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ESORTAZIONE APOSTOLICA
POST-SINODALE
INTRODUZIONE I. Un Sinodo per la speranza UNA SPERANZA NUOVA PER IL LIBANO è nata nel corso dell’Assemblea speciale del Sinodo dei Vescovi. I cattolici di questa terra santa vi sono invitati da Cristo stesso. «E la speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato » (Rm 5, 5). Così, rinnovati da Dio, i fedeli di Cristo diverranno per tutti i loro fratelli dei testimoni del suo amore. La Chiesa cattolica ha ritenuto di associare al proprio cammino rappresentanti delle diverse comunità libanesi, manifestando così, nel dialogo rispettoso e nella condivisione fraterna, che l’edificazione della società è impegno comune a tutti i Libanesi. Il Libano è un paese verso il quale gli sguardi si volgono di sovente. Non possiamo dimenticare che esso è la culla di una cultura antica e uno dei fari del Mediterraneo. Nessuno può ignorare il nome di Byblos, che richiama le origini della scrittura. E in questa regione del Medio Oriente che Dio ha inviato il suo Figlio per compiere il disegno di salvezza per tutti gli uomini; in tale regione, per la prima volta, i discepoli di Cristo ricevettero il nome di cristiani (cfr At 11, 19-26). Così il cristianesimo divenne rapidamente un elemento essenziale della cultura di quest’area geografica e, in particolare, della terra libanese, ricca oggi di molteplici tradizioni religiose. Vi abitano cattolici membri di Chiese patriarcali differenti, come pure del Vicariato apostolico latino. Da questo fatto, sin dall’uso di ragione, il giovane cattolico libanese battezzato si riconosce maronita, o greco-melkita, o armeno cattolico, o siriaco cattolico, o caldeo, oppure latino. È pertanto attraverso questa via che egli si apre alla vita cristiana e che è chiamato a scoprire l’universalità della Chiesa. Vivono in Libano anche cristiani di altre Chiese e Comunità ecclesiali. L’altra parte importante della popolazione è costituita da musulmani e da drusi. Per il Paese, tali diverse comunità costituiscono al tempo stesso una ricchezza, un’originalità ed una difficoltà. Ma far vivere il Libano è un compito comune di tutti i suoi abitanti. In occasione della Celebrazione eucaristica conclusiva dell’Assemblea sinodale, ho detto: «Tutti hanno bisogno di quella dimensione sociale della carità che permette agli uomini di costruire insieme. E sappiamo bene quanto il Libano abbia bisogno di costruire e di ricostruire, specialmente in seguito alle dolorose esperienze di molti anni di guerra, nella ricerca di una giusta pace e di sicurezza nei rapporti con i Paesi limitrofi». Ho sottolineato anche che l’impegno dei cristiani è importante per il Libano, «le cui radici storiche sono di natura religiosa. Ed è proprio in forza di tali radici religiose dell’identità nazionale e politica libanese che, dopo il doloroso periodo della guerra, si è voluto e potuto avviare l’iniziativa di un’Assemblea sinodale in cui cercare insieme la via per il rinnovamento della fede, una miglior collaborazione ed una più efficace testimonianza comune, senza dimenticare la ricostruzione della società » (1). Collaborando con tutti i loro compatrioti, i cattolici sono in modo particolare chiamati a servire il bene comune della città terrena traendo dalla fede la loro ispirazione e i principi fondamentali per la vita sociale. 2. Quando convocai una Assemblea speciale per il Libano del Sinodo dei Vescovi, il 12 giugno 1991, la situazione del Paese era drammatica. Il Libano era stato profondamente scosso in tutte le sue componenti. Ho invitato i cattolici presenti in quella terra ad intraprendere un itinerario di preghiera, di penitenza e di conversione, che permettesse loro di interrogarsi, davanti al Signore, sulla loro fedeltà al Vangelo e sul loro effettivo impegno nella sequela di Cristo. Era necessario che i Pastori e i fedeli, mediante una lucida presa di coscienza compiuta nella fede, discernessero e precisassero meglio le priorità spirituali, pastorali e apostoliche da promuovere nel contesto attuale del Paese. Fin dall’inizio, ho chiesto alle altre Chiese e Comunità ecclesiali di volersi associare a questo sforzo, manifestando l’intenzione ecumenica dell’Assemblea sinodale, poiché la speranza per l’avvenire del Libano è legata pure a quella dell’unità dei cristiani. Ugualmente ho invitato le comunità musulmane e drusa a partecipare al progetto, giacché, pur trattandosi innanzitutto di un rinnovamento della Chiesa cattolica, era in questione anche la ricostruzione materiale e spirituale del Paese, preoccupazione fondamentale di tutti; e ciò non era possibile che con la partecipazione attiva di tutti gli abitanti. Tali appelli sono stati accolti e di questo rendo grazie al Signore che agisce nei cuori degli uomini di buona volontà. È stata operata una larga consultazione dei cattolici. Più della metà delle risposte a tale consultazione provenivano da cristiani laici, che volevano così manifestare il loro interesse, non di rado critico, per lo sforzo di rinnovamento ecclesiale opportuno e possibile in quel contesto. Il Comitato preparatorio analizzò le risposte ricevute e propose come tema del Sinodo: «Cristo è la nostra speranza. Rinnovati dal suo Spirito, solidali, testimoniamo il suo amore». Molto volentieri ho fatto mio questo tema e l’ho annunciato e commentato in un messaggio rivolto a tutti i Libanesi, nel giugno 1992. Partendo dalle risposte pervenute, il Comitato preparatorio, che si avvalse di numerose collaborazioni, redasse un primo importante documento, i Lineamenta. Scopo di questo documento era di stimolare la preghiera e la riflessione di tutti i destinatari, ponendo una serie di domande su ogni argomento. La riflessione critica, in tal modo avviata, era già molto promettente. La conversione comincia quando ciascuno accetta di interrogarsi a proposito dei propri modi di essere e di agire, confrontandoli sinceramente col messaggio evangelico. Questo lungo lavoro di maturazione sfociò in numerose risposte di qualità. Furono organizzati simposi sui vari temi e i loro lavori furono resi pubblici. Molte parrocchie riunirono gruppi di riflessione, in cui si lavorò sui Lineamenta, capitolo per capitolo. Gruppi di persone, specializzate in questo o quel settore, inviarono articolati contributi. La Commissione preparatoria si rimise all’opera per redigere un testo che tenesse conto dell’insieme delle risposte ricevute. Il documento, l’Instrumentum laboris, doveva fornire il programma di lavoro dell’Assemblea sinodale. 3. Dopo questo lavoro preparatorio, l’Assemblea speciale per il Libano del Sinodo dei Vescovi si riunì a Roma, domenica 26 novembre 1995. Essa si aprì con una Concelebrazione eucaristica nella Patriarcale Basilica di San Pietro. Questa liturgia mostrò in modo eloquente ciò che è un Sinodo: un evento di Chiesa. L’unità nella diversità, tema così spesso ripreso nel corso dei dibattiti, era anzitutto espressa dalla solenne Eucaristia nella Basilica di San Pietro, alla quale erano presenti tutti i partecipanti all’Assemblea sinodale. Durante i lavori del Sinodo, continuammo a pregare in comune secondo le diverse tradizioni dell’Oriente e dell’Occidente, domandando al Signore di restare fra noi e di inviarci il suo Spirito per poter essere insieme la sua Chiesa e fare la sua volontà. L’unità nella diversità apparve dalla qualità stessa dei partecipanti. I Padri sinodali comprendevano tutti i Patriarchi cattolici d’Oriente, gli Arcivescovi e i Vescovi delle diverse Diocesi cattoliche del Libano, i Cardinali dei Dicasteri della Santa Sede interessati ai problemi della Chiesa in Libano, alcuni Vescovi libanesi della diaspora, Superiori generali, sacerdoti di Ordini fondati in Libano e ivi presenti, rappresentanti di Superiori maggiori e Vescovi rappresentanti degli altri Patriarcati cattolici del Medio Oriente, come pure alcune personalità ecclesiastiche particolarmente interessate agli obiettivi del Sinodo. Erano ugualmente presenti delegati fraterni delle altre Chiese e Comunità cristiane in Libano. Sono stato lieto di accogliere anche i rappresentanti delle comunità sunnita, sciita e drusa. Vi erano infine uditori, sacerdoti, religiosi, religiose e laici. Tutti parteciparono ai lavori e poterono esprimersi con libertà, competenza ed entusiasmo nelle riunioni plenarie ed in quelle ristrette dei gruppi. Anche gli esperti da me designati apportarono un contributo valido al buon svolgimento dei lavori del Sinodo. 4. Nonostante il numero forzatamente limitato degli invitati a simile Assemblea, c’erano membri di tutti i gruppi cristiani e delle componenti della società libanese, accompagnati da rappresentanti della Chiesa cattolica, venuti da altre regioni del mondo. In tal modo le Chiese locali e tutti gli abitanti del Libano erano come portati dalla sollecitudine dell’intero mondo cattolico nei confronti di questo Paese. 5. La conclusione dei lavori dell’Assemblea ha aperto una nuova tappa del cammino sinodale. È stato formulato e votato dai Padri sinodali un insieme di proposizioni. Sulla base di tali proposizioni e degli altri documenti sinodali, i Padri mi hanno domandato di redigere una Esortazione apostolica che avesse come destinatari, in primo luogo, i cattolici libanesi, ma rivolta anche all’insieme dei Libanesi e a tutti coloro che hanno a cuore la situazione del Paese (2). Un Consiglio post-sinodale, da me nominato ed assistito dalla Segreteria generale del Sinodo, ha contribuito alla preparazione del presente documento. 6. Ecco le grandi linee di questa Esortazione: dopo aver rivolto uno sguardo nel primo capitolo alla situazione attuale della Chiesa cattolica nel Libano, il secondo capitolo delinea la riflessione teologica che è alla base degli orientamenti in seguito più concretamente illustrati. Il terzo capitolo raccoglie tutto ciò che riguarda il rinnovamento interno della Chiesa cattolica in Libano. Il quarto capitolo concerne la comunione tra le diverse Chiese patriarcali in Libano e nei territori circostanti. Un quinto capitolo tratta del ruolo della Chiesa in Libano oggi. Il sesto capitolo evoca la dimensione sociale e nazionale. In realtà, il Sinodo non ha rivolto la sua attenzione esclusivamente alle questioni interne alla Chiesa cattolica in Libano, ma ha tenuto presente l’intero Paese, perché il destino dei cattolici è profondamente legato al destino del Libano ed alla sua peculiare vocazione. 7. Cari Fratelli e Sorelle del Libano, il presente documento offre principi di riflessione, orientamenti per il rinnovamento e suggerimenti concreti. Esso potrà esservi utile nei prossimi anni per guidarvi in un costante rinnovamento. A voi spetta di cercare i mezzi per realizzare quanto qui è spesso esposto sotto forma di auspicio. A voi tocca di completare le riflessioni proposte, poiché, in molti casi, l’Assemblea sinodale si è limitata ad aprire prospettive d’insieme. Sarà necessario che sia portato avanti e riaffermato senza indugi lo slancio suscitato dalla preparazione e dallo svolgimento di questa Assemblea speciale. Il Sinodo ha inaugurato un metodo di lavoro basato sull’ascolto attento di tutte le componenti della popolazione libanese in generale e delle diverse categorie ed istituzioni cattoliche in particolare. Proseguite questo lavoro e soprattutto non considerate chiuso il Sinodo con la pubblicazione di questa Esortazione apostolica. Vi raccomando vivamente di cercare in ogni modo di rendere fraterna ed effettiva la ricezione del presente documento e di mettere in atto ciò che qui vi propongo, avendo costante cura dell’unità tra i cattolici e del bene di tutto il popolo. Continuate il vostro discernimento critico, siate disponibili all’azione dello Spirito Santo e lasciatevi ispirare dal Vangelo di nostro Signore. Così, Cristo sarà veramente la vostra speranza e lo Spirito vi rinnoverà. Allora, solidali, continuerete a testimoniare il suo amore.
CAPITOLO I Situazione attuale della Chiesa cattolica nel Libano Unità e diversità 8. Una delle caratteristiche più evidenti della Chiesa cattolica nel Libano è di essere, al tempo stesso, una e molteplice. Essa consiste non in una giustapposizione territoriale di diocesi, bensì in una sovrapposizione di Chiese patriarcali sui iuris tutte unite, insieme con un Vicariato apostolico latino, dalla medesima fede, dai medesimi Sacramenti e da una totale comunione di fede e di carità col Vescovo di Roma, Successore dell’apostolo Pietro. Voi conoscete i legami d’affetto che mi uniscono a questa «terra amatissima», come ho avuto modo di ricordare in molteplici circostanze e in particolare fin dall’inizio del mio Pontificato (3). Tutti i fedeli cattolici provano un solido attaccamento verso i loro fratelli di questo Paese, caro al loro cuore di discepoli del Signore, e verso la terra che nostro Signore ha percorso e resa santa. La diversità della Chiesa cattolica nel Libano è ben lungi dall’essere solo giuridica. Essa è il risultato della lunga storia propria di ciascuna delle sue tradizioni culturali. Così, le Chiese patriarcali, molte delle quali si rifanno alla Chiesa di Antiochia, conservano ciascuna un proprio patrimonio culturale e specifiche tradizioni ecclesiali, liturgiche, teologiche, spirituali e disciiplinari (4). È vero che le Chiese orientali cattoliche continuano a svilupparsi secondo prospettive diverse, legate sia all’attuale situazione socio-politica dei Paesi dove sono presenti, sia all’importanza numerica ed alla vitalità dei fedeli nei Paesi di emigrazione. Ma al tempo stesso, in Libano, le differenti Chiese sui iuris e il Vicariato apostolico latino formano una sola Chiesa e fanno parte dell’unica e medesima Chiesa cattolica unita intorno al Successore di Pietro, in una comunione di vita e di destino che alcune di esse condividono da lungo tempo in questa regione dell’Oriente ed in questo Paese, il Libano. Esse si trovano di fronte alle medesime esigenze nazionali ed ai medesimi pericoli; hanno le stesse speranze e soprattutto la stessa missione affidata da Cristo. 9. Il modo di vivere la diversità del patrimonio ecclesiale non sempre è colto come un elemento positivo. Questo ha persino suscitato tra le Chiese locali sentimenti di diffidenza, fino a diventare un vero e proprio ostacolo per l’intesa e la collaborazione. L’intreccio delle giurisdizioni ha talvolta provocato reali conflitti di potere (5), che hanno paralizzato l’attività pastorale comune ed hanno dato così una contro- testimonianza. Simili difficoltà non possono essere sormontate che nella fede e grazie ad un reciproco, sincero rispetto. Oggi, le Chiese patriarcali desiderano superare ogni visione ristretta ed aprirsi ad una collaborazione sempre più intensa tra di loro, per essere fedeli alla parola del Signore: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13, 35). Non stupisce, pertanto, che l’Assemblea speciale abbia considerato come prioritario per il rinnovamento della Chiesa cattolica nel Libano questo appello: «Convertiamoci e viviamo l’unità della Chiesa» (6). Il Messaggio del Sinodo insisteva nel sottolineare che più che una nuova organizzazione, ciò che occorre promuovere è una nuova mentalità, che deve segnare decisamente ciascuna Chiesa patriarcale: «non più la continua preoccupazione di affermare le differenze, ma la preoccupazione costante di sottolineare l’unità, pur nel rispetto della diversità » (7). Tale impegno implica al tempo stesso una confessione, sentimenti di pentimento ed un grido di speranza; la confessione di aver mancato di spirito di comunione nella Chiesa; il pentimento sincero per aver contristato lo Spirito Santo (cfr Ef 4, 30), fermento divino di unità; un grido di speranza in Cristo morto e risorto, vivente con noi, tra noi e per noi. È impegnandosi con franchezza in tal senso che i membri delle diverse Chiese locali sono chiamati a rinnovarsi interiormente, per aprire le loro anime alle dimensioni della carità di Cristo, in una santa emulazione con i loro fratelli delle altre tradizioni spirituali. La Chiesa cattolica nel Libano in seguito ai recenti avvenimenti 10. La Chiesa cattolica nel Libano ha molto sofferto per la divisione dei suoi figli, specialmente durante i recenti anni di guerra. Essa ne è stata lacerata persino dall’interno. Nel 1993, coloro che hanno preparato l’Assemblea speciale scrivevano nei Lineamenta: «La Chiesa nel Libano [...] fu, come le altre componenti del Paese, ferita nella sua carne. Ma è soprattutto nella sua coscienza che fu profondamente provata. Essa ha visto i suoi figli essere uccisi, uccidere ed uccidersi tra loro. Essa continua a soffrire per i loro litigi sempre vivaci; la segna gravemente il profondo fossato che questi anni sconvolti hanno scavato tra tanti suoi fedeli e tra questi e l’autorità ecclesiastica» (8). Da allora vanno delineandosi segni di riavvicinamento tra i membri delle Chiese sui iuris, sia negli animi che nelle strutture. Il Sinodo dei Vescovi di ciascuna Chiesa patriarcale (9) è chiamato a trattare i problemi del momento e a vegliare sull’unità del Patriarcato, con la preoccupazione di una unione sempre più forte con gli altri Patriarcati (10). D’altra parte, le Chiese orientali cattoliche nel Libano si sentono più che mai attaccate alla loro struttura patriarcale, in virtù della quale il Patriarca presiede il Sinodo dei Vescovi del suo Patriarcato. Le loro concertazioni contribuiscono a rendere visibile il mistero della Chiesa comunione (11), sia all’interno di ogni Patriarcato che nella relazione di questo con le altre Chiese patriarcali nel Paese e nella Chiesa universale. La collaborazione si fa più intensa tra i membri di una medesima Chiesa patriarcale: il Patriarca, i Vescovi, i sacerdoti, i diaconi, i religiosi, le religiose e i laici. I laici, in particolare, danno prova di una generosa disponibilità e sono pronti a rispondere ai richiami della gerarchia, alle sue richieste di collaborazione all’interno dei vari consigli diocesani o parrocchiali, nell’amministrazione dei waqfs o in altri servizi della Chiesa. Per quanto riguarda il clero, la volontà di coordinamento e di collaborazione deve manifestarsi nel quadro delle numerose strutture, quali le riunioni di sacerdoti, di sacerdoti con laici, per settori geografici o per centri d’interesse, in vista di fini pastorali o spirituali. Tale volontà è sostenuta dalla grazia dello Spirito Santo che assiste e sostiene la Chiesa. Essa merita di essere vivamente incoraggiata; è un richiamo al dialogo e a modi sani ed efficaci di lavoro comune; essa richiede altresì che tutti abbiano una buona conoscenza della natura autentica della Chiesa e del vero senso del servizio cristiano. Nell’Esortazione sulla vita consacrata, la dottrina della Chiesa come comunione, in questi anni, permette «la presa di coscienza che le sue varie componenti possono e devono unire le loro forze, in atteggiamento di collaborazione e di scambio di doni, per partecipare più efficacemente alla missione ecclesiale. Ciò contribuisce a dare un’immagine più articolata e completa della Chiesa» (12). 11. Del resto, le Chiese orientali cattoliche del Libano hanno già creato tra loro strutture di concertazione, di coordinamento e di cooperazione. Modello di riferimento è l’«Assemblea dei Patriarchi e dei Vescovi cattolici nel Libano » (APECL) (13). Questa Assemblea viene convocata regolarmente per animare la riflessione e guidare l’azione comune in funzione delle necessità pastorali. Secondo i desideri dell’Assemblea sinodale, essa si è riorganizzata, per una maggiore efficacia pastorale, con la preoccupazione di far partecipare in modo più efficace i sacerdoti e i laici al lavoro comune e alle decisioni ecclesiali. L’esperienza vissuta dai partecipanti all’Assemblea speciale per il Libano ha mostrato quanto i Pastori e i fedeli cattolici si sappiano e si vogliano quali Chiesa, e fino a qual punto essi si promuovano e si stimino reciprocamente nella loro diversità. Questo tempo di grazia rimarrà una sorgente inesauribile di energia, sia per lo slancio verso il rafforzamento della loro unità che per il dispiegamento sempre più autentico delle loro specificità. Con le altre Chiese e Comunità cristiane in Libano 12. Al termine dell’Assemblea speciale, i Padri, dopo aver dichiarato che non bastava l’unità all’interno della Chiesa cattolica, hanno manifestato la loro determinazione in favore del «dialogo con le altre Chiese cristiane per rispondere alla volontà del Signore espressa nella sua preghiera al Padre: “Padre Santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi. [...] Siano anch’essi una cosa sola, perché il mondo sappia che tu mi hai mandato” (Gv 17, 11.21)» (14). Questo impegno dei Padri del Sinodo riflette la presa di coscienza della gravità che riveste la divisione dei cristiani. Esprime anche il dolore concreto di fronte all’infedeltà alla volontà del Signore. La divisione dei cristiani, infatti, separa spesso persone che vivono fianco a fianco tutti i giorni e che si vogliono bene, che condividono la medesima fede in Cristo e nel Battesimo. Per quanto riguarda gli ortodossi e i cattolici, essi aderiscono a concezioni convergenti su punti essenziali concernenti la Chiesa e i Sacramenti. Molti cristiani, uniti dai legami del Matrimonio soffrono, personalmente e con i figli, di essere stiracchiati tra dottrine differenti sulla Chiesa e sui propri doveri nei suoi confronti. La divisione tra i cristiani non è senza conseguenze talvolta penose per la vita sociale e costituisce una contro-testimonianza agli occhi di molti compatrioti. Ma, anche se tale situazione costituisce uno scandalo dal punto di vista sia della stessa natura della Chiesa indivisa che della sua missione nel mondo, essa sembra, nel nostro tempo, poter divenire un’occasione di grazia: può servire da stimolo ed incitare di fatto i cristiani a porre tutta la loro convinzione ed energia nell’impegno in favore della comunione della Chiesa e nel compimento di gesti di reciproco perdono. Di fatto, gli ortodossi e i cattolici riprendono coscienza delle antiche tradizioni ecclesiali e sociali che li uniscono e della loro fraternità in Cristo, anche se talvolta, in passato, la loro coabitazione ha assunto un carattere tempestoso. È tuttavia «apparso chiaramente che il metodo da seguire verso la piena comunione è il dialogo della verità, nutrito e sostenuto dal dialogo della carità» (15). Tale processo dovrà essere perseguito con grande prudenza e atteggiamento di fede, sotto l’impulso dello Spirito Santo (16). Le Comunità ecclesiali uscite dalla Riforma, benché più recenti nel Libano, si ritrovano anch’esse incluse a pieno titolo in questo movimento di riavvicinamento. Tutti i cristiani del Paese desiderano ardentemente che si realizzi la loro piena unità. Insieme con essi, ed in comunione con tutti i nostri fratelli di fede in ogni parte del mondo, noi ci sentiamo invitati a raddoppiare il fervore nella preghiera, affinché si compia tale desiderio, così caro al cuore del Signore. Del resto, fin dal primo momento del cammino sinodale, i Padri hanno dispiegato ogni sforzo per far sì che, nel loro Paese, tutti i credenti in Cristo, Verbo di Dio incarnato, partecipino, almeno con la preghiera, al rinnovamento nella Chiesa (17). Relazioni con i fedeli delle religioni monoteiste e in particolare con i musulmani 13. Preoccupazione della Chiesa è di promuovere l’unità e la carità tra gli uomini e i popoli. In realtà, «non possiamo invocare Dio Padre di tutti, se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni tra gli uomini che sono creati ad immagine di Dio» (18). Noi formiamo una sola e medesima comunità umana, che Dio ha fatto abitare «su tutta la faccia della terra » (At 17, 26; cfr Gn 1, 26-30); il Signore vuole condurre gli uomini «alla conoscenza della verità » (1 Tm 2, 4) e realizzare la loro sete di felicità eterna (cfr Sal 63 [62], 2). La Chiesa cattolica considera attentamente la ricerca spirituale degli uomini e volentieri riconosce la parte di verità che entra nell’itinerario religioso delle persone e dei popoli, affermando contemporaneamente che la piena verità si trova in Cristo, inizio e termine della storia, la quale in Lui giunge alla sua pienezza. D’altro canto, mediante la propria ragione, l’uomo conosce il bene e, spinto dalla voce della propria coscienza, è tenuto a compiere il bene e a fuggire il male. «L’esercizio della vita morale attesta la dignità della persona» (19). La Chiesa manifesta grande rispetto verso quanti, quotidianamente, si sforzano di vivere rettamente secondo i valori spirituali, morali e socio-culturali fondamentali, avendo in stima la loro vita morale. L’Islam ed il Cristianesimo hanno in comune un certo numero di valori umani e spirituali incontestabili. Il Concilio Vaticano II ne ha riassunto l’essenziale: «La Chiesa guarda con stima anche i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini. Essi cercano anche di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti nascosti di Dio, come si è sottomesso Abramo, al quale la fede islamica volentieri si riferisce. Benché essi non riconoscano Gesù come Dio, lo venerano però come profeta; onorano la sua madre vergine Maria e talvolta pure la invocano con devozione. Inoltre attendono il giorno del giudizio quando Dio ricompenserà tutti gli uomini risuscitati. Così pure essi hanno in stima la vita morale e rendono culto a Dio soprattutto con la preghiera, le elemosine e il digiuno » (20). 14. In Libano, le relazioni tra cattolici e con i musulmani sono state difficili in diverse occasioni; per alcuni cittadini libanesi, esse potrebbero risentire ancora oggi della diffidenza causata da diverse incomprensioni alimentate da dolorosi ricordi. Pregiudizi fortemente radicati nei modi di pensare contribuiscono al permanere di una mancanza di fiducia reciproca. Il risveglio di varie forme di estremismo è inoltre profondamente inquietante e non potrebbe non recar danno all’unità del Paese, frenando lo slancio nuovo di cui ha bisogno e ostacolando la convivenza fra tutte le componenti della società. Per il dialogo costruttivo e il riconoscimento reciproco, al di là delle divergenze importanti tra le religioni, è necessario discernere prima di tutto ciò che unisce i libanesi in un unico popolo, in una medesima fraternità che, in Libano, si manifesta ogni giorno specialmente nella convivenza. Inoltre, cristiani e musulmani del Libano si considerano gli uni e gli altri partecipi della costruzione del Paese; e si fa sempre più vivo negli animi il desiderio di rafforzare l’intesa e la collaborazione vicendevole. Effettivamente, si costituiscono strutture di incontro per conoscersi reciprocamente in maniera sempre più approfondita e per servire insieme il Paese. Secolarizzazione e mondo moderno 15. Il Libano, tradizionalmente aperto a tutte le culture che lo attraversano, è aperto, per ciò stesso, alle idee che si sviluppano nel mondo moderno. La Chiesa è naturalmente chiamata ad essere attenta alle culture di oggi, per distinguere il buon grano dalla zizzania. Tuttavia, è importante che il Paese e la regione non si lascino prendere dal fenomeno della secolarizzazione. Alcuni ritengono che per il momento vi sia addirittura un «ritorno del religioso », di fronte al quale occorre vigilare e operare un attento discernimento circa gli atteggiamenti religiosi. Se essi attingono alle sorgenti della fede e della speranza, possono costituire occasione di una «nuova evangelizzazione» al popolo e per mezzo del popolo (21); diversamente, simili movimenti rischiano di rimanere superficiali e ambigui. Ciononostante, uno stile di vita permissivo sembra progressivamente contaminare i costumi, in particolare attraverso i mezzi della comunicazione sociale e mediante persone che, essendo rimaste per lungo tempo lontane dai loro riferimenti culturali, hanno modificato il loro senso morale e spirituale. Molte personalità, sia cristiane che musulmane, sono preoccupate per tale evoluzione. 16. Questi aspetti della situazione, in cui si trova attualmente la Chiesa nel Libano, non sono stati qui richiamati che per invitare i fedeli a riprendere coscienza più chiara dei fondamenti della fede ed a comprendere davanti a Dio la missione ricevuta dal Signore. In funzione delle concrete condizioni nelle quali si trovano attualmente, i cattolici libanesi devono distinguere in se stessi e nelle loro Chiese locali ciò che va conservato e ciò che deve essere «potato» (cfr Gv 15, 2). Questo è il senso dell’appello che ho lanciato fin dalla convocazione dell’Assemblea speciale: «La Chiesa in Libano ascolterà attentamente “ciò che lo Spirito dice alle Chiese” (Ap 3, 22), e scruterà con cura i segni dei tempi per discernere gli attuali progetti di Dio sul mondo» (22) e su di essa. I cristiani nella società civile 17. È evidente che i cristiani del Libano, come tutti i loro concittadini, sperano di godere delle condizioni necessarie allo sviluppo della persona, della famiglia, nel rispetto delle proprie tradizioni culturali e spirituali. In particolare, aspirano alla tranquillità, alla prosperità, ad un reale riconoscimento delle libertà fondamentali, quelle che tutelano ogni dignità umana e che permettono la pratica della fede; aspirano ad un sincero rispetto dei loro diritti e di quelli altrui; infine contano su di una giustizia che consacra l’uguaglianza di tutti davanti alla legge e permette a ciascuno di assumere la propria parte di responsabilità nella vita sociale. Essi sanno bene che tale progetto è per buona parte condizionato dagli anni passati in guerra e dalla grave situazione che incombe su questa regione del Medio Oriente. Sono cosciente delle attuali maggiori difficoltà: la minacciosa occupazione del sud del Libano, la congiuntura economica del Paese, la presenza di forze armate non libanesi sul territorio, il fatto che non sia ancora totalmente risolto il problema dei profughi, come pure il pericolo dell’estremismo e l’impressione di alcuni di essere frustrati nei loro diritti. Tutto ciò alimenta le passioni, così come il timore che i valori di democrazia e di civiltà rappresentati da questo Paese possano essere compromessi. Da ciò, la tentazione di lasciarlo si insinua sempre più nei Libanesi, specialmente nei giovani (23). Perché si possa concretizzare un avvenire più sereno, so che sono necessari molti sacrifici, un’ascesi personale costante in forza della quale ciascuno è esigente con se stesso prima che con gli altri, una presenza attiva, coraggiosa e perseverante nelle questioni della società; ma bisogna confidare anche sulla grazia dell’Altissimo, che trasforma i cuori e le volontà orientandoli verso il bene. L’esperienza passata e presente che i fedeli di Cristo hanno di se stessi e degli altri, attorno a loro e dovunque, è sufficiente per convincerli della potenza delle forze del male, sempre attuale e capace di oscurare le intelligenze, di indurire i sentimenti e di costituire una minaccia per l’avvenire. Ma, malgrado tutto, in loro la speranza rimane viva. Non hanno perso la fiducia in se stessi né l’attaccamento al Paese ed alla sua tradizione democratica. Il gusto di vivere che li caratterizza e quella fraternità tra tutti che si manifesta soprattutto nei momenti duri, che devono così spesso attraversare, ravvivano senza sosta la loro volontà di collaborare attivamente all’edificazione del loro Paese sulla base dei valori umani che formano la ricchezza del loro patrimonio nazionale. CAPITOLO II Nella Chiesa fondare la propria speranza su Cristo Invito alla speranza 18. I Padri del Sinodo, partendo da un attento esame della situazione attuale della Chiesa nel loro Paese, sono incessantemente tornati su due aspetti principali del mistero cristiano, che sembrava loro necessario approfondire. Si tratta per tutti i fedeli di vivere intensamente il mistero della Chiesa, comunione degli uomini con Dio e tra di loro, e di fondare la loro speranza su Cristo. In linea con le riflessioni dell’Assemblea speciale, invito i membri della Chiesa a riflettere su tali argomenti per rispondere sempre meglio, nella loro vita ecclesiale, alla volontà del Signore. Potranno così cogliere più compiutamente la portata del tema che ha guidato tutto l’itinerario sinodale: «Cristo è nostra speranza: rinnovati dal suo Spirito, solidali, testimoniamo il suo Amore». 1. La Chiesa, mistero di comunione Dimensioni di tale mistero 19. La Chiesa non si riduce alla sua dimensione visibile, che la potrebbe far apparire unicamente come una comunità confessionale organizzata; nel suo mistero, essa è in comunione con la comunità celeste invisibile: «La Chiesa della terra e la Chiesa ormai in possesso dei beni celesti, non si devono considerare come due realtà, ma formano una sola complessa realtà risultante di un elemento umano e di un elemento divino» (24) strettamente legati tra di loro. Il Concilio Vaticano II dichiara ancora che la Chiesa è un’istituzione «fornita di mezzi adatti per l’unione visibile e sociale» (25), espressione della comunione degli uomini con Dio e tra di loro. Essa «è in Cristo come sacramento, cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (26). Il destino di tutti si gioca nella Chiesa, poiché essa è «mistero dell’unione personale di ogni uomo con la Trinità divina e con gli altri uomini, iniziata dalla fede, e orientata alla pienezza escatologica nella Chiesa celeste, per quanto già incoativamente realtà nella Chiesa sulla terra» (27). Il concetto di comunione è importante per avere una giusta coscienza della natura della Chiesa. Esso implica sempre una duplice dimensione: verticale (comunione con Dio) e orizzontale (comunione con tutti gli uomini), e un duplice aspetto: visibile (condizione corporale e sociale dell’uomo) e invisibile (unione di grazia con Dio e, in Lui, con tutti gli uomini). (28). 20. La Chiesa, ad immagine del suo Signore, è una realtà «divina e umana che vive nel tempo e nello spazio, con tutto ciò che questo comporta come condizionamento storico, geografico, sociale e culturale. Essa si radica in questa realtà tangibile alla quale deve i tratti del volto che le è proprio e del suo carattere particolare» (29). La figura del «corpo» sta a significare sia che la Chiesa è «radunata attorno a [Cristo]; è unificata in lui, nel suo Corpo» (30), sia che tale «unità del corpo non elimina la diversità delle membra. “Nell’edificazione del Corpo di Cristo vige la diversità delle membra e delle funzioni. Uno è lo Spirito, il quale per l’utilità della Chiesa distribuisce i suoi vari doni con magnificenza proporzionata alla sua ricchezza e alle necessità dei servizi” (cfr 1 Cor 12, 1-11)» (31). La Chiesa si presenta nella sua interezza, come a livello di ogni comunità parrocchiale, «con una grande diversità, che proviene sia dalla varietà dei doni di Dio sia dalla molteplicità delle persone che li ricevono. Nell’unità del popolo di Dio si radunano le diversità dei popoli e delle culture. Tra i membri della Chiesa esiste una diversità di doni, di funzioni, di condizioni e modi di vita» (32). Il mistero della Chiesa si manifesta nelle Chiese particolari, poiché «nella comunione ecclesiastica, vi sono legittimamente delle Chiese particolari, che godono di proprie tradizioni» (33). La «Chiesa particolare», chiamata anche «diocesi» o «eparchia», designa in modo preciso «una porzione del popolo di Dio, che è affidata alle cure pastorali del Vescovo coadiuvato dal suo presbiterio» (34). E il Vescovo, quale successore degli Apostoli, è principio e fondamento visibile dell’unità della sua Chiesa (35), della quale assicura la crescita e la solidità, insegnando fedelmente la Parola di Dio, presiedendo, personalmente o attraverso un delegato, il culto sacro, in particolare l’Eucaristia, e governando saggiamente e in tutta carità i fedeli del gregge affidatogli (36). 21. In Libano, come in tutto l’Oriente, le Chiese particolari, ad eccezione del Vicariato apostolico latino, sono tradizionalmente riunite in Patriarcati. «Da tempi antichissimi vige nella Chiesa l’istituzione patriarcale, già riconosciuta dai primi concili ecumenici» (37). «Come padre e capo» (38) spetta al Patriarca «la giurisdizione su tutti i Vescovi, compresi i Metropoliti, il clero e il popolo del proprio territorio o rito, a norma del diritto e salvo restando il primato del Romano Pontefice» (39). Egli è il simbolo dell’unità della sua Chiesa patriarcale; garantisce la fedeltà alla tradizione liturgica, teologica, spirituale e disciplinare dell’insieme del suo Patriarcato, così come la comunione con il Successore di Pietro. «I Patriarchi coi loro sinodi costituiscono la superiore istanza per qualsiasi pratica del Patriarcato» (40). Queste antiche Chiese patriarcali conservano un patrimonio venerabile di cui conviene non soltanto rispettare e custodire, ma ancora più promuovere e incoraggiare «la vitalità, la crescita e il vigore [...] nel compimento della missione loro affidata (cfr Orientalium ecclesiarum, 1)» (41). Il Concilio Vaticano II ha chiaramente riconosciuto la loro legittimità: «Per divina Provvidenza è avvenuto che varie Chiese, in vari luoghi fondate dagli Apostoli e dai loro successori, durante i secoli si sono costituite in molti gruppi, organicamente uniti, i quali, salva restando l’unità della fede e l’unica divina costituzione della Chiesa universale, godono di una propria disciplina, di un proprio uso liturgico, di un patrimonio teologico e spirituale proprio. Alcune fra esse, soprattutto le antiche Chiese patriarcali, quasi matrici della fede, ne hanno generate altre che sono come loro figlie, con le quali restano fino ai nostri tempi legate da un più stretto vincolo di carità nella vita sacramentale e nel mutuo rispetto dei diritti e dei doveri. Questa varietà di Chiese locali, fra loro concordi, dimostra con maggiore evidenza la cattolicità della Chiesa indivisa» (42). In tale quadro, le Chiese patriarcali cattoliche in Libano possono «avere un volto profetico » (43) se ciascuna di esse riuscirà a sviluppare, in armonia con le altre e nell’assoluta fedeltà all’unità della Chiesa universale — ed anzi grazie a questa medesima unità — la propria identità e le ricchezze che la contraddistinguono. L’unità non deve essere ricercata nell’uniformità, quanto piuttosto nell’amore reciproco, nel dono di sé e delle proprie ricchezze, nella carità che unisce tutte le Chiese. È quanto le Chiese sui iuris e il Vicariato apostolico latino si sforzano di vivere in Libano, in particolare grazie all’attività dell’Assemblea dei Patriarchi e dei Vescovi cattolici del Libano (APECL), creata «affinché la vita della Chiesa in Libano divenga sorgente di armonia e di ricchezza per i suoi figli, come pure testimonianza permanente di intesa e di fruttuosa cooperazione tra tutti i libanesi» (44). Comunione nello Spirito Santo, divino soffio di unità nella diversità 22. Per comprendere la realtà profonda della vita nella Chiesa, è opportuno meditare sulla presenza in lei dello Spirito Santo che la vivifica: «I santi Padri poterono paragonare la sua funzione con quella che esercita il principio vitale, cioè l’anima nel corpo umano» (45). Lo Spirito è il grande dono del Padre (cfr At 2, 1-4) e del Figlio suo Gesù Cristo (cfr Gv 20, 22) alla Chiesa. Questo dono gratuito è il frutto della glorificazione del Signore, nella sua morte sulla Croce e nella sua Risurrezione (cfr Gv 12, 16; 13, 31-32). Cristo aveva promesso ai suoi discepoli alla vigilia della sua morte: «È bene per voi che io me ne vada, perché se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò» (Gv 16, 7). L’effusione dello Spirito nella Pentecoste suggerisce una nuova creazione. La sera della Risurrezione, Gesù alitò sui discepoli, dicendo loro: «Ricevete lo Spirito Santo» (Gv 20, 22). Donò loro un cuore solo e infuse in essi uno spirito nuovo (cfr Ez 11, 19). Questo gesto richiamava la prima creazione dell’uomo: «Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente» (Gn 2, 7); nella Pentecoste, tale gesto manifesta la creazione nuova. Il dono dello Spirito trasformò i discepoli in inviati, ad immagine del loro Maestro: «Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi» (Gv 20, 21). Essi si videro affidata una missione di perdono e di riconciliazione (cfr Gv 20, 23), missione che ristabilisce l’unità perduta sin dai tempi antichi. Nella Pentecoste il Signore radunò l’umanità attorno agli Apostoli che cantavano le sue lodi, e «ciascuno li sentiva parlare la propria lingua. [...] Parti, Medi, Elamiti e abitanti della Mesopotamia [...] Cretesi e Arabi» (At 2, 6.9.11). 23. La comunione degli uomini tra di loro e con Dio è essenzialmente opera dello Spirito Santo che ci fa essere ad immagine di Dio. È lui che offre il dono di credere in Cristo Signore (cfr 1 Cor 12, 3). Mediante il Battesimo, lo Spirito è conferito ai credenti, nei quali abita come in un tempio (cfr At 2, 38; Rm 8, 9; 1 Cor 3, 16; 6, 19) e permette loro di diventare «figli adottivi» di Dio e pertanto «eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo» (Rm 8, 17; cfr Gal 4, 1- 7). Questa adozione non è semplicemente accesso legale all’eredità, ma dono della vita divina nel quale le Tre Persone sono associate: «E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!» (Gal 4, 6) e ci configura a Cristo. «Possiamo adorare il Padre perché egli ci ha fatti rinascere alla sua vita adottandoci come suoi figli nel suo Figlio unigenito: per mezzo del Battesimo, ci incorpora al Corpo del suo Cristo e, per mezzo dell’Unzione dello Spirito che scende dal Capo nelle membra, fa di noi dei “cristi” (unti)» (46). 24. Nel giorno dell’Ascensione, Cristo affidò ai discepoli la missione: «Andate e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28, 19-20). In altre parole, la Chiesa è inviata sulle strade del mondo ad «annunciare e instaurare in tutte le genti il regno di Cristo e di Dio, e di questo regno costituisce in terra il germe e l’inizio» (47). «Così la Chiesa universale si presenta come “un popolo adunato dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”» (48), sotto un solo Capo, che è Cristo, mediante il quale e per il quale Dio ha compiuto la riconciliazione, «rappacificando con il sangue della sua croce» tutte le cose (Col 1, 20; cfr Ef 1, 10). In relazione al dono dello Spirito Santo, la Chiesa non cessa di proclamare nel Credo la propria fede nella remissione dei peccati, remissione che è un potere conferito dal Signore ai suoi ministri (49). Mediante «la comunione con Lui, lo Spirito Santo rende spirituali, [...] riconduce al Regno dei Cieli e all’adozione filiale, dona la fiducia di chiamare Dio Padre e di partecipare alla grazia di Cristo, di essere chiamati figli della luce e di aver parte alla gloria eterna» (50). L’Assemblea speciale del Sinodo dei Vescovi è stata l’occasione per un esame di coscienza destinato anzitutto a preparare la Chiesa in Libano a ricevere una più grande effusione dello Spirito. Solo lo Spirito può condurre alla metanoia, alla conversione che porterà questa Chiesa a percepire meglio la sua vocazione e a riprendere la propria strada con rinnovata vitalità, in uno spirito di riconciliazione tra cristiani e tra questi e i loro compatrioti (51). 25. Su alcuni punti importanti, relativi alla fede nel mistero della Chiesa, con le Chiese ortodosse abbiamo delle posizioni comuni. Le teologie e le spiritualità delle Chiese d’Oriente si sono sviluppate, nel corso dei secoli, essenzialmente attorno al tema della divinizzazione dell’uomo, che è già cominciata quaggiù. Questo soffio è il medesimo che ha animato l’Assemblea speciale per il Libano del Sinodo dei Vescovi: «Noi ci impegniamo a rispondere fedelmente all’opera di deificazione che Dio opera in noi, e al diffondersi del Regno di Dio sulla terra» (52). Le Chiese patriarcali cattoliche in Libano sono pertanto ben radicate nella Tradizione (53). 26. La meditazione sulla Chiesa, mistero di comunione, è dunque inseparabile da quella sul mistero della Trinità, nel quale essa ha la sua origine ed insieme la meta verso cui è incamminata. Mediante la comunione dello Spirito Santo (cfr 2 Cor 13, 13), la Chiesa partecipa alla vita intima di Dio, la cui essenza è ineffabile comunicazione d’amore tra le Tre Persone. Essa è inoltre chiamata a comunicare questa vita divina al mondo e a prolungarvi la missione del Figlio e dello Spirito. In lei si compie l’opera della Trinità. Nello Spirito Santo, essa è pertanto inseparabilmente comunione, comunicazione e missione: si tratta di caratteri che si sviluppano in costante concatenamento. È questo che fonda gli aspetti pastorali della missione della Chiesa, e più precisamente della presente Esortazione post-sinodale, poiché è l’unità trinitaria che apre all’azione ecclesiale nel mondo. In effetti, il Dio di Gesù Cristo non è rinchiuso in una eterna solitudine ma è relazione nell’unità dell’essenza tra le Tre Persone divine e, per grazia, dono di sé al mondo. Quanto conosciamo del mistero di Gesù Cristo ci insegna che la vita interna di Dio è dono totale e reciproco della natura divina tra il Padre, il Figlio e lo Spirito: il Padre, fonte eterna della divinità che riversa se stesso senza limiti sul Figlio da lui generato, il Figlio che si offre eternamente al Padre in cantico di azione di grazie, nello Spirito Santo, ipostasi sussistente di tale scambio d’amore, perfetto ed eterno. Alla luce del mistero della vita intima di Dio Trinità, noi comprendiamo meglio il mistero della Chiesa, mistero attuato con l’invio del Figlio all’umanità e reso perfetto col dono dello Spirito, grazie al quale la Chiesa cammina sulla terra in attesa della glorificazione del Padre nel compimento del Regno nei cieli. II. Cristo è la speranza dei cristiani Cristo, Buon Pastore del suo Popolo 27. È in Cristo, Verbo di Dio incarnato, morto e risuscitato, misteriosamente presente in mezzo a loro e con loro sulle strade del mondo, che fondamentalmente si radica la speranza dei fedeli di tutta la Chiesa. Su queste strade, è il loro Buon Pastore, la loro vera Luce e la potenza di Dio in mezzo ad essi. La figura del Buon Pastore, che si ritrova nelle più antiche tradizioni, è stata anche uno dei temi tra i più costanti del Cristianesimo. Il Signore stesso si è così descritto (cfr Gv 10, 11). I cristiani riconoscono in essa una immagine notevolmente espressiva della persona di Gesù Cristo. Egli è Colui che li ha amati fino all’estremo dell’amore (cfr Gv 13, 1). «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 13). Egli ha donato la sua vita per amore, liberamente e volontariamente (cfr Gv 10, 18). Gesù è interamente penetrato dal suo amore infinito di Figlio verso il Padre. Non è per fare la propria volontà che è disceso dal cielo, ma per compiere la volontà di Colui che l’ha inviato (cfr Gv 6, 38). Gesù stesso ha detto: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3, 16) e: «Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell’ultimo giorno » (Gv 6, 40). Meditiamo instancabilmente l’inno antico che ci riporta san Paolo: «Egli, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce» (Fil 2, 6-8). La Lettera agli Ebrei mostra in termini vigorosi il senso del sacrificio del Signore: «Ed è appunto per quella volontà [del Padre] che noi siamo stati santificati, per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre» (10, 10). 28. La speranza cristiana si fonda sulla fede in Gesù Cristo e sul dono del suo amore. Per «la fede (che) è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono» (Eb 11, 1), noi tendiamo verso il compimento delle promesse del Signore. Questa speranza «risponde all’aspirazione alla felicità, che Dio ha posto nel cuore di ogni uomo; essa assume le attese che ispirano le attività degli uomini; le purifica per ordinarle al Regno dei cieli; salvaguarda dallo scoraggiamento; sostiene in tutti i momenti di abbandono; dilata il cuore nell’attesa della beatitudine eterna. Lo slancio della speranza preserva dall’egoismo e conduce alla gioia della carità» (54). Ed è l’amore che dona tutto il suo dinamismo alla speranza. Non si tratta tanto di ricercare una felicità individuale, quanto di ricercare la felicità di coloro che si amano, di tutta la comunità umana nella quale si vive. L’amore, in effetti, è all’origine dell’Incarnazione del Verbo di Dio, della venuta dello Spirito Santo e della fondazione della Chiesa, comunione degli uomini con Dio e tra di loro. Noi riponiamo la nostra speranza nella persona stessa di Gesù, Emanuele, Dio-con-noi. Il desiderio di essere uniti al Signore e di essere in comunione con i propri fratelli è l’espressione più alta della speranza e dell’amore cristiani. Siamo generalmente lontani dal vivere pienamente questo desiderio, la cui sorgente è in Colui che ci ha salvati con il suo sangue e rivivificati con la sua Risurrezione. Egli è, in effetti, il capo del corpo del quale noi diveniamo le membra mediante il Battesimo e al quale noi ci conformiamo sempre maggiormente attraverso l’Eucaristia; Egli è la vite della quale noi siamo i tralci e la sua vita divina scorre in noi. È lo Spirito che ha ispirato alla Chiesa di lasciarsi conquistare da questa «speranza [che ci] spinge costantemente alla rinascita [...] al fine di configurarci a Cristo» (55). Nella speranza del compimento finale del disegno di Dio, lo Spirito e la Chiesa dicono: ««Vieni!». Chi ha sete venga; chi vuole attinga gratuitamente l’acqua della vita. [...] Amen. Vieni, Signore Gesù» (Ap 22, 17.20). Il Verbo Incarnato è Buon Pastore del suo popolo per sempre. È venuto a ritrovare la pecora smarrita ed a ricondurla presso il Padre (cfr Lc 15, 4-7). Dall’alto del cielo, dove è andato a prepararci un posto (cfr Gv 14, 2), intercede per noi presso il Padre (cfr Rm 8, 34; 1 Gv 2, 1; Eb 2, 17). Ha affidato a Pietro (cfr Gv 21, 15-17), agli altri Apostoli e, dopo di essi, ai loro successori di vegliare fedelmente sul suo gregge nell’attesa del suo ritorno alla fine dei tempi. Egli ha inviato lo Spirito Santo alla sua Chiesa e, sottraendosi ai loro occhi (cfr At 1, 9) il giorno dell’Ascensione, ha assicurato la sua presenza: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20). Cristo, luce vera del mondo 29. Le molteplici difficoltà che i fedeli del Libano hanno dovuto affrontare lungo i secoli e che continuano a conoscere sotto diverse forme — dovute alla loro debolezza o alle circostanze esteriori — costituiscono sovente un ostacolo serio alla loro speranza (56). Auguro che tutti possano ascoltare l’appello dei Padri sinodali, a conclusione del loro Messaggio. Loro punto di partenza era la meditazione di una grande pagina dei Vangeli del Signore risuscitato (cfr Lc 24, 13-35): «Noi siamo questi discepoli di Emmaus [...]. Anche noi abbiamo dubitato della presenza tra noi di Cristo Risorto. Egli però si è unito a noi lungo il cammino [...]. Anche noi lo abbiamo pregato: “Resta con noi perché si fa sera”. Poi lo abbiamo riconosciuto nello spezzare il pane, poiché Egli è colui che spezza il pane e lo fa condividere. Ritorneremo quindi tra di voi per dire: Fratelli e sorelle non abbiate paura, Cristo è risorto; l’abbiamo ritrovato; non lo lasceremo più» (57). Sì, è Gesù che apre gli occhi degli uomini, perché essi riconoscano la sua presenza. Nella sua luce, i discepoli comprendono che Egli domanda loro di vivere una speranza esigente: «Sperare è impegnarsi» alla condivisione e alla comunione, così come lo domanda l’Assemblea speciale (58). 30. Cristo è luce vera che, attraverso la sua Persona, la sua opera e il suo insegnamento, ravviva in noi la speranza in tutte le sue dimensioni. Nella sua Persona noi scopriamo il senso del nostro essere e della nostra missione. Perché Egli è «un solo e medesimo Figlio, perfetto nella sua divinità e perfetto nella sua umanità, consustanziale al Padre per la divinità e consustanziale a noi per l’umanità» (59), apprendiamo che la sete d’assoluto, che caratterizza la nostra natura umana, non è vana. Con Lui ed in Lui, il Regno dei cieli, nome biblico dell’intimo incontro dell’umanità con il suo Signore e della sua unione a Lui, è già in mezzo a noi (cfr Mt 12, 28). Nella storia, attraverso i piccoli e grandi avvenimenti, comincia già l’incontro con Dio e sono vissuti impegni costruttivi, che hanno un vero valore d’eternità. Il Concilio Vaticano II ha insegnato che «la speranza escatologica non diminuisce l’importanza degli impegni terreni, ma anzi dà nuovi motivi a sostegno della attuazione di essi» (60). 31. Il Regno di Dio, preparato nell’Antico Testamento, inaugurato nel Nuovo, raggiungerà la sua pienezza alla fine dei secoli. Fin da ora «con la sua risurrezione costituito Signore, egli, il Cristo, al quale è stato dato ogni potere, in cielo e in terra, agisce nel cuore degli uomini in virtù del suo Spirito» (61). Certo, alla fine dei tempi, quando Cristo avrà ricapitolato tutte le cose in se stesso (cfr Ef 1, 10), affinché «Dio sia tutto in tutti» (1 Cor 15, 28), la realizzazione definitiva del disegno divino ci sorprenderà. Tuttavia, come nell’uomo Gesù la divinità non ha dissolto l’umanità, ma l’ha elevata alla sua più alta perfezione, nello stesso modo, la nostra incorporazione a Cristo e la ricapitolazione dei tempi e della storia in Lui non aboliranno il valore di questo mondo, ma lo perfezioneranno: «Infatti, i valori, quali la dignità dell’uomo, la comunione fraterna e la libertà, e cioè tutti i buoni frutti della natura e della nostra operosità, dopo che li avremo diffusi sulla terra nello Spirito del Signore e secondo il suo precetto, li ritroveremo poi di nuovo, ma purificati da ogni macchia, illuminati e trasfigurati [...]. Qui sulla terra il regno è già presente, in mistero; ma con la venuta del Signore, giungerà a perfezione » (62). Nel «nuovo cielo» e nella «nuova terra », che allora prenderanno il posto degli attuali, riconosceremo con gioia le tracce di ciò che c’era di più bello in questo mondo e di ciò che di migliore vi abbiamo compiuto. 32. L’appello del Sinodo, «Sperare è impegnarsi», significa che i cristiani hanno una responsabilità effettiva per affrettare la realizzazione dei disegni di Dio; possono e devono contare sulla presenza attuale del Risorto in mezzo ad essi e sull’azione silenziosa dello Spirito nel mondo, ma, guidati e sostenuti dalla Parola di Dio e dalla grazia, devono essi stessi agire. Dio persegue l’economia della salvezza con la collaborazione, liberamente offerta, dei giusti. È il «sì» di Maria che ci ha procurato l’Incarnazione del Figlio ed è grazie alla risposta volontaria degli Apostoli all’appello del Signore che la sua Parola divina ci è pervenuta. Chi annuncia il Vangelo è «cooperatore di Dio» (1 Cor 3, 9). Attraverso la mediazione della Chiesa e aiutati dalla testimonianza dei nostri fratelli, noi continuiamo, secondo la volontà espressa di Gesù (cfr Mt 28, 18-20; Gv 20, 21- 23), a ricevere la vita divina, ad essere uniti al Corpo di Cristo e ad essere riconciliati con Dio. Oggi ancora, è volontà di Cristo che i cristiani del Libano facciano conoscere ed amare il suo Nome. In questa prospettiva, i Padri del Sinodo non hanno trascurato alcun aspetto della vita personale e pubblica, religiosa e politica, dei loro fedeli: «Nelle nostre preghiere e nelle nostre riflessioni, nessuna questione essenziale è stata esclusa, nessuna categoria di persone è stata dimenticata, nessuna difficoltà è stata attenuata » (63). Essi sintetizzano così gli sforzi dispiegati con tutti i loro fedeli, clero e laici, durante il cammino sinodale per discernere i «segni dei tempi» inscritti nella vita delle persone e delle Chiese locali, alla luce della vita e dell’insegnamento del loro Maestro e Signore, nostro riferimento ultimo: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (Gv 6, 68-69). Nella chiarezza del Vangelo, proclamavano che la speranza doveva stimolare i fedeli nei loro impegni, senza esitazione, in spirito e verità, in comunione con Dio e con i membri della Chiesa, per rendere ogni giorno la vita sociale e nazionale più fraterna e più giusta. 33. La speranza dei cristiani del Libano è dunque essenzialmente di rispondere alle esigenze di Cristo, là dove sono posti, così come scrive la Lettera a Diogneto: «Essi sono nella carne, ma non vivono secondo la carne. Trascorrono la loro vita sulla terra, ma sono cittadini del cielo» (64) e si sentono impegnati a rendere percepibile l’amore del Signore. Ricorderò qui le sagge parole del Consiglio dei Patriarchi cattolici d’Oriente, indirizzate ai fedeli del Libano: «Le situazioni difficili con le quali ci dobbiamo confrontare non ci devono portare a fuggire, a porci lontano dal nostro universo, o a disgregarci in esso. Devono ricondurci piuttosto alle radici della nostra fede per trovare in esse la forza, la costanza, la fiducia e la speranza » (65). In questa perturbata regione del mondo, i cristiani devono prendere coscienza della gravità della loro missione: «La nostra presenza cristiana — hanno detto ancora i Patriarchi — non vuole essere una presenza per noi stessi. Perché Cristo non ha fondato la sua Chiesa perché sia al servizio di se stessa, ma perché sia una Chiesa confessante e portatrice di una missione, la missione stessa del suo Fondatore e Maestro. L’insuccesso della testimonianza e della missione nella nostra vita cristiana e nel nostro cammino ecclesiale si tradurrebbe nella smentita di noi stessi e della missione per la quale il nostro Salvatore ci ha chiamati» (66). I cristiani sono chiamati senza sosta a superare le loro inquietudini per la propria sorte, per provare il vero timore dei saggi di Dio (cfr Pro 1, 7; Sal 111 [110], 10; At 10, 34-35), quello di non esserGli fedeli e di venir meno alla sua giustizia: «Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima» (Mt 10, 28). Avere fiducia in Dio significa innanzi tutto essenzialmente consacrarsi senza indugio al servizio del Regno di Cristo: «Per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete [...]. Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta » (Mt 6, 25.33). 34. Ogni persona umana, lungo la sua strada, incontra la sofferenza. Il discepolo non è più grande del Maestro; come Lui, deve accettare la Croce. Il cristiano non ricerca la sofferenza, deve lottare contro di essa, per se stesso e per gli altri (67), perché sa che è un male, una conseguenza del peccato degli uomini fin dalle origini (cfr Gn 3, 16-19). Ma quando essa è ineluttabile, la sopporta nella fede, in risposta alla richiesta del Signore: «Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16, 24). Questa croce comprende inevitabili dolori nella vita degli uomini, ma comprende anche per il credente la sofferenza d’essere lui stesso un ostacolo all’amore di Cristo, un riflesso sfigurato del suo volto. Per la grazia di Colui che ha vinto la morte ed il peccato, un’altra logica deve ormai guidare il cristiano: «Se uno è in Cristo, è una creatura nuova» (2 Cor 5, 17), che obbedisce alla «Legge di Cristo» (Gal 6, 2), quella delle Beatitudini e della carità che non conosce limiti. Questa «Legge di Cristo» è frutto dello Spirito Santo, è «carità, gioia, pace, longanimità, benevolenza, bontà, fiducia negli altri, dolcezza, dominio di sé» (Gal 5, 22-23). Essa è l’opposto della legge del mondo, sottomesso alla forza del peccato che produce «fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere» (Gal 5, 19-21). Come ricorda san Paolo, ogni persona fa l’esperienza nella sua carne e nel suo spirito di questa tensione caratteristica della condizione delle creature peccatrici: «Acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra» (Rm 7, 22-23). E le conseguenze dell’influenza del peccato possono compromettere gravemente la pace sociale ed alimentare scontri che distruggono. In ogni croce che egli accetta di portare per amore di Cristo, il credente sa di partecipare con Lui alla salvezza del mondo: «Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1, 24). Sa inoltre che l’ultima parola di questo confronto con il male, quando esso è condotto in Cristo, è il trionfo della risurrezione: «Se infatti siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione» (Rm 6, 5; cfr Fil 3, 10-11). Alla luce della Persona, della vita e dell’insegnamento del Salvatore, la Chiesa cattolica in Libano è chiamata a rinnovarsi, con il dinamismo della speranza e la generosità dell’amore, se necessario anche a prezzo di reali sacrifici (68), in assoluta fedeltà al Signore, alla missione che Egli le ha affidata e allo Spirito nel quale vuole che essa si compia. Cristo, Potenza di Dio 35. Il dramma vissuto durante questi ultimi anni dalla Chiesa cattolica in Libano è stato per essa una dolorosa occasione per sperimentare la necessità della conversione al fine di vivere il Vangelo, per rimanere nell’unità, per dialogare sinceramente con le altre Chiese e Comunità cristiane tendendo verso la piena unità, per così costruire, con gli altri cittadini, una società capace di aperto dialogo, di convivialità e di attenzione verso gli altri, soprattutto verso i fratelli più bisognosi. È evidente che tale rinnovamento supera assolutamente le forze umane. Questo, i cristiani lo sanno e ci tengono a proclamarlo, affinché Dio ne sia glorificato. Essi tuttavia sanno porre la loro fiducia in Dio «ricco di grazia e di fedeltà » (Es 34, 6), e del quale «i doni e la chiamata sono irrevocabili» (Rm 11, 29), lui che conosce la profondità della nostra debolezza. Ripongono la loro fiducia in Gesù Cristo, giacché «tutte le promesse di Dio hanno il loro sì in lui» (2 Cor 1, 20), e «se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso» (2 Tm 2, 13). Pongono la loro fiducia nello Spirito Santo che ricorda loro tutto quello che Gesù ha insegnato (cfr Gv 14, 26), che dà loro di rigenerarsi (cfr Rm 7, 6), di formare un solo corpo (cfr 1 Cor 12, 13) e di crescere nella comunione e nell’unica speranza (cfr Ef 4, 3-4). La Chiesa in Libano deve poggiarsi su Cristo, cuore della sua speranza, Lui, il Verbo incarnato che ha vinto il peccato e la morte. È vero che il male e la morte non sono eliminati e che tutti risentono le conseguenze del peccato, sia a livello individuale che nelle relazioni interpersonali ed intercomunitarie. Ma per mezzo di Cristo gli uomini possono essere in comunione di vita con Dio, e gli uni con gli altri. Per vincere la paura, per convertirsi all’umiltà, per essere capaci di disinteresse, per superare l’egoismo, per comprendere che «vi è più gioia nel dare che nel ricevere» (At 20, 35), e che è più fecondo occuparsi degli altri che chiudersi in se stessi, nessuno può contare sulle sole sue forze. Cristo d’altronde ci ha avvertiti: «Senza di me non potete fare nulla» (Gv 15, 5). Egli ha anche confortato san Paolo: «Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (2 Cor 12, 9); ed ha dichiarato ai discepoli: «Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!» (Gv 16, 33). 36. È per questo, cari figli e figlie della Chiesa cattolica libanese, che l’Assemblea speciale del Sinodo dei Vescovi vi esorta a lasciarvi afferrare da Cristo, per progredire nella comunione che Lui solo può rendere perfetta. Potrete allora proseguire con coraggio un dialogo sincero e costruttivo con i vostri concittadini. Tale dialogo suppone tutta un’ascesi dell’ascolto e della parola: volere e sapere comprendere il senso profondo del discorso e del comportamento dell’interlocutore, afferrare la sorgente della sua esperienza e le prospettive umane nelle quali si trova, esprimersi in modo che la parola possa essere compresa realmente dall’altro e comportarsi secondo il Vangelo così che la testimonianza della vita renda credibile la parola. Così sarete fedeli alla missione evangelizzatrice affidata dal Signore alla sua Chiesa: «Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni [...] insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28, 19-20). Dal punto di vista della fede e della carità, andare verso l’altro non può limitarsi a comunicargli ciò che noi abbiamo compreso del Signore, ma consiste anche nel ricevere da lui il bene e il vero che gli è stato dato di scoprire. Progrediamo così in una conoscenza sempre più grande dell’unico vero Dio e di Colui che Egli ha inviato, il Figlio Gesù Cristo (cfr Gv 17, 3). Perché se «la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo» (Gv 1, 17), lo Spirito di Dio che soffia nella Chiesa, soffia anche in tutta la comunità umana. Come insegna il Concilio Vaticano II, «dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire a contatto, nel modo che Dio conosce, col mistero pasquale» (69). Nel cuore di tutti gli uomini di buona volontà lavora invisibilmente la grazia (70). Tutto questo la Chiesa lo ha appreso da Cristo, Buon Pastore; da Lui essa riceve la forza di viverlo, affinché gli uomini credano in Lui ed entrino nella nuova vita. Come Giovanni Battista, essa vive per «rendere testimonianza alla luce» (Gv 1, 7), perché lo Spirito le ha rivelato che il Verbo è «la luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 1, 9), e che Egli è l’unica «Potenza di Dio e Sapienza di Dio» (1 Cor 1, 24). In lui e per lui l’uomo conosce se stesso, scopre il senso della vita e acquisisce la capacità di impegnarsi nella vera vita e di trascinarvi anche gli altri.
CAPITOLO III Sinodo per il rinnovamento della Chiesa Convocazione e lavori del Sinodo 37. L’Assemblea Speciale per il Libano del Sinodo dei Vescovi è stata convocata anzitutto perché la Chiesa cattolica in Libano sia rinnovata in Cristo nostra speranza, mediante lo Spirito Santo, affinché sia cioè fedele alla sua vocazione, alla sua missione ed alla sua ragion d’essere nel disegno d’amore del Padre per la salvezza di tutti gli uomini. In risposta all’invito che avevo fatto nella mia Lettera ai Patriarchi, Arcivescovi e Vescovi cattolici del Libano (71), i Lineamenta proponevano a tutti i cattolici libanesi una seria ricerca sulla fedeltà nel passato alla missione voluta dal Signore. «Nella situazione attuale [...] la Chiesa in Libano si interroga se è stata fedele, se è ancora fedele a ciò che il Signore le ha riservato, in se stessa e per la sua missione» (72). Le riflessioni a partire dai Lineamenta sono state sintetizzate nell’Instrumentum laboris e, su questa base, i Padri Sinodali hanno indicato a grandi linee gli ambiti nei quali il rinnovamento è necessario, come pure sono necessarie profonde conversioni; ciò esige prima di tutto un itinerario continuo di preghiera, di sacrificio e di riflessione, per porsi sotto l’azione dello Spirito e per fare la volontà di Dio, poiché è Lui che fa crescere e noi siamo suoi cooperatori (cfr 1 Cor 3, 5-9). In un primo tempo, i Padri hanno specificato cosa significhi «essere rinnovati nello Spirito da Cristo». Poi, sotto lo sguardo di Cristo, si sono chiesti con tutta sincerità a quale rinnovamento sono chiamati i cattolici libanesi, ciascuno secondo il proprio carisma in seno alla propria Chiesa particolare, come pure nell’insieme della Chiesa cattolica. In seguito, hanno indagato sulle trasformazioni da operare nelle principali strutture e istituzioni ecclesiali. Infine, con grande sollecitudine pastorale, hanno delineato come dare inizio a tale rinnovamento e come formarvi i fedeli. Lo Spirito Santo, agente di rinnovamento 38. «La speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5, 5). Il Cristo non ci lascia orfani nelle nostre tribolazioni; viene in soccorso alla nostra debolezza, per far di noi dei discepoli secondo il suo cuore. Ci ha dato il suo Spirito come Consolatore e sorgente di verità: «Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza» (Gv 15, 26). «Quando verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera [...] e vi annunzierà le cose future» (Gv 16, 13). Per rafforzare la fede, la speranza e la carità dei fedeli e per ravvivare il loro ardore missionario, è verso tali «cose future» che occorrerà puntare lo sguardo, poiché è in funzione del senso della storia, della quale il Cristo è l’alfa e l’omega, e in funzione della felicità alla quale egli ci invita, che i cattolici libanesi sono chiamati a convertirsi e a cambiare la propria vita sotto l’azione dello Spirito; così, a poco a poco, apparirà su questa terra, un mondo nuovo con l’aiuto dello Spirito Santo, che ci comunica la vita nuova che viene da Dio (73). Ecco perché il rinnovamento che il Sinodo deve favorire sarà, in primo luogo, opera dello Spirito Santo. Tutti i membri della Chiesa si devono porre al suo ascolto, riconoscendo di aver peccato quando hanno fatto la propria volontà piuttosto che quella divina (cfr 1 Sam 7, 1-17), e quando hanno voluto realizzare i propri progetti personali piuttosto che costruire il Corpo di Cristo, seguendo umilmente Colui che ne è il Capo e solo può condurre la Chiesa al suo compimento (74). La collaborazione di tutti all’azione dello Spirito Santo è la risposta costante al grande dono del rinnovamento: «Camminate secondo lo Spirito. [...] Se pertanto viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito» (Gal 5, 16.25). A tale scopo, l’Assemblea sinodale invita insistentemente i battezzati in un solo Spirito ad abbeverarsi alla sua fonte (cfr 1 Cor 12, 13) per portare frutti nella propria vita personale, e per il rinnovamento di tutta la Chiesa (cfr Gal 5, 22-24) (75). I. Le sorgenti e i frutti del rinnovamento La Parola di Dio 39. Lungo il suo pellegrinaggio verso il Regno, del quale costituisce sulla terra il germe e l’inizio (76), la Chiesa è nutrita dalla Parola vivente di Dio mediante lo Spirito, che è stato anche l’ispiratore degli Autori sacri, offrendo così ogni giorno al Popolo di Dio la possibilità di accedere alla pienezza del senso di tale Parola e di contemplare il Verbo di Dio che «si è vestito della carne affinché noi potessimo vestirci dello Spirito» (77). «Nei Libri Sacri, infatti, il Padre che è nei cieli viene con molta amorevolezza incontro ai suoi figli ed entra in conversazione con loro; nella Parola di Dio poi è insita tanta efficacia e potenza, da essere sostegno e vigore della Chiesa, e per i figli della Chiesa saldezza della fede, cibo dell’anima, sorgente pura e perenne della vita spirituale» (78). Sulla scia dei Padri Sinodali, invito dunque tutti i fedeli ad un ascolto rinnovato di Dio che, nel Verbo fatto carne, ha dato tutto al mondo, e «del quale la Sacra Scrittura è testimone privilegiato, fedele e veritiero» (79). Riprendendo l’orientamento di san Girolamo, il Concilio Vaticano II non ha mancato di attirare l’attenzione dei cristiani sul posto che bisogna accordare alla Parola di Dio, poiché «l’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo» (80). Lungo la loro storia, le Chiese d’Oriente hanno sviluppato la lettura della Parola di Dio, perché «ciascuno, secondo i propri bisogni, impara dalla Scrittura ispirata» (81), specialmente mediante la lectio divina che permette di scoprire che «esiste nelle Sacre Scritture una specie di forza che è sufficiente, anche senza spiegazioni, a colui che le legge» (82). Sull’esempio dei Padri, l’Oriente cristiano ha fatto una lettura mirabile della Scrittura, mediante un’esegesi sapienziale che unisce strettamente la teologia e la vita spirituale. L’Assemblea sinodale ha evidenziato in modo particolare il legame vitale che unisce la Parola di Dio e la Chiesa nel mistero di Cristo, morto e risorto, Pane di vita per quanti credono in lui (cfr Gv 6). È il Cristo, Verbo di Dio, che viene proclamato nella Chiesa ed è lui che la nutre alle due mense della Parola e del suo Corpo e che, in tale maniera, la edifica (83). «Noi abbiamo il cibo datoci dagli Apostoli [la Parola di Dio]; nutritevene e non sentirete debolezza alcuna. Mangiate anzitutto questo alimento, così da poter poi giungere al nutrimento di Cristo, al cibo del Corpo del Signore» (84). Per tale ragione la Chiesa in Libano è spinta oggi dallo Spirito Santo ad accogliere la Parola di Dio, ad annunciarla e a metterla in pratica. Così, nel ministero dei sacerdoti, l’insegnamento del mistero cristiano deve occupare un posto preminente e divenire oggetto di una preparazione minuziosa. In effetti, a confronto con culture e scienze che pongono delle domande importanti alla fede, i nostri contemporanei hanno bisogno di una formazione organica, di una seria cultura religiosa e di una vita spirituale forte, se vogliono seguire il Cristo. Desidero attirare particolarmente l’attenzione dei Pastori sulle omelie domenicali, che devono essere preparate con molta cura, attraverso la preghiera e lo studio. A tale proposito, incoraggio vivamente l’iniziativa di offrire ai sacerdoti dei sussidi contenenti analisi esegetiche che possono aiutare la meditazione personale e che permettono di preparare più intensamente le omelie. Esse hanno quale principale funzione quella di aiutare i fedeli a vivere la fede nella loro esistenza quotidiana e ad entrare in dialogo con i loro fratelli. Allo stesso modo, la diffusione della Bibbia stampata e l’opportunità offerta ai laici di prendere parte a sessioni formative di esegesi permettono ad «un numero più grande di leggere la Parola di Dio, di meditarla, di pregarla e di viverla» (85). La Tradizione apostolica 40. È mediante l’indefettibile assistenza dello Spirito Santo che viene trasmessa nella Chiesa la Tradizione ricevuta dagli Apostoli, la quale è «memoria viva del Risorto» (86). Sotto forme diverse, la Tradizione apostolica ha evangelizzato le culture presenti in Libano, avendo cura di valorizzare le ricche sensibilità spirituali e le lingue locali. Accanto alla tradizione armena che nella sua originalità è legata ai Padri cappadoci e siriaci, vi è l’antichissima tradizione antiochena, d’origine sia ellenistica che aramaica. Tutte queste radici sono comuni alle Chiese orientali cattoliche e alle Chiese ortodosse. Tale santa e vivente Tradizione pluriforme è stata trasmessa dai Padri della Chiesa e dagli autori spirituali, dalla divina Liturgia, dall’esempio dei martiri, dei santi e delle sante. La fedeltà alla Tradizione permette un vero «ritorno alle fonti» mediante il quale lo Spirito Santo vuole rinnovare ogni Chiesa particolare, e sviluppare la comunione tra tutte (87). Docile a Dio Trinità, il fiume della grande Tradizione vivente anima la Chiesa, affinché essa annunci in ogni cultura e ad ogni epoca il mistero cristiano. «Nella misura in cui la Chiesa si è sviluppata nel tempo e nello spazio, la comprensione della Tradizione, della quale è portatrice, ha conosciuto anch’essa le tappe di uno sviluppo, la cui investigazione costituisce, per il dialogo ecumenico e per ogni autentica riflessione teologica, un percorso obbligatorio» (88). 41. Durante l’Assemblea sinodale, molti interventi hanno deplorato che i fedeli ignorino la propria tradizione ecclesiale e quelle dei loro fratelli. Altri hanno affermato che il radicamento delle Chiese di Antiochia nella loro comune tradizione è un’esigenza vitale per il proprio rinnovamento, per la comunione tra le Chiese patriarcali cattoliche che da essa dipendono, per il dialogo ecumenico e per la missione (89). Per tale ragione, è importante insistere sul recupero del valore delle tradizioni patristiche, liturgiche e iconografiche della Chiesa cattolica in Libano, tradizioni che offrono al popolo libanese dei percorsi spirituali per incontrare il Dio vivo e vero, e per divenire l’icona vivente di Cristo (90). Occorrerà anche proseguire la valorizzazione degli scritti arabi cristiani nel campo della teologia, della spiritualità, della liturgia e della cultura generale; si tratta di altrettanti tesori che hanno arricchito la tradizione antiochena a partire dal VII secolo. Infine, a livello dei mezzi, molte iniziative sono da promuovere o da incoraggiare: ricerche scientifiche, traduzioni, programmi rinnovati negli organismi di formazione teologica e catechetica, proposte di formazione per adulti e giovani, come pure biografie dei testimoni della fede di tutti i tempi, la conoscenza dei santuari della tradizione e la preoccupazione di far conoscere le tradizioni delle Chiese orientali nelle comunità cattoliche della diaspora (91). La liturgia 42. È soprattutto nella Celebrazione eucaristica che lo Spirito Santo rinnova la Chiesa, conformandola sempre più al suo Signore. L’Eucaristia è il pane quotidiano che ci unisce a Cristo, che fa di noi membra vive del suo Corpo e che ci mantiene nell’unità (92). In tal modo, noi diveniamo ciò che riceviamo, per «riflettere come uno specchio la gloria di Dio, con viso scoperto e una coscienza pura» (93). La Liturgia, fonte e culmine della vita e dell’azione della Chiesa, è la celebrazione del mistero pasquale, specialmente nell’Eucaristia, ma anche negli altri Sacramenti e nell’ufficio divino, chiamato pure «Liturgia delle ore». Nel corso dell’anno, in particolare nelle chiese parrocchiali dove si raduna la comunità cristiana è nella celebrazione dei «Santi Misteri» che la Parola di Dio è in maniera efficace «spirito e vita» (Gv 6, 63) e che la Tradizione santa manifesta maggiormente la sua forza vivificante. La conoscenza intima della Santa Trinità si realizza particolarmente nella costante preghiera della Chiesa, mediante Cristo, unico mediatore tra Dio e gli uomini, e mediante lo Spirito che ci sospinge a ripetere incessantemente Abbà, Padre (94). Lungo i secoli si è sviluppata «la ricchissima innografia liturgica [...]: quegli inni sono in gran parte delle sublimi parafrasi del testo biblico» (95), che i fedeli assimilano per nutrire la loro preghiera. Partecipazione alla liturgia celeste e anticipazione del «mondo che verrà», la Divina Liturgia è il dono grazie al quale le Chiese orientali hanno potuto mantenersi salde nella speranza attraverso secoli di tribolazioni. Sorgente perenne che ha nutrito e animato la fede, essa necessita oggi di un approccio pastorale nuovo, conforme agli orientamenti del Concilio Ecumenico Vaticano II, nella fedeltà alle tradizioni spirituali specifiche. Tale attenzione rinnovata è essenziale affinché si sviluppi la pastorale liturgica e sacramentale, e tutti i fedeli possano partecipare più attivamente alla vita liturgica; così, le celebrazioni diverranno sempre più vere e più significative (96). Raccomando ai Pastori di vigilare a che le riforme liturgiche intraprese conservino la bellezza e la dignità delle celebrazioni, che formano un patrimonio comune alle Chiese orientali; è indispensabile che tali riforme non snaturino il senso teologico dei Santi Misteri, così che, secondo le norme della Chiesa cattolica e nel rispetto delle tradizioni ecclesiali proprie, le diverse Chiese particolari abbiano coscienza di essere in comunione e in armonia con tutta la Chiesa (97). Perché le riforme riescano, sarà opportuno seguire i criteri offerti dall’Istruzione per l’applicazione delle regole liturgiche del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, pubblicata dalla Congregazione per le Chiese Orientali (98). Perché sia messo in atto tale rinnovamento, il Padri Sinodali hanno insistito su talune condizioni indispensabili, quali il lavoro di commissioni liturgiche al livello dei Sinodi dei Vescovi delle Chiese patriarcali, delle Eparchie o delle parrocchie, la formazione iniziale e permanente dei sacerdoti, dei diaconi e dei responsabili laici, la conoscenza delle tradizioni e della pastorale liturgica. Lungi da ogni ricerca di prestigio, tutti avranno a cuore di far emergere la verità profonda e la bellezza del mistero della fede che viene celebrata (99). La preghiera personale e comunitaria 43. Al termine degli interventi in sessione plenaria, la Relazione di sintesi dell’Assemblea sinodale ha ricordato con coraggio come le trasformazioni nella vita personale e sociale necessitano di una liberazione profonda nel seno stesso della Chiesa cattolica in Libano, la liberazione interiore che ci viene da Cristo attraverso la vita spirituale. Prima dunque di trasformare le proprie strutture, è urgente che la Chiesa in Libano si lasci trasformare da Cristo e compia pienamente in ogni fedele l’opera della «deificazione», tema così caro alla teologia orientale (100). «Per la potenza dello Spirito che dimora nell’uomo la deificazione comincia già sulla terra, la creatura è trasfigurata e il Regno di Dio è inaugurato» (101). È pertanto importante che tutto sia posto in opera affinché i fedeli siano guidati nell’iniziazione alla preghiera personale e comunitaria e possano ravvivare la loro vita spirituale nel loro ambiente di ogni giorno e in luoghi di silenzio e di accoglienza e nei monasteri. È motivo di consolazione inoltre che si stiano sviluppando gruppi di preghiera, chiamati ad essere autentiche comunità ecclesiali e testimoni della forza ottenuta mediante la preghiera. II. Il rinnovamento delle persone L’unità nella diversità 44. Uno dei temi principali dell’Assemblea sinodale dedicata al Libano è quello dell’unità nella diversità. I Padri hanno voluto sottolineare a più riprese il necessario rispetto dell’identità di ogni gruppo e di ogni persona, come pure l’urgente bisogno di superare le barriere che la storia ha innalzato tra le comunità cristiane libanesi, affinché tutti insieme divengano «le pietre di costruzione di una torre [...] costruita sulla roccia della fede» (102). Tale desiderio di collaborazione e di apertura non si è manifestato soltanto al livello delle diverse Chiese locali nel loro insieme, ma anche al livello delle differenti categorie che compongono il Popolo di Dio. Ognuno ha il diritto di essere rispettato nel proprio cammino spirituale, ma tutti devono impegnarsi sulla via del dialogo con i propri fratelli. I carismi e i doni affidati agli uni vanno messi al servizio di tutti, mediante una ricerca comune di verità nell’amore. I fedeli laici 45. Durante il Sinodo, i laici presenti hanno largamente espresso il desiderio che i fedeli possano partecipare attivamente e responsabilmente alla vita ecclesiale, all’interno delle diverse strutture e dei differenti consigli pastorali (103) secondo le rispettive competenze. Essi dovrebbero impegnarsi nella vita della Chiesa, a tutti i livelli, ma spesso attendono che essa li chiami e testimoni loro la sua fiducia. I compiti dei laici sono vasti. «Per loro vocazione, è proprio dei laici cercare il Regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. [...] Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall’interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo mediante l’esercizio della loro funzione propria e sotto la guida dello spirito evangelico e, in questo modo, a rendere visibile Cristo agli altri, principalmente con la testimonianza della loro vita e con il fulgore della fede, della speranza e della carità» (104), che li uniscono al Signore. La gestione degli affari pubblici e il governo della polis costituiscono quella scientia civilis (105), che consente di unire tra loro gli uomini mediante legami di amicizia, con la preoccupazione di costruire insieme una comunità di destini e di interessi, la cui vocazione è il bene delle persone e il servizio della verità (106), e di suscitare in ogni cittadino l’amore per la propria patria. «Oltre a questo apostolato, che spetta assolutamente a tutti i fedeli, i laici possono anche essere chiamati in diversi modi a collaborare più immediatamente con l’apostolato della gerarchia, alla maniera di quegli uomini e di quelle donne che aiutavano l’apostolo Paolo nel vangelo, faticando molto per il Signore (cfr Fil 4, 3; Rm 16, 3 ss.)» (107). È altresì importante che certi fedeli laici si impegnino più direttamente nella ricerca intellettuale e nello studio, perché si sviluppi una vera cultura cristiana nel mondo arabo, con il sostegno dei Pastori. Per esercitare le loro responsabilità, essi devono poter trovare nelle parrocchie e nei movimenti delle proposte di formazione catechetica, teologica e spirituale, atte ad aiutarli a collaborare con i sacerdoti nelle attività parrocchiali, con la preoccupazione della corresponsabilità (108). In tale prospettiva, dovranno essere creati dei centri di formazione per adulti, ai quali i fedeli abbiano facile accesso. L’animazione e l’amministrazione potranno essere assunti in comune dall’insieme dei Patriarcati, nelle loro varie istanze, o potranno anche essere il frutto della stretta collaborazione di diversi organismi, in uno spirito di concertazione con gli altri centri esistenti. Simili strutture permetteranno inoltre di realizzare degli strumenti tecnici e pedagogici adattati alle conoscenze dei fedeli. Rifacendosi al Catechismo della Chiesa Cattolica, i Vescovi del Libano sono invitati a perseguire la pubblicazione di opere che presentino la fede cattolica nel suo insieme, prendendo in considerazione la loro diversità culturale. Mi rallegro degli sforzi già compiuti, insieme con altri cattolici del Medio Oriente, per pubblicare in lingua araba testi del Magistero pontificio e di alcuni Dicasteri della Curia romana. Inoltre, una maggiore presenza nei mezzi di comunicazione sociale permetterà di diffondere l’insegnamento della Chiesa sia mediante giornali, radio e televisione, sia preparando trasmissioni per quei mezzi di comunicazione che non hanno un carattere propriamente ecclesiale, ma sono disposti a fare spazio a programmi religiosi nell’ambito delle loro emissioni (109). La famiglia 46. Il Messaggio del Sinodo ha chiaramente indicato le minacce che incombono sulla famiglia libanese: «Smembrata dall’emigrazione del padre o dei figli alla ricerca di un impiego o di una migliore formazione; una vita familiare compromessa dalle crescenti difficoltà materiali; una vita familiare minata da una concezione sbagliata dell’autonomia individuale dei coniugi e da una mentalità contraccettiva» (110). Di fronte a ciò, il sostegno spirituale, morale e materiale delle future coppie e delle famiglie è uno dei compiti più urgenti. È anzitutto a partire dalla famiglia che il tessuto sociale si costruisce, si realizza l’educazione della gioventù, responsabile domani della nazione, e la fede cristiana si trasmette di generazione in generazione. La Chiesa ha fiducia nelle famiglie e conta sui genitori, specialmente nella prospettiva del terzo millennio, affinché i giovani possano conoscere il Cristo e seguirlo generosamente nel matrimonio, nel sacerdozio o nella vita consacrata. «Il sacerdozio battesimale dei fedeli, vissuto nel matrimonio-sacramento, costituisce per gli sposi e per la famiglia il fondamento di una vocazione e di una missione sacerdotale» (111). Le famiglie sono apportatrici di un ricco dinamismo spirituale e sono i primi ambienti dove maturano le vocazioni. Mediante il loro modo di vivere, i genitori testimoniano la bellezza del matrimonio e del dono di sé. Il quotidiano esempio di coppie unite nutre nel cuore dei giovani il desiderio di imitarle. «Piccola chiesa», la famiglia è una scuola dell’amore (112) e il primo luogo di una testimonianza cristiana e missionaria, attraverso l’esempio e la parola. Il mistero d’amore che lega l’uomo e la donna è il riflesso dell’unione tra Cristo e la Chiesa (cfr Ef 5, 32). È nella famiglia che, fin dall’infanzia, i figli sono iniziati alla presenza di Dio e alla fiducia nella sua bontà di Padre. Una pedagogia semplice della preghiera cristiana suppone che gli adulti diano l’esempio della preghiera personale e della meditazione della Parola di Dio. È pertanto per sostenere, aiutare e preservare tale istituzione primordiale che i partecipanti all’Assemblea sinodale hanno espresso l’augurio che la pastorale familiare sia sviluppata. 47. In tale spirito, la preparazione al matrimonio è estremamente importante. Per esercitare le loro future responsabilità, i fidanzati devono poter trovare l’appoggio della Chiesa locale. In ogni parrocchia, in collegamento con il clero, coppie che hanno già esperienza potranno aiutare i giovani nella preparazione al matrimonio; persone già sposate saranno utili consigliere, e quanti si trovano in difficoltà potranno trovare l’ascolto attento e l’aiuto fraterno di cui hanno bisogno. Per animare i centri di preparazione al matrimonio e di consulenza, è auspicabile che sia creato un Istituto di studi sul matrimonio e la famiglia, per la formazione dei sacerdoti e di persone competenti. Un simile Istituto fornirà inoltre una documentazione al servizio dei diversi centri, presentando l’insegnamento della Chiesa che, negli ultimi anni, ha proposto numerosi testi alla riflessione dei cristiani (113). Sarà opportuno creare un gruppo di coppie capaci di accompagnare quanti si trovano in difficoltà, di aiutarle a vedere con un altro sguardo i problemi incontrati e a ristabilire tra loro un dialogo sereno (114). Saranno così possibili all’interno delle coppie riconciliazioni prima di giungere troppo rapidamente a soluzioni giudiziali (115). 48. Di fronte alle crescenti difficoltà delle coppie conviene che i tribunali ecclesiastici lavorino in coordinamento con i centri d’aiuto, in vista di tentare il possibile per riconciliare gli sposi (116). Poiché ogni Chiesa patriarcale ha i propri tribunali, è indispensabile una stretta collaborazione tra questi, al fine di garantire una uguale giustizia per tutti, attraverso la diversità dei poteri giudiziari, e di evitare che quanti si rivolgono ai tribunali possano manipolare il corso della giustizia giocando sulle divergenze tra giurisdizioni. Ciò suppone da parte dei giudici uno spirito pastorale e una integrità perfetta che dovranno essere garantiti attraverso la permanente vigilanza della gerarchia ecclesiastica (117) Conviene inoltre che il diritto alla difesa delle persone bisognose sia ben assicurato, specialmente sostenendo la loro assistenza legale mediante l’esenzione dalle spese e mettendo a loro disposizione avvocati volontari (118). 49. Le famiglie devono essere altresì aiutate nelle difficoltà economiche che incontrano. In questo campo, confido che le diverse istituzioni cattoliche locali siano creative e s’associno tra loro costituendo reti di assistenza, collegate con le istituzioni nazionali deputate a promuovere una politica familiare, che tuteli ogni membro e promuova l’educazione della gioventù. Le donne 50. Le donne meritano un’attenzione speciale, perché vengano riconosciuti la loro dignità e i loro diritti nei diversi settori della vita sociale e nazionale. Nella sua antropologia e nella sua dottrina, la Chiesa afferma l’uguaglianza dei diritti tra l’uomo e la donna, fondata sulla creazione di ogni essere umano ad immagine di Dio. «La Chiesa è fiera, voi lo sapete, d’aver esaltato e liberato la donna, d’aver fatto risplendere nel corso dei secoli, nella diversità dei caratteri, la sua uguaglianza fondamentale con l’uomo» (119). A partire da Cristo e dal mistero dell’Incarnazione, il ruolo della donna è espresso in modo mirabile dalla Vergine Maria, della quale la tradizione orientale ha sovente messo in luce il ruolo unico, poiché ella è colei mediante la quale «ci è dato l’albero dell’immortalità » (120). A giusto titolo e in verità, chiamiamo Maria Santissima Madre di Dio, poiché questo nome contiene l’intero mistero della salvezza (121). «La forza morale della donna, la sua forza spirituale si unisce con la consapevolezza che Dio le affida in un modo speciale l’uomo, l’essere umano. Naturalmente, Dio affida ogni uomo a tutti e a ciascuno. Tuttavia, questo affidamento riguarda in modo speciale la donna — proprio a motivo della sua femminilità — ed esso decide in particolare della sua vocazione» (122). Le donne hanno un’acuta consapevolezza di quanto è loro affidato ed hanno la capacità di manifestare il loro «genio» nelle circostanze più diverse della vita umana. Occorre tuttavia riconoscere che, in seno alla società e nelle istituzioni cattoliche locali, spesso il posto delle donne non è proporzionato al loro impegno e ai loro sforzi. Dobbiamo anzitutto ricordare che la tradizione orientale pone una donna, Maria Maddalena, ad un rango importante a fianco degli Apostoli, poiché, dopo aver seguito Gesù, lei fu la prima a recarsi alla tomba, la prima ad accogliere la Buona Novella della Risurrezione e la prima ad annunciarla ai discepoli (123). Conviene pertanto offrire alle donne di partecipare maggiormente e con responsabilità alla vita e alle decisioni ecclesiali, offrendo loro la possibilità effettiva di acquisire la necessaria formazione. Il loro ruolo nell’educazione della gioventù, in particolare nell’ambito catechetico, spirituale, morale e affettivo (124), è di grande rilevanza, poiché «l’anima del fanciullo è come una città, una città fondata e organizzata da poco» (125), che richiede una pazienza e un’attenzione costante. Esse inoltre hanno svolto e svolgono tuttora un ruolo determinante nella vita ecclesiale e nella società libanese, manifestando che il dono di sé per amore appartiene alla vera natura della persona umana. Durante gli anni della guerra, si sono dedicate in modo speciale alla difesa della vita e a sostenere la speranza della pace. Come ho recentemente ricordato, esse hanno come vocazione quella di essere educatrici alla pace, «nei rapporti tra le persone e le generazioni, nella famiglia, nella vita culturale, sociale e politica delle nazioni» (126) Sono particolarmente attive nei servizi sanitari, nei servizi sociali e nell’educazione. Mi rallegro che i Padri del Sinodo abbiano voluto dare loro la possibilità di essere più attive all’interno delle varie strutture ecclesiali delle parrocchie, delle eparchie e delle istanze patriarcali e inter-patriarcali, nei campi spirituale, intellettuale, educativo, umanitario, sociale, amministrativo. Esse possono offrire notevoli servizi grazie alle qualità personali specifiche. I giovani 51. I giovani libanesi sono «delusi dalla generazione che li ha preceduti e che non ha permesso loro di fare esperienza della pace, ma della guerra e dell’odio» (127). Nel corso dell’Assemblea sinodale, hanno esposto ai Padri le loro critiche e le loro esigenze, con franchezza e coraggio, manifestando così che attendevano cambiamenti decisivi nella Chiesa. Hanno reclamato azioni concertate in nome del Vangelo ed hanno espresso le loro sofferenze davanti alle divisioni ecclesiali che ostacolano la missione. Essi auspicano una Chiesa che mostri la propria unità nella diversità, che sia un autentico luogo di vita fraterna, di condivisione, di arricchimento e di speranza. Nella coscienza della nazione libanese e in seno alla Chiesa in Libano, i giovani devono avere un posto importante ed essere una forza di rinnovamento nazionale ed ecclesiale, con la partecipazione nelle varie strutture della vita sociale e nelle istanze decisionali. Occorre aiutarli a vincere le tentazioni dell’estremismo o del lassismo che possono essere in agguato, come pure a rifiutare le diverse forme di vita che sono opposte ad una sana moralità. D’altro canto, conviene illuminarli sui principi e sui valori della vita personale e sociale. Potranno così divenire degli interlocutori a pieno titolo, preoccupati di perseguire instancabilmente il dialogo con quei fratelli che sono desiderosi di giungere a concessioni che rendano possibile la convivenza, senza tuttavia che ciò sfoci in compromessi sui principi e sui valori. La Chiesa conta sui giovani per imprimere nuovo slancio alla vita ecclesiale e sociale. Le comunità cristiane sono pertanto invitate ad integrarli maggiormente in tutte le loro attività, perché siano soggetti della «nuova evangelizzazione », seminatori della Parola tra gli altri giovani, offrendo il loro peculiare dinamismo finalizzato al rinnovamento ecclesiale (128). Allo stesso modo, essi sono chiamati ad essere collaboratori responsabili nell’edificazione della società. Per questo è importante offrire loro una solida formazione intellettuale e spirituale, che risponda alla loro sete di assoluto e di verità. Là dove si impegnano, essi devono poter trovare l’accompagnamento spirituale di cui hanno bisogno. Il ruolo degli assistenti spirituali, nei movimenti e nei campus universitari, che si tratti di sacerdoti, diaconi, religiosi, religiose o laici, è di grande importanza per la loro crescita e maturazione umana e spirituale, al fine di aiutarli a discernere la loro vocazione ed a trovare il loro posto nella società (129). I religiosi e le religiose 52. Oggi, i religiosi e le religiose sono presenti in ogni campo della Chiesa e della società. Essi si trovano dunque in una buona posizione per continuare ad essere un punto di riferimento per i loro fratelli, configurando strettamente la loro vita a Cristo ed approfondendo il loro carisma specifico, per il bene di tutta la Chiesa e per la salvezza del mondo (130). Per tale ragione viene chiesto alle persone che si impegnano nella vita consacrata di ricercare una profonda esperienza di Dio (131), per manifestare che il Signore è il fine della storia ed ama il mondo. In effetti, «con la professione dei consigli evangelici i tratti caratteristici di Gesù — vergine, povero e obbediente — acquistano una tipica e permanente «visibilità» in mezzo al mondo, e lo sguardo dei fedeli è richiamato verso quel mistero del Regno di Dio che già opera nella storia, ma attende la sua piena attuazione nei cieli» (132). I religiosi e le religiose che sono in Libano e in tutto il Medio Oriente sono invitati ad analizzare in modo spassionato i loro modi di vivere, di testimoniare il Vangelo e di compiere le missioni loro affidate. Potranno così essere sicuri di rimanere fedeli alle intuizioni originarie dei loro fondatori e di stare tra gli uomini del loro tempo come testimoni di Cristo ed esempi di vita cristiana, mediante la vita comunitaria e la pratica dei consigli evangelici di povertà, castità ed obbedienza. Il Signore ci ordina, infatti, di aver cura dei vacillanti e di badare prima al bene del prossimo che non al nostro tornaconto (cfr Tit 2, 12) (133). D’altra parte, la loro missione esige grande fedeltà all’ideale di ogni vita consacrata ed all’orientamento proprio dei fondatori, come pure spirito creativo per rispondere alle attese degli uomini e far fronte ai bisogni specifici della Chiesa. Per vocazione, le persone consacrate proclamano il Vangelo e testimoniano il primato dell’Assoluto su tutte le realtà umane, mediante la parola e la loro vita esemplare, poiché appartengono al Signore. Per questo, la loro relazione con Dio si accompagna ad un comportamento morale in linea con l’impegno preso, poiché è «vivendo nella virtù che noi siamo uniti a Dio» (134), e camminiamo sulla via della filiazione divina (135). Ogni persona virtuosa, in particolare quella consacrata, dà una dimensione oblativa alla propria vita, riflette la gloria di Dio e fa trionfare il senso profondo e vero dell’esistenza (136). In un mondo che si volge sempre più al materialismo e a numerosi idoli, tale compito è tanto più urgente. La testimonianza delle persone consacrate sia credibile, poiché «l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri» (137), perché mediante il loro modo di essere e la fedeltà alle promesse essi indicano la via della felicità e sono riconosciuti come vere guide spirituali di cui il popolo ha bisogno, sul modello di sant’Antonio, il padre del monachesimo (138). 53. La vita religiosa è basata sulla duplice fedeltà a Cristo ed alla sua Chiesa (139). Il suo rinnovamento presuppone l’attenzione al Vangelo, l’amore alla Chiesa e lo sviluppo del carisma proprio di ciascun Istituto. Vi sono dei giovani che s’interrogano sul come rispondere alla chiamata del Signore. Agli Istituti ed ai Pastori spetta di portare insieme, in stretta collaborazione, la cura della promozione e del discernimento delle vocazioni (140). Essi devono cercare di orientare i giovani là dove realmente Dio li chiama, senza volerli distogliere dal loro libero impegno in una particolare spiritualità. Essi anzi cercheranno di assicurare loro la necessaria formazione, tenendo conto del contesto socioculturale libanese. È molto importante, per ragioni teologiche e pastorali, che i religiosi e le religiose siano effettivamente ben integrati nella vita ecclesiale. Daranno così esempio a tutti i fratelli dell’unità necessaria tra la vita spirituale e la vita caritativa (141). Pur godendo di una giusta autonomia per quanto concerne le questioni interne ai loro Istituti, essi fanno parte integrante della Chiesa particolare e la loro azione non può essere condotta che in stretta armonia e collaborazione con l’insieme della Chiesa (142), in una comunione ed obbedienza sempre più fiduciose verso il «Romano Pontefice come loro supremo Superiore» (143) e verso i Vescovi (144); una simile necessità è ancor più imperativa quando si tratta di un’attività legata in un modo o nell’altro alla vita pastorale (145). Infatti, la missione della Chiesa, Corpo di Cristo, poggia sui successori degli Apostoli, per esplicita volontà del Signore. In diversi casi, prendendo rinnovata coscienza della concezione della vita religiosa come è qui presentata, i consacrati e le consacrate del Libano sentiranno il bisogno di una riforma, talvolta profonda, dei loro modi di vivere e di esprimere la sequela Christi, conformemente al decreto del Concilio Vaticano II Perfectae caritatis sul rinnovamento e l’adattamento della vita religiosa. Tale riforma dovrà riguardare particolarmente i nuovi membri degli Istituti, ai quali sarà proposta, insieme con l’esempio autentico dei loro formatori, una concezione della vita consacrata che li impegni a rispondere alla chiamata del Signore nella Chiesa in modo coerente e credibile. Per la loro formazione, converrà fare appello a religiosi e a religiose che diano testimonianza di santità personale, di profondità della vita interiore, di fedeltà gioiosa ai loro voti (146). Cominciando dai membri più giovani, una simile riforma potrà trasformare progressivamente la vita dell’intera comunità religiosa e offrirà un notevole contributo alla trasformazione della vita sociale; poiché, come scriveva con affetto san Basilio ai suoi monaci che invitava alla perfezione nella pratica dei consigli evangelici, è una vita morale ed ascetica conforme all’impegno preso che stimola alla riconciliazione tra le persone (147). La vita religiosa apostolica 54. Le comunità religiose costituiscono una grande ricchezza ed una fonte di grazia e di dinamismo per le diocesi. Con le loro varie attività apostoliche, esse partecipano al cammino pastorale voluto dai Vescovi e, perciò, sono inserite nelle differenti realtà diocesane (148). Ringrazio il Signore per quanto esse hanno compiuto, durante gli anni dolorosi della guerra, nei servizi sanitari, educativi e sociali, talvolta a rischio della vita dei loro membri. Ringrazio il Signore per quanto continuano a fare con dedizione e disinteresse, nonostante i loro gravosi impegni e il personale ridotto. Nello spirito di unità nella diversità, che è stata una delle linee direttrici dell’Assemblea speciale, i religiosi e le religiose sono invitati ad operare sempre in stretta collaborazione, mostrando così la complementarità dei carismi. In tale spirito, dovranno essere attenti a ben ripartire le persone e le istituzioni in funzione delle priorità pastorali, con totale disponibilità a servire sia il popolo libanese che la missione universale della Chiesa, al di là delle frontiere del Paese. Tale apertura imprimerà nuovo slancio alla vita religiosa apostolica nel Libano e susciterà nuove vocazioni (149). È opportuno che quanti sono impegnati nella vita apostolica trovino «il giusto e fecondo equilibrio tra azione e contemplazione, tra preghiera e carità, tra impegno nella storia e tensione escatologica» (150). 55. In particolare, la presenza visibile della Chiesa è richiesta tra quanti sono nel bisogno. I religiosi e le religiose sono chiamati ad essere i testimoni dell’amore preferenziale di Cristo per i poveri attraverso i loro molteplici servizi e con la loro vita di povertà e di comunione fraterna. È altresì auspicabile che gli istituti religiosi rafforzino la loro presenza e la loro missione nelle regioni provate e periferiche del Paese, aiutando ciascuno a rimanere nella terra dei suoi avi per prenderne cura e viverci dignitosamente. Nelle istituzioni di cui i religiosi o le religiose hanno la responsabilità, dei laici svolgono spesso una parte notevole del lavoro. Si deve riconoscere pienamente il loro ruolo, anche affidando loro posti di responsabilità in funzione delle loro competenze. La vita monastica 56. Il monachesimo «non è stato visto in Oriente soltanto come una condizione a parte, propria di una categoria di cristiani, ma particolarmente come punto di riferimento per tutti i battezzati, nella misura dei doni offerti a ciascuno dal Signore, proponendosi come una sintesi emblematica del cristianesimo» (151). Paradossalmente, in Oriente la vita religiosa apostolica è oggi molto più sviluppata della vita monastica nelle sue varie espressioni, dal cenobitismo stretto, come lo concepivano Pacomio o Basilio, all’eremitismo più rigoroso di Antonio o di Macario l’Egiziano (152), pur intimamente legate alle tradizioni proprie dell’Oriente cristiano. Nella sua forma tradizionale, «il monachesimo orientale privilegia la conversione, la rinuncia a se stessi e la compunzione del cuore, la ricerca dell’esichia, cioè della pace interiore, e la preghiera incessante, il digiuno e le veglie, il combattimento spirituale e il silenzio, la gioia pasquale per la presenza del Signore e per l’attesa della sua venuta definitiva, l’offerta di sé e dei propri averi, vissuta nella santa comunione del cenobio o nella solitudine eremitica » (153). Insieme con i Padri sinodali, auspico che la vita monastica ritrovi il posto che le spetta (154); sono lieto di constatare che c’è oggi in alcuni Ordini religiosi un desiderio sincero di riprendere tali originarie tradizioni e di ritornare ai valori monastici tradizionali, richiamando così a tutti l’importanza della preghiera, della liturgia, della lectio divina, dell’ascesi, del servizio e della vita comunitaria. Tali elementi sono spesso chiamati dai Padri dell’Oriente «le armi spirituali» potenti (155), indispensabili nel combattimento per la perfezione. La vita monastica è sia un cammino di santificazione personale, sia, sull’esempio dell’Apostolo, un contributo alla santificazione del Popolo di Dio e dell’intera umanità, completando nella sua «carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1, 24). In tal modo, con la sua vita orante, la Chiesa distribuisce i germi di perfezione e sostiene quanti operano nel campo del mondo, poiché la vicinanza di Dio fa scoprire la verità e la bellezza dei divini misteri e rende solidali con i fratelli (156). 57. Invito le Chiese orientali ad attingere alle sorgenti del monachesimo antico per ritrovare il fervore spirituale delle origini, che è una parte importante del loro tesoro e delle loro tradizioni. Tali sorgenti proporranno nuovamente a uomini e donne la vita monastica come una delle forme eminenti della vita cristiana, per vigilare sulla propria anima e formare il proprio essere interiore (157). Ciò andrà a beneficio dell’intero popolo, per incoraggiare i loro fratelli cristiani ad «impegnarsi con ardore nel combattimento interiore» (158) e per testimoniare in modo esemplare la grandezza della vita fraterna, invitando i cristiani e gli uomini di buona volontà a vivere forme nuove di relazioni umane, fondate sulla carità e sull’amore. I monasteri potranno diventare luoghi profetici nei quali «il creato diventa lode di Dio e il precetto della carità concretamente vissuta diventa ideale di convivenza umana, e dove l’essere umano cerca Dio senza barriere e impedimenti, diventando riferimento per tutti, portandoli nel cuore ed aiutandoli a cercare Dio» (159). Manifesteranno che la preghiera è una delle maggiori responsabilità dei monaci e di tutti i cristiani. Mediante la rinuncia totale a se stessi, saranno i testimoni dell’invisibile e di ciò che è essenziale nell’esistenza. «Rinunciare a se stessi: considera ciò che questo significa: abbandonarsi in tutto alla fraternità, non seguire in nulla la propria volontà, non possedere altro che il solo vestito, per dedicare con gioia, libero di tutto, soltanto a ciò che è stato ordinato, considerando tutti come fratelli» (160). È auspicabile che le comunità monastiche abbiano il loro posto nella Chiesa in Libano, per far risplendere la gloriosa tradizione dei Padri, per condividere i tesori di grazia che sono stati comuni alle Chiese antiche, per donare nuovamente a tutta la Chiesa di oggi una testimonianza profondamente radicata nell’Oriente cristiano, in qualche modo il luogo elevato da cui esso può essere contemplato in tutta la sua bellezza. Nella misura in cui la vita comunitaria, che rende visibile la comunione ecclesiale, diventerà prospera e profetica, si spera di vedere anche un nuovo sviluppo della vita ascetica e in particolare dell’esperienza eremitica (161). I monaci saranno, come lo erano in passato, guide e maestri spirituali, e i loro monasteri luoghi di incontri ecumenici ed inter-religiosi (162). I ministeri ordinati 58. «A servizio del sacerdozio universale della Nuova Alleanza, Gesù [...] chiama e costituisce i Dodici, affinché «stessero con lui e anche per mandarli a predicare, e perché avessero il potere di scacciare i demoni» (Mc 3, 14- 15)» (163). «A loro volta, gli apostoli costituiti dal Signore assolveranno via via alla loro missione chiamando, in forme diverse ma alla fine convergenti, altri uomini, come Vescovi, come presbiteri e come diaconi, per adempiere al mandato di Gesù risorto che li ha inviati a tutti gli uomini di tutti i tempi. [...] I presbiteri sono, nella Chiesa e per la Chiesa, una ripresentazione sacramentale di Gesù Cristo Capo e Pastore, ne proclamano autorevolmente la parola, ne ripetono i gesti di perdono e di offerta della salvezza, soprattutto col Battesimo, la Penitenza e l’Eucaristia [...] fino al dono totale di sé per il gregge, che raccolgono nell’unità e conducono al Padre per mezzo di Cristo nello Spirito » (164). «In quanto rappresenta Cristo capo, pastore e sposo della Chiesa, il sacerdote si pone non soltanto nella Chiesa ma anche di fronte alla Chiesa. Il sacerdozio, unitamente alla Parola di Dio e ai segni sacramentali di cui è al servizio, appartiene agli elementi costitutivi della Chiesa. Il ministero del presbitero è totalmente a favore della Chiesa; è per la promozione dell’esercizio del sacerdozio comune di tutto il popolo di Dio; è ordinato non solo alla Chiesa particolare, ma anche alla Chiesa universale (cfr Presbyterorum ordinis, 10), in comunione con il Vescovo, con Pietro e sotto Pietro» (165). 59. Questi testi del Magistero sul ministero ordinato devono illuminare tutti i pastori nella loro missione episcopale, presbiterale o diaconale. I Patriarchi, i Vescovi con i sacerdoti e i diaconi loro collaboratori, tutti partecipano all’unica missione di Cristo. Affinché la diversità ecclesiale in Libano possa essere colta dai fedeli come un’autentica ricchezza, l’unità della missione affidata a tutti i Pastori deve diventare visibile. Nessun ministro può ignorare gli altri ministri operanti nel medesimo territorio, sia che appartengano alla sua Chiesa patriarcale che ad un’altra. La testimonianza di unità e di fraternità, mediante la collaborazione stretta dei Pastori di diverse Chiese particolari, è nel Libano una necessità urgente. Molto già viene compiuto, ma vorrei domandare a ciascuno di raddoppiare gli sforzi con particolare attenzione a quest’ambito, le cui implicanze per l’avvenire sono evidenti, come i Padri del Sinodo hanno da parte loro chiaramente espresso. I ministeri ordinati, nella loro varietà, esistono per l’edificazione della Chiesa e per mantenere la sua unità sia all’interno del clero che tra questo e l’insieme del popolo cristiano, formando così un solo corpo (166). La Chiesa è un corpo organico e, nella misura in cui ognuno svolge il suo ruolo in armonia con gli altri, tutto il corpo sarà sano. L’episcopato 60. Il Patriarca è il capo e il padre della sua Chiesa patriarcale; egli è, col Sinodo dei Vescovi, il responsabile della sua vita e del suo rinnovamento. Come successore degli Apostoli, il Vescovo esercita «la funzione di insegnare, di santificare e di governare» (167); col suo clero, conduce il popolo affidatogli sulla strada di Dio. Mi unisco ai membri dell’Assemblea sinodale per esortare i Patriarchi e i Vescovi del Libano ad un sincero esame di coscienza e ad un impegno rinnovato sulla via della conversione personale necessaria per una testimonianza più fruttuosa e per la santificazione dei fedeli: anzitutto con la vita di preghiera, di abnegazione, di sacrificio e di ascolto; poi con la vita esemplare di apostoli e di pastori, fatta di semplicità, di povertà e di umiltà; infine con la costante preoccupazione di difendere la verità, la giustizia, i buoni costumi e la causa dei deboli (168). 61. Nel loro ministero, i Vescovi hanno cura anzitutto dei loro collaboratori immediati, i sacerdoti. Devono discernere la vocazione dei candidati al sacerdozio, accompagnarli, spiritualmente e materialmente, e, infine, vigilare sulla loro formazione umana, teologica e pastorale, che dovrà essere sempre più curata, per rispondere alle attese dei fedeli e alla complessità dei problemi del nostro tempo. Se i candidati al sacerdozio già sposati o che intendono sposarsi non appartengono ad un seminario, è essenziale assicurare loro un ambiente umano e spirituale appropriato durante il periodo di formazione, che dovrà essere di livello elevato e simile a quello degli altri candidati, affinché possano davvero compiere il loro ministero nelle attuali circostanze spirituali e culturali. I Padri del Sinodo hanno auspicato tempi comuni di formazione per i candidati al sacerdozio, per i religiosi, le religiose e i laici, come pure la possibilità per i seminaristi delle diverse tradizioni liturgiche di vivere in comune almeno una parte del loro periodo di formazione, allo scopo di creare relazioni di amicizia e di avviare ulteriori collaborazioni pastorali. Inoltre, per quanto riguarda i sacerdoti, celibi o sposati, il Vescovo deve stare loro vicino (169), preoccuparsi di sviluppare con essi una collaborazione fraterna e fiduciosa (170), prevedendo una seria formazione permanente per il loro arricchimento spirituale e per la loro attività pastorale. Deve inoltre garantire la loro sicurezza materiale nel quadro di una solidarietà ecclesiale istituzionalizzata, che risponda ai loro bisogni personali e pastorali. Ciò è particolarmente importante per i sacerdoti sposati, che hanno una famiglia a carico. Si richiede ugualmente ai Vescovi di preoccuparsi in modo speciale dei preti malati, anziani o in difficoltà. Riguardo ai sacerdoti sposati (171), occorre prevedere un’idonea formazione religiosa e pastorale per le mogli (172). Infine, una collaborazione fraterna tra i Vescovi di varie Eparchie è necessaria per una ripartizione dei sacerdoti che corrisponda ai bisogni dei fedeli, evitando un’eccessiva concentrazione nelle città e nelle periferie (173). Il presbiterato 62. Mediante la frequenza personale ai Sacramenti, la preghiera regolare e la lectio divina, i sacerdoti consolideranno la loro vita spirituale, che porterà frutti nel loro ministero al servizio del Popolo di Dio. È opportuno che pongano attenzione al ruolo di maestri, in particolare nelle omelie durante le quali la Parola di Dio dev’essere spiegata e attualizzata, per aiutare i fedeli ad accostare il mistero cristiano e a vivere ogni giorno i valori evangelici. Frequentemente, data la sovrapposizione territoriale delle diverse eparchie, i sacerdoti che fanno riferimento a giurisdizioni differenti esercitano il ministero su un medesimo territorio. La collaborazione ed il coordinamento del loro apostolato richiedono incontri regolari ed effettive cooperazioni. Essi devono sviluppare anche lo spirito di collaborazione con i fedeli. «I sacri pastori, infatti, sanno benissimo quanto contribuiscano i laici al bene di tutta la Chiesa. Sanno di non essere stati istituiti da Cristo per assumersi da soli tutta la missione della salvezza che la Chiesa ha ricevuto nei confronti del mondo, ma che il loro magnifico incarico è di pascere i fedeli e di riconoscere i loro servizi e i loro carismi, in modo che tutti cooperino, nella loro misura, all’opera comune » (174). Vi sono sacerdoti che si prendono cura della propria formazione permanente mediante incontri e letture. Li incoraggio in tale direzione; invito pure i Vescovi, in collaborazione con persone preparate a tale scopo, ad organizzare e a sviluppare programmi di insegnamento teologico e pastorale che arricchiscano i sacerdoti nel loro servizio pastorale. Per quanto riguarda il dialogo ecumenico, i sacerdoti rivestono un ruolo privilegiato, perché hanno frequenti relazioni con i pastori delle altre Chiese e Comunità ecclesiali. La loro apertura ecumenica e la loro disponibilità alla collaborazione ed al dialogo, senza confusione e nel rispetto delle persone, aiuteranno i fedeli ad instaurare a loro volta con i fratelli relazioni calorose, che faranno avanzare la causa dell’unità tra le Chiese. Quando la parrocchia si trova in una zona in cui vivono anche dei musulmani, l’atteggiamento fraterno di apertura e di collaborazione dei sacerdoti indicherà ai fedeli la via di una efficace convivialità, secondo la vocazione propria del Libano (175). Queste preoccupazioni, importanti in una vita sacerdotale, mostrano chiaramente che i candidati al sacerdozio devono ricevere non soltanto una buona formazione intellettuale, teologica, biblica e spirituale, ma ugualmente una formazione umana che li aiuti ad acquisire una maturità personale e che li renda attenti alla complessità culturale nella quale saranno chiamati a svolgere il ministero (176). Il diaconato 63. Il Concilio Ecumenico Vaticano II ha rimesso in vigore il ministero diaconale permanente, che la tradizione orientale ha sempre conservato. I diaconi rappresentano Cristo in quanto Servo, più in particolare nel servizio dei poveri, della Parola di Dio e della liturgia. Di conseguenza, questo ministero ordinato va valorizzato. Converrà assicurare ai candidati una formazione appropriata e dei mezzi di sussistenza adeguati alla loro situazione personale (177). III. Il Rinnovamento delle strutture di comunione Edificare insieme il Corpo di Cristo 64. Il rinnovamento voluto con coraggio dai Padri sinodali richiederà da parte di ciascuno un’autentica apertura di spirito e di cuore, per sviluppare il coordinamento e la collaborazione tra tutti i cattolici. Nessuno può dirsi detentore esclusivo della missione, ma tutti devono lasciare che Cristo agisca per mezzo loro, affinché non vi siano ostacoli ai doni ed ai carismi dei vari membri d |