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DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XV
AI CARDINALI DI SANTA ROMANA CHIESA,
IN RISPOSTA AGLI AUGURI NATALIZI
ESPRESSI DAL CARDINALE DECANO
VINCENZO VANNUTELLI
Mercoledì, 24 dicembre 1919
Il linguaggio
del Sacro Collegio da Lei, signor Cardinale, sempre autorevolmente e sempre
opportunamente interpretato, non si è oggi limitato ad un cortese e graditissimo
omaggio di augurii Natalizii, ma si è rivelato altresì espressione di quel
superiore sentimento che è la fede. A ravvivare questo sentimento negli animi
nostri concorre mirabilmente la solennità del Santo Natale, che è festa di fede,
perché ricorda l’avvento di Colui che prese umana carne per redimere l’umanità
dai mali, sotto il cui peso gemeva da quaranta secoli. E non vi concorre meno
l’aspetto della inanità degli sforzi di chi avrebbe preteso rimediare ai mali
odierni prescindendo da Dio. A gran ragione perciò Ella, signor Cardinale,
riguardando alle vicende del mondo, uscito dalla guerra ma non uscito dalle
ansie, ha contemplato quelle vicende sotto il lume soprannaturale, che solo è
idoneo a farcene scorgere le vere cause; e, guardando all’Infante Divino, Ella
lo ha ravvisato quale veramente é, unica medicina a tanti mali e a tante
ambascie, affermando che solo dalla dottrina di Lui si deve ripetere ogni
possibile bene. Nessun voto poteva dunque esserCi più gradito di quello onde il
Sacro Collegio, per bocca del suo E.mo Decano, ha augurato di veder praticamente
apprezzato il dono altissimo, che l’Aspettato delle genti recò alle umane
generazioni. Questo voto Noi estendiamo a tutti coloro che Iddio Ci ha dato per
figli; e lo estendiamo non solo perché Ci sta a cuore il bene degli individui,
ma altresì perché miriamo al bene del civile consorzio. Oh! potesse l’anniversaria
ricorrenza del Natale di Gesù Cristo persuadere gli uomini tutti, che invano
aspira a restituire la pace agli individui e alla società chi non si informa a
spirito di fede!
La pace, a dire di Sant’Agostino, è « la tranquillità
dell’ordine »: si comprende perciò agevolmente che pace non si può avere
nell’individuo e nel consorzio civile senza che l’ordine, per avventura turbato,
ritorni tranquillo nell’uno e nell’altro. Ora in quali rapporti consista
l’ordine voluto da Dio nel mondo Ci è insegnato dalla Fede. Consiste in primo
luogo nel pratico riconoscimento del supremo dominio del Creatore sopra tutte le
opere della sua mano. Consiste in secondo luogo nell’affermata prevalenza dello
spirito sopra i sensi. Consiste infine nell’amore, sincero e pratico, dei nostri
simili. Senza questa triplice armonia non può aversi tranquillità di ordine; e
chi non vede che l’ordine è sconvolto, oggi più che mai, nella società e
nell’individuo, perché, più che per il passato, esso fu sovvertito dalla
violenza delle passioni, che si levarono a negare i diritti di Dio sopra la
umana società, l’impero dell’anima sul corpo, e il pratico amore del prossimo?
È
desolante ciò che dai fratelli nell’Episcopato Ci viene riferito sulle
devastazioni morali della guerra, scaltramente sfruttate da chi spia le sventure
e le abiezioni, per volgerle a profitto della irreligione e dell’abbrutimento
sociale. Oggi lo spirito di indisciplina, stato per lo innanzi tristo privilegio
di pochi, ha invaso le masse e suggerisce anche ad esse l’antico « Non serviam ».
Oggi, l’umanità, avida di piacere, assetata di ricchezze, schiva del lavoro, non
arrossisce, con insana e collettiva incoscienza, di sollazzarsi fra le gramaglie
ed i lutti, e non si périta di intensificare l’abuso dei beni, proprio mentre ne
inaridisce le fonti. Oggi, non pure nei rapporti delle nazioni, ma fra gli
stessi cittadini una nuova e più terribile guerra, se non è scoppiata, è
dichiarata; ed è guerra di invidia, di odio, di cecità, tanto essa inveisce
contro il diritto, contro la carità, contro il sociale benessere delle stesse
masse convulse.
E quello che l’individuo osa contro l’individuo, lo osa in più
vasta scala la società contro Dio. Da libertà si giunse a tolleranza; da
tolleranza a divisione; da divisione a dissidio; da dissidio ad ostracismo.
Imperocché Iddio è divenuto un estraneo! la società vuole bastare a se stessa;
la ragione vuole essere l’unica forza dell’umano progresso! Ma dove mena questa
follia del naturalismo? La dimenticanza del soprannaturale, individualmente mena
all’egoismo nei varii aspetti delle sue molteplici schiavitù; socialmente mena
alla rivoluzione, all’anarchia, alla distruzione.
Dovremo dunque paventare per
l’avvenire degli individui e della società? Paventeremmo, se non fosse giunto
opportuno l’augurio del Sacro Collegio, che Ci ha lasciato sperare un
rinnovamento di quei beni della pace, che cominciarono a splendere nel mondo
quando nacque a Betlemme il Divin Salvatore.
Imperocché la fede ci dice anche
oggi che « Ipse », cioé il nato Gesù, « est pax nostra », sol che opponiamo al
male la medicina. Al male della ribellione a Dio opponga l’individuo la medicina
della perfetta sottomissione ai divini decreti, predicata dal Fanciullo di
Betlemme che venne al mondo « ut faceret voluntatem Patris »; al male della
superbia opponga la medicina dell’umiltà di Chi, essendo Dio, apparve uomo
mortale; finalmente al male dell’egoismo opponga la medicina della carità di Chi
prese i nostri mali per darci i suoi beni. L’ordine voluto da Dio nella
creazione sarà allora ristabilito, tornerà allora la pace a rallegrare gli
individui, mercé lo spirito di fede, ravvivato dall’anniversaria ricordanza del
Natale di Gesù Cristo.
« Ipse », cioé il nato
Gesù, « est pax nostra » dovrà dire anche la Società, se al naturalismo oggi
dominante contrapporrà la dottrina e l’esempio del Signor Nostro Gesù Cristo.
Oh! il Fanciullo di Betlemme sarà anche pace della Società, se questa alla
scuola di Lui, imparerà che il consorzio civile deve proporsi di agevolare
l’ultimo fine dei cittadini, cioè l’eterna salvezza; sarà sua pace, se si
inclinerà cogli organismi stessi alla sovranità indeclinabile del « Rex regum et
Dominus dominantium »; sarà sua pace se, adottando la cristiana sapienza, si
studierà di creare quella che l’intelletto di Agostino denominò « Città di Dio »
in opposizione alla « Città del mondo ».
Lungi pertanto dal paventare per
l’avvenire degli individui e della Società, Noi ci associamo all’augurio del
Sacro Collegio, desiderando prima che si ravvivi lo spirito della fede negli
individui e nella Società, e che possano poi, così gli uni come l’altra, godere
lungamente dei frutti di quella pace, che è figlia di una vera vita di fede.
L’Apostolo San Paolo, dopo di avere insegnato ai Romani, che « il regno di Dio
non è cibo e bevanda, ma giustizia e pace e gaudio nello Spirito Santo »,
deduceva dal suo ammaestramento questa conclusione: facciamo dunque ciò che
giova alla pace: « itaque quae pacis sunt sectemur » (1). Anche Noi,
come è piaciuto all’E.mo Decano del Sacro Collegio di rammentare, abbiamo testé
cooperato, nella scarsa misura delle Nostre forze, all’estensione del regno di
Dio, col promuovere la propagazione della fede in tutto il mondo. Ed oggi,
raccogliendo da labbro autorevole una opportuna parola, possiamo aggiungere che
lo zelo di evangelizzare i lontani presuppone nei vicini pratico amore
all’inestimabile dono della fede.
Epperò, dopo di aver procurato di ravvivare lo
spirito della fede col ricordo del Natale del Signor Nostro Gesù Cristo,
affinché sia dato agli individui e alla Società, di gustare più copiosamente i
frutti di quella pace che la sola Fede può dare, anche Noi dobbiamo con San
Paolo ricordare l’obbligo di fare tutto ciò che giova a mantenere questo
ineffabile bene: « itaque quae pacis sunt sectemur ». Perché « pacis sunt »,
giovano alla pace gli atti di ossequio e di obbedienza alle leggi divine ed
umane, che, in modo diretto od indiretto, riconoscono il supremo dominio di Dio
sulla creatura; « pacis sunt », giovano alla pace, le mortificazioni e le
penitenze con le quali assoggettansi i sensi allo spirito; « pacis sunt »,
giovano alla pace le condiscendenze che, nelle parole e negli atti, usiamo ai
nostri fratelli, anche con sacrifizio di amor proprio. Che se dalla
considerazione del bene individuale si passi a quella del sociale, dobbiamo
un’altra volta ripetere l’esortazione di S. Paolo: « itaque quae pacis sunt
sectemur ». « Pacis sunt » gli atti pubblici coi quali si riconosca che né dalle
scuole, né dai tribunali, né dalle pubbliche assemblee si deve mai dare
ostracismo a Dio, che è Signore non pur degli individui, ma anche della Società;
« pacis sunt » le industrie e le cure di poggiare l’alleanza dei popoli sulla
base della giustizia; « pacis sunt » gli arbitrati e le sentenze che i
popoli vinti condannano ad equa pena, non ad essere distrutti. Sarebbe superfluo
insistere sugli insegnamenti della fede per dimostrare ognor meglio che la Società non potrà aver pace che in Cristo, e che
l’individuo non potrà possederla che divenendo operosamente cristiano.
E
pertanto, mentre ringraziamo il Sacro Collegio di averCi porta occasione di
esprimere l’augurio che facciamo per l’odierna Società e per i singoli membri di
essa, offriamo all’E.mo Decano ed ai suoi Colleghi il sincero ricambio di
affettuosi voti per ogni maggiore e verace loro bene. Preghiamo ancora la pace,
che è frutto di vita di fede, a quanti si sono compiaciuti di farCi oggi filiale
corona, e chiediamo al Signore di confermare con la sua benedizione i Nostri
voti e gli augurî Nostri, perché la pace di tutti i figli é, più che altro mai,
la migliore gioia di un padre.
(1) Ad Rom XIV-19.
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Editrice Vaticana
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