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GIOVANNI PAOLO II

ANGELUS

Domenica, 17 novembre 1996

 

Carissimi Fratelli e Sorelle!

1. Nei mesi scorsi il mio pensiero domenicale è andato ripetutamente ai fratelli cristiani dell’Oriente. Volendo oggi quasi racchiudere in un solo sguardo la loro ricca tradizione di fede, mi piace riferirmi ancora una volta al senso del mistero che emerge nelle loro icone. Oriente ed Occidente fanno a gara nel porre l’arte a servizio della fede. Ma dall’Oriente, dove le icone dovettero essere difese col sangue nella crisi iconoclasta dei secoli VIII e IX, giunge un particolare richiamo a conservare gelosamente la specificità religiosa di quest’arte. Il suo fondamento è il mistero dell’incarnazione, nel quale Dio ha voluto assumere il volto dell’uomo. L’arte sacra cerca, in ultima analisi, di esprimere qualcosa del mistero di quel volto. Per questo l’Oriente insiste fortemente sulle qualità spirituali che devono caratterizzare l’artista, al quale Simeone di Tessalonica, il grande difensore della Tradizione, indirizza questa significativa esortazione: “Insegna con le parole, scrivi con le lettere, dipingi con i colori, conformemente alla Tradizione; la pittura è vera, come la scrittura dei libri; la grazia di Dio vi è presente, poiché ciò che vi si rappresenta è santo” (Simeone di Tessalonica, Dialogo contro le eresie, 23: PG 155, 113). Attraverso la contemplazione delle icone, inserita nell’insieme della vita liturgica ed ecclesiale, la comunità cristiana è chiamata a crescere nella sua esperienza di Dio, diventando sempre di più un’icona vivente della comunione di vita fra le tre Persone divine.

È verso questo obiettivo che Oriente ed Occidente intendono camminare. Guardando al prossimo Giubileo, nella Lettera Apostolica Orientale Lumen ho scritto: “Non possiamo presentarci davanti a Cristo, Signore della storia, così divisi come ci siamo purtroppo ritrovati nel corso del secondo millennio. Queste divisioni devono cedere il passo al riavvicinamento e alla concordia” (Giovanni Paolo II, Orientale Lumen, 4).

2. È mio compito di Vescovo di Roma “cercare costantemente le vie che servono al mantenimento dell’unità” (Ivi, 20). Ai fratelli ortodossi - cui mi legano, anche personalmente, particolari vincoli di affetto - vorrei far giungere l’espressione del mio intenso desiderio di fare insieme, con rinnovata fiducia, il cammino dell’unità. So che anch’essi sentono profondamente lo stesso bisogno. Nella storia del secondo millennio non sono mancati nobili sforzi, in questa direzione, secondo la sensibilità del tempo. Penso all’unità ristabilita nel Concilio di Lione del 1274. Essa portò buoni frutti per la coscienza cristiana, anche se l’effetto non fu purtroppo duraturo. Un altro momento di speranza fu l’impegno di riconciliazione assunto nel Concilio di Firenze del 1439. Le unioni particolari che si realizzarono più tardi furono per lo più viste con ottiche diverse da Oriente e da Occidente. Ma è ora di accogliere la voce dello Spirito, che fa echeggiare con forza nuova al nostro cuore l’invocazione di Cristo: “Padre, siano anch’essi in noi una cosa sola” (cf. Gv 17, 21). Le ricchezze spirituali della Chiesa, ad Oriente e a Occidente, non potranno brillare in tutto il loro splendore davanti agli occhi dell’uomo d’oggi, senza questa testimonianza di piena riconciliazione.

3. Affidiamo questa grande causa all’intercessione della Madre di Dio. Chiediamole di implorare, presso il trono di misericordia del suo Figlio diletto, questa grazia delle grazie, che è il dono dell’unità. Cristo ci ha indicato il segreto di una testimonianza efficace, quando ha detto: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13, 35). Risplenda questo amore, testimoniato da discepoli tornati ad essere pienamente, come la prima Chiesa di Gerusalemme, “un cuor solo e un’anima sola” (At 4, 32).

Dopo aver ricordato la Giornata delle Migrazioni, che la Chiesa italiana ha celebrato domenica 17, e la Giornata “Pro Claustrali”, che si celebrerà giovedì 21, festa liturgica della Presentazione di Maria Santissima al Tempio, il Papa ha salutato i pellegrini di lingua italiana presenti in Piazza San Pietro con queste parole:

Saluto ora i pellegrini di lingua italiana, in particolare i giovani della parrocchia di Santa Maria della Rotonda in Napoli, il gruppo di fedeli di Sezze, come pure i giovani e le famiglie provenienti da Potenza.

Dopo aver salutato i pellegrini di lingua inglese e spagnola, il Papa si è rivolto ai fedeli polacchi con le parole che pubblichiamo in una nostra traduzione italiana:

Saluto cordialmente i pellegrini provenienti dalla Polonia: il vescovo di Rzeszów, Mons. Kazimierz Górny ed il pellegrinaggio dei Missionari di Nostra Signora di “La Salette”, i pellegrini di Tyszowice, la Missione Cattolica Polacca di Freiburg, il gruppo dei calciatori della miniera di carbone di Bogatynia e le comunità neocatecumenali di Lódz e Varsavia. Dio vi benedica!

 

© Copyright 1996 - Libreria Editrice Vaticana

 

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