – la fede viva – si forma come un dialogo tra il Dio
Vivo e l’uomo vivo; di tale dialogo troviamo alcune espressioni nel Salmo dell’odierna
liturgia:
“Quando ti invoco, rispondimi, Dio, / mia giustizia: / dalle angosce mi hai
liberato; / pietà di me, ascolta la mia preghiera” (Sal 4,2). “... il
Signore mi ascolta quando lo invoco. / Tremate e non peccate, / sul vostro
giaciglio riflettete e placatevi. / Offrite sacrifici di giustizia / e confidate
nel Signore. / Molti dicono: "Chi ci farà vedere il bene?" /
Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto. / Hai messo più gioia nel
mio cuore / di quando abbondano vino e frumento. / In pace mi corico e subito mi
addormento: / tu solo, Signore, al sicuro mi fai riposare” (Sal 4,4-9).
E lo stesso salmista aggiunge:
“Sappiate che il Signore fa prodigi per il suo fedele” (Sal 4,4).
8. Cari fratelli e sorelle, accogliete questa meditazione sulla Parola di Dio
dell’odierna Liturgia, che faccio insieme con voi, in occasione della Visita
pastorale nella vostra parrocchia dei santi Marcellino e Pietro, dedicata a due
gloriosi Martiri, l’uno presbitero, l’altro esorcista, che furono decapitati
per la fede cristiana sotto l’imperatore Diocleziano agli inizi del quarto
secolo.
Il mio cordiale ed affettuoso saluto si rivolge al vostro parroco, Monsignor
Franco Coppari, ed ai sacerdoti suoi collaboratori, che con tanto zelo si
dedicano alla cura pastorale di questa zona; un saluto anche ai religiosi ed
alle religiose, che con la loro presenza operosa danno nell’ambito della
Comunità parrocchiale una edificante testimonianza: i Fratelli delle Scuole
Cristiane dell’Istituto “Pio XII”; i Padri Cavanis; i Padri Scalabriniani;
le Suore della Sacra Famiglia di Bergamo; le Suore Rosarie di Udine; le Figlie
di san Camillo; le Cooperatrici Oblate Missionarie dell’Immacolata.
Un saluto alle più di 3.500 famiglie ed ai 15.000 fedeli della parrocchia; ai
membri dell’Oratorio maschile e femminile; dell’Agesci Roma 97; al Gruppo
Liturgico; al Gruppo Vincenziano e Caritativo; al Gruppo Giovanile; al Gruppo
Catechisti; al Gruppo Missionario; a quello dell’Apostolato della Preghiera ed
ai membri del Consiglio Pastorale Parrocchiale.
Un pensiero di augurio, nel nome di Cristo Risorto, al padri ed alle madri, ai
giovani ed alle giovani, ai ragazzi ed alle ragazze, ai bambini ed alle bambine,
agli anziani ed agli ammalati.
A tutti e singoli i fedeli di questa parrocchia l’espressione del mio paterno
affetto!
E permettetemi, cari parrocchiani, di concludere con le parole di quell’apostolo
che fu il primo Pastore della Chiesa in questa Roma:
“Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei nostri Padri ha
glorificato il suo servo Gesù: Dio l’ha risuscitato dai morti e di questo noi
siamo testimoni” (At 3,13.15).
“O Signore! Risplenda su di noi la luce del tuo volto!” (cf. Sal 4,7).
Amen.
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