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VISITA PASTORALE ALLA PARROCCHIA DI SAN
LEONARDO DA PORTO MAURIZIO
OMELIA DI GIOVANNI
PAOLO II
30 novembre 1980
Carissimi fratelli e figli.
1. Nell’ascoltare le parole del Vangelo di oggi secondo Matteo, davanti ai
nostri occhi vengono spontaneamente alla memoria gli avvenimenti che durante la
settimana scorsa hanno scosso tutta l’Italia: il grande terremoto che ha
colpito le regioni della Campania e della Basilicata da Potenza ad Avellino,
fino al litorale, ai porti di Napoli e di Salerno.
Improvvisamente, la sera di domenica scorsa è giunta la prima potente scossa
che ha distrutto le abitazioni degli uomini e i santuari del Signore togliendo
la vita a migliaia di abitanti, adulti e bambini. Martedì scorso ho visitato
alcune località colpite dal terremoto. Sono stato nell’ospedale accanto ai
letti dei feriti più gravi: teste ferite, gambe e mani fratturate, toraci
schiacciati. Inoltre il clima generale di paura. Gli abitanti, di fronte al
pericolo di nuove scosse che potrebbero togliere loro la vita o la salute,
abbandonano le case e si accampano nelle strade e nei campi.
Mentre noi tutti, con spirito di umana solidarietà, vogliamo venire in aiuto ai
nostri fratelli e connazionali, travolti dalla disgrazia, nello stesso tempo
questi avvenimenti richiamano davanti agli occhi, con una particolare forza
comparativa, il quadro terribile che ogni anno è tracciato nei vangeli di
questa prima domenica di avvento: annunci di distruzione e di morte, nell’attesa
escatologica della “venuta del Figlio dell’uomo” (Mt 24,39).
2. La storia degli uomini e delle nazioni, la storia dell’umanità intera
fornisce sufficienti prove per affermare che in tutti i tempi si sono
moltiplicate disgrazie e catastrofi, calamità naturali, come terremoti, o
quelle causate dall’uomo, come guerre, rivoluzioni, massacri, omicidi e
genocidi.
Inoltre ciascuno di noi sa che la nostra esistenza terrena conduce alla morte,
giungendo un giorno così al suo termine. Il mondo visibile, con tutti i beni e
le ricchezze che nasconde in se stesso, alla fine non è capace di darci altro
che la morte: il termine della vita.
Tale verità, pur essendo ricordata anche nella liturgia di oggi, prima domenica
di avvento, non è tuttavia la verità specifica annunciata in questo giorno
festivo, ed in tutto il periodo di avvento. Essa non è la parola principale del
Vangelo.
Quale è quindi la parola principale? L’abbiamo letto poco fa: la venuta del
Figlio dell’uomo. La parola principale del Vangelo non è “la dipartita”,
“l’assenza”, ma “la venuta” e “la presenza”. Non è neppure “la
morte”, ma “la vita”. Il Vangelo è la buona novella, perché pronuncia la
verità sulla vita nel contesto della morte. La venuta del Figlio dell’uomo è
l’inizio di questa vita. E di tale inizio ci parla appunto l’avvento, che
risponde alla domanda: come deve vivere l’uomo nel mondo con la prospettiva
della morte? L’uomo al quale, in un batter d’occhio, può essere tolta la
vita, come deve vivere in questo mondo, per incontrarsi col Figlio dell’uomo
la cui venuta è l’inizio della nuova vita, della vita più potente della
morte?
3. Proprio su ciò desidero riflettere insieme con voi, cari parrocchiani della
comunità di Acilia, dedicata a san Leonardo da Porto Maurizio: la parrocchia
che mi è stato dato di visitare oggi.
Infatti, come Vescovo di Roma e successore di san Pietro, sono il vostro
Vescovo; e il dovere principale dei Vescovi, ereditato dagli apostoli, è di
visitare le singole comunità cristiane e mantenere con esse un vivo legame.
Desidero quindi, in occasione dell’odierna visita, salutare cordialmente voi
tutti, che costituite la parrocchia di san Leonardo con le sue 12.000 anime e le
3.000 famiglie. Saluto affettuosamente il Cardinale vicario ed il Vescovo
ausiliare, monsignor Clemente Riva, che partecipano alla mia sollecitudine per
il bene di questa parrocchia, affidata ai frati francescani minori della
provincia romana. Ad essi dirigo il mio riconoscente pensiero per la loro
zelante opera di apostolato, da tempo esercitata con assiduità e sacrificio,
mentre ricordo particolarmente il benemerito parroco, padre Guido Anagni, che vi
assiste spiritualmente da venti anni, con impegno quotidianamente condiviso dai
suoi collaboratori, e tutto inteso a formare cristiani convinti e responsabili.
La mia benevolenza cordiale si estende alle care e generose suore battistine,
che svolgono una insostituibile opera, ai singoli gruppi del laicato, che non
tralasciano di studiare e percorrere le vie spesso ardue di una responsabile ed
illuminata collaborazione. Ai bambini, agli anziani, ai malati, ai giovani ed
agli adulti, ai lavoratori ed agli impiegati, a tutti apro il mio cuore per far
sentire la mia viva partecipazione ad ogni loro problema e fatica, e per dire
soprattutto che sono qui in mezzo a voi, al fine di confermarvi nella viva
attesa di Cristo salvatore, che è fermezza nella fede e gioia nella speranza.
4. Ed ecco, ci incontriamo tutti nella prima domenica di avvento. Quale è
questa verità che ci penetra e vivifica oggi? Quale messaggio ci annunzia la
santa Chiesa, nostra madre? Non è, come ho già detto, un messaggio di paura e
di morte, ma è il messaggio della speranza e della chiamata.
Prendiamo come esempio la seconda lettura; ecco ciò che l’apostolo Paolo dice
ai romani di allora, ma che dobbiamo prendere a cuore noi romani di oggi: “Questo
voi farete, consapevoli del momento: è ormai tempo di svegliarvi dal sonno,
perché la nostra salvezza è più vicina di quando diventammo credenti. La
notte è avanzata il giorno è vicino” (Rm 13,11-12).
In realtà, diversamente da come si può essere indotti a pensare, la salvezza
è più vicina e non più lontana. Infatti, vivendo in un’epoca di
secolarizzazione, siamo testimoni di comportamenti di indifferenza religiosa ed
anche di programmi ed ideologie atee o addirittura anti-teistiche. Si sarebbe
indotti così a pensare che gli indici umani smentiscono il messaggio dell’odierna
liturgia.
Essa invece - pur facendo riferimento anche a questi “indici umani” -
proclama tuttavia la verità divina e preannuncia il disegno divino che non
viene mai meno, che non cambia anche se possono cambiare gli uomini, i
programmi, i progetti umani. Quel disegno divino è il disegno della salvezza
dell’uomo in Cristo, che una volta intrapreso perdura, e conseguentemente mira
al suo compimento.
Ma l’uomo può essere a tutto ciò sordo e cieco. Egli può entrare sempre
più profondamente nella notte benché si avvicini il giorno. Può moltiplicare
le opere delle tenebre benché Cristo gli offra “l’arma della luce”.
Quindi, l’invito pressante della odierna liturgia è quello dell’apostolo:
“Rivestitevi del Signore Gesù Cristo” (Rm 13,14). Questa espressione è in
un certo senso la definizione del cristiano. Essere cristiano vuol dire “rivestirsi
di Cristo”. L’avvento è la nuova chiamata a rivestirsi di Gesù Cristo.
Dice ancora l’Apostolo: “Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno:
non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in
contese e gelosie... e non seguite la carne nei suoi desideri” (Rm 13,13-14).
5. Che cosa significa inoltre l’avvento? L’avvento è la scoperta di una
grande aspirazione degli uomini e dei popoli verso la casa del Signore. Non
verso la morte e la distruzione, ma verso l’incontro con lui.
E perciò nella liturgia di oggi sentiamo questo invito: “Andiamo con gioia
incontro al Signore”.
E lo stesso salmo responsoriale ci delinea, per così dire, l’immagine di
quella casa, di quella città, di quell’incontro:
“E ora i nostri piedi si fermano / alle tue porte, Gerusalemme! / Là salgono
insieme le tribù / le tribù del Signore, / secondo la legge di Israele, / per
lodare il nome del Signore. / Là sono posti i seggi del giudizio, / i seggi
della casa di Davide. / Per i miei fratelli ed i miei amici / io dirò: Su di te
sia pace! / Per la casa del Signore nostro Dio, / chiederò per te il bene”
(Sal 121 [122],1]).
Sì. Il Signore è il Dio della pace, è il Dio dell’alleanza con l’uomo.
Quando nella notte di Betlemme i poveri pastori si metteranno in cammino verso
la stalla in cui si compirà la prima venuta del Figlio dell’uomo, li
condurrà il canto degli angeli:
“Gloria a Dio nel più alto dei cieli / e pace in terra agli uomini che egli
ama” (Lc 2,14).
6. Questa visione della pace divina appartiene a tutta l’attesa messianica
nell’antica alleanza.
Sentiamo oggi le parole di Isaia:
“Egli sarà giudice fra le genti / e sarà arbitro fra molti popoli. /
Forgeranno le loro spade in vomeri, / le loro lance in falci; / un popolo non
alzerà più la spada / contro un altro popolo, / non si eserciteranno più nell’arte
della guerra. / Casa di Giacobbe, vieni, / camminiamo nella luce del Signore”
(Is 2,4-5)
L’Avvento porta con sé l’invito alla pace di Dio per tutti gli uomini. È
necessario che noi costruiamo questa pace e continuamente la ricostruiamo in noi
stessi e con gli altri: nelle famiglie, nei rapporti con i vicini, negli
ambienti di lavoro, nella vita dell’intera società.
Lavorate con spirito di fraterna solidarietà affinché la vostra parrocchia
cresca sempre più come comunità di fedeli, di famiglie, di gruppi - mi
riferisco particolarmente a tutti i vostri gruppi organizzati - in comunione di
verità e di amore. La comunità parrocchiale, infatti, si edifica sulla parola
di Dio, trasmessa e garantita ai pastori, è alimentata dalla grazia dei
sacramenti, è sostenuta dalla preghiera, è unita dal vincolo della carità
fraterna. Ogni suo membro si senta vivo, attivo, partecipe, corresponsabile,
coinvolto in effettivi compiti di evangelizzazione umana. In tal modo la vostra
parrocchia diviene segno e strumento della presenza di Cristo nel quartiere,
irradiazione del suo amore e della sua pace.
Per servire tale pace di molteplici dimensioni, bisogna ascoltare anche queste
parole del profeta:
“Venite, saliamo sul monte del Signore, / al tempio del Dio di Giacobbe, /
perché ci indichi le sue vie / e possiamo camminare per i suoi sentieri. /
Poiché da Sion uscirà la legge / e da Gerusalemme la parola del Signore” (Is
2,3).
Anche per la vostra comunità ecclesiale, l’avvento è il tempo in cui si
devono imparare di nuovo la legge del Signore e le sue parole. È il tempo di
una intensificata catechesi. La legge e la parola del Signore devono penetrare
di nuovo il cuore, devono ritrovare la loro conferma nella vita sociale.
Esse servono il bene dell’uomo!. Esse costruiscono la pace!
La vostra parrocchia è dedicata a San Leonardo da Porto Maurizio, francescano
dalla parola bruciante, che percorse l’Italia per ammonire e convertire folle
immense, richiamando alla penitenza ed alla pietà, pur vivendo egli un’intima
unione con Dio. A lui, tanto amato dai romani del suo tempo e già venerato come
santo fin dal momento della sua morte a San Bonaventura sul Palatino, affido la
vostra parrocchia, i vostri propositi di vita cristiana, la vostra fedeltà, nel
tempo presente, a Cristo Signore.
7. Cari fratelli e figli: eccoci allora dunque di nuovo all’inizio del
cammino. È iniziato di nuovo l’avvento: il tempo della grazia, il tempo dell’attesa,
il tempo della venuta del Signore, che perdura sempre. E la vita dell’uomo si
sviluppa nell’amore del Signore, nonostante tutte le dolorose esperienze della
distruzione e della morte, verso il finale compimento in Dio.
Il Figlio dell’uomo verrà!
Noi ascoltiamo queste parole con la speranza, non con la paura, benché siano
piene di una profonda serietà.
Vegliate... e siate pronti perché non sapete in quale giorno il Figlio dell’uomo
verrà.
Vieni, Signore Gesù!
Marana tha!
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