 |
ALLOCUZIONE DEL SANTO PADRE BENEDETTO XV
AI PARROCI E AI PREDICATORI QUARESIMALISTI
DI ROMA
3 marzo 1919
Ai Parroci ed ai Predicatori quaresimalisti di Roma.
Ai dilettissimi figli convenuti in quest’alma Città per annunziarvi la divina
parola nell’imminente quaresima, Noi vorremmo indirizzare un saluto che
esprimesse ad un tempo la benevolenza del comun Padre dei fedeli e la
particolare sollecitudine del Vescovo di Roma. L’Apostolo Paolo dovette un
giorno accogliere un desiderio simile a quello che accogliamo ora Noi nel nostro
cuore. Voleva egli dare al suo Timoteo un nome atto a spiegare perché quel suo
fedele discepolo dovesse non solo fuggire la cupidigia delle cose terrene, ma
altresì seguire la giustizia. E, divinamente inspirato, san Paolo salutò Timoteo
col nome di « uomo di Dio »: «Ma tu, uomo di Dio » (I, Tim., VI, 11). Non è
difficile intendere quanto appropriato fosse quel nome a chi doveva col suo
esempio condannare coloro che, per cupidigia dei beni terreni, avevano deviato
dalla fede — « senza dubbio avevano deviato dalla fede per cupidigia » — perché
l’« uomo di Dio » non riconosce ragione di fine nelle ricchezze e negli onori:
«Ma tu, uomo di Dio, rifuggi da queste cose ». Né punto più malagevole apparisce
l’intendere che quel nome di « uomo di Dio » conveniva, meglio di ogni altro, a
chi, con l’esempio e con la parola, avrebbe dovuto far trionfare la giustizia e
mettere in onore la pietà, la fede e la carità, perché i propugnatori della
giustizia e i cultori della pietà, della fede e della carità si manifestano nei
fatti « uomini di Dio »: «Ma tu, uomo di Dio,… devi seguire la giustizia, la
pietà, la fede, la carità ». Ma non potremmo Noi imitare l’Apostolo e salutare
alla Nostra volta col nome di « uomini di Dio » i dilettissimi Nostri figli,
chiamati ad annunziare la divina parola in questa Nostra città di Roma
nell’imminente quaresima?
A questa domanda il Nostro cuore non indugia a dare
affermativa risposta, perché il padre si compiace sempre, non pur di ogni nome,
ma anche di ogni più piccola cosa che riesca ad onore dei figli. Ma, affinché
nessuno creda che l’affermativa risposta sia dovuta solo al sentimento del
cuore, Ci piace invitar voi, o dilettissimi, a considerare che essa è pur
confermata dal raziocinio della mente. A questa considerazione Noi vi invitiamo,
nel desiderio di mettere ognor meglio in rilievo di quanta stima sono
degni i predicatori della quaresima e di quale affetto Noi li circondiamo
nell’augurare fecondo di frutti il ministero ad essi affidato. Oh! potessimo Noi paragonarCi all’Apostolo Paolo, e, con verità pari a quella che fioriva sul
labbro di lui quando diceva a Timoteo «Ma tu, uomo di Dio », Noi potremmo
salutare col nome di « uomini di Dio » i predicatori della quaresima oggi
convenuti alla Nostra presenza! A questi infatti auguriamo non solo di tenersi
lontani da ciò che può nuocere all’efficacia del loro ministero — «Ma tu, uomo
di Dio, rifuggi da queste cose » — ma altresì di difendere la fede, di
propugnare la giustizia e di promuovere l’amore a Dio ed al prossimo, come si
addice a veri uomini di Dio: «Ma tu, uomo di Dio,… devi seguire la giustizia, la
pietà, la fede, la carità ».
Chi voglia dar forza persuasiva al suo discorso
deve anzitutto poggiarlo sull’insegnamento di un buon maestro. Noi perciò,
volendo dimostrare che ai predicatori si addice il nome di « uomini di Dio »,
mettiamo a base del nostro ragionamento la parola dell’Angelico Dottore. La
imposizione dei nomi, dice san Tommaso, deriva da ciò che determina la
cognizione delle cose da nominare: « Il nome viene imposto in rapporto a come la
cosa è conosciuta » (1a q. XIII). Ora le cose sono da noi conosciute o per le
loro proprietà o per le operazioni loro. Ne segue quindi che, a giudicare dei
nomi da imporsi ai predicatori, egli è d’uopo conoscere di questi le doti e le
azioni proprie.
Un modo facile di conoscere le doti essenziali dei predicatori è
certamente quello di ravvisare in essi, quasi adunate in modo eminente, le
qualità dei sacerdoti, perché sono tutti ornati della dignità sacerdotale e
rivendicano a sé, quasi patrimonio individuale, un più costante e più accurato
esercizio di una delle principali attribuzioni del sacerdozio, l’istruzione
della plebe cristiana. Il sacerdote, infatti, è mediatore fra Dio e gli uomini.
San Tommaso spiega la parola dell’Apostolo « uno solo è il mediatore fra Dio e
gli uomini, l’uomo Cristo Gesù » (I, Tim., II, 6), insegnando che solo a Cristo
si addice essere mediatore semplicemente e perfettivamente; laonde soggiunge che
nulla vieta esservi altri mediatori subordinati, i quali esercitino la
mediazione fra Dio e gli uomini in maniera dispositiva o ministeriale: «Nulla
tuttavia vieta che possano esservi molti altri mediatori subordinati, cioè a
disposizione quali ministri » (3a q. XXVI-1a). All’ufficio del mediatore,
dice ancora l’Angelico, propriamente appartiene il congiungere e l’unire coloro
fra i quali è mediatore. Ma all’unione fra l’uomo e Dio non coopera
efficacemente colui il quale a Dio congiunge le menti degli uomini, dissipandone
gli errori e illuminandole coi raggi della verità? Non coopera efficacemente
all’unione dell’uomo con Dio colui il quale nell’anima dell’uomo accende la
fiamma dell’amore verso il bene, per arrivare a stringerla al Bene Sommo, che è
Iddio?… Or non è questa la vostra missione particolare, o sacerdoti che vi
dedicate specialmente alla predicazione? Il titolo di mediatore fra Dio e gli
uomini, che è proprio di ogni sacerdote, appartiene dunque in modo speciale a
voi, che attendete ad unire gli uomini a Dio per mezzo della istruzione della
mente e del perfezionamento dello spirito; ognuno di Voi è sacerdote per
eccellenza, perché, è ancora san Tommaso che parla, « sacerdote è
proprio colui che dà le cose sacre, come afferma Malachia : Dalla sua bocca
chiedono insistentemente le leggi » (Malach., II, 7), e voi annunziate ai popoli
la legge divina, voi ne inculcate l’osservanza per stringerli a Dio. Se pertanto
i sacerdoti in genere devono avere lo spirito di Gesù Cristo, perché di ognuno di
essi si dice « il sacerdote è un secondo Cristo », i predicatori, che in maniera
più aperta compiono l’ufficio di mediatori fra Dio e gli uomini, devono essere
informati, in modo del tutto speciale, allo spirito di Dio. In questo spirito di
Dio, al quale diciamo dover essere informati in modo particolare i sacerdoti che
si dedicano al ministero della predicazione, Noi ravvisiamo il complesso delle
doti proprie del predicatore: in altre parole, è dalla somma di queste doti che
arriviamo a conoscere che cosa sia e debba essere il predicatore. Ma «
chiamiamo
ciascuno così come lo conosciamo »,insegna san Tommaso (I, q. XIII); dunque
anche dall’insieme delle qualità che formano ciò che appelliamo lo spirito di
Dio, possiamo dedurre il nome dei predicatori e salutarli « uomini di Dio »: «
Il nome viene dato in relazione a ciò per cui la cosa è conosciuta, cioè per le
sue proprietà ».
Non abbiamo bisogno di dire che i predicatori ci sono
rappresentati dalle loro doti come uomini che mirano a distaccare sé e gli altri
dalle cose della terra. Dietro le orme del divino Maestro, « separato dai
peccatori ed elevato sopra i cieli » (ad Hebr., VII, 26), devono attendere a ciò
che a Dio e alle cose sue si riferisce, per potersi appropriare una parola
simile a quella che Gesù pronunziava nel tempio: « Ignoravate che io debbo
essere nelle cose che sono del Padre mio? ». Ma il distacco dalle cose della
terra e la continua attenzione a quelle del cielo, onde acquistarle per sé e per
gli altri, devono quasi spiritualizzare la natura del predicatore e avvicinarlo
a Dio con una prossimità maggiore di quella che ad ogni altra creatura sia dato
avere col suo eterno Fattore. Questa prossimità con Dio, agevolata o, per meglio
dire, determinata dalle doti che non devono mancare nei buoni predicatori, ci
permette di dare a questi il bel nome di « uomini di Dio »: «Ma tu, uomo di Dio
».
La convenienza di un tal nome deve apparire anche più giustificata qualora si
rifletta che il predicatore, come ogni altro essere, è conosciuto in modo
speciale, oltre che dalle sue doti, anche dalle sue operazioni; sicché anche da
queste vuolsi derivare la retta imposizione del nome che ad esso compete: « Il
nome viene dato in relazione a ciò per cui la cosa è conosciuta, cioè per le sue
proprietà e per il suo operato » (Sum. Theol., 1a q. XIII).
Basta infatti
tornare col pensiero a quell’ufficio di mediatori fra Dio e gli uomini
che, se è proprio di tutti i sacerdoti, abbiamo già detto competere in
particolar guisa a coloro che sono destinati al ministero della sacra
predicazione. Il ricordato ufficio, mentre agli uomini assicura i beni positivi
della istruzione della mente e del miglioramento del cuore, a Dio — come a Colui
al quale non vi sono beni da aggiungere, perché tutti li possiede da tutta
l’eternità, — a Dio procura soltanto quel pubblico ed eterno riconoscimento di
sovrana eccellenza in cui consiste la gloria. Ma il buon predicatore procura la
gloria di Dio in modo da far palese che essa sta in cima dei suoi
pensieri, sulla punta del suo labbro, sulla palma delle sue mani.
Chi tenga
dietro ai passi di un predicatore, modellato agli esempi del divino Maestro, non
può difatti non ravvisare che l’attività di lui è ordinata alla gloria di Dio.
Lo dicono i pensieri che più spesso ne occupano la mente; lo dicono le parole
che gli fioriscono più spesso sul labbro; e soprattutto lo dicono le industrie
molteplici che usa il buon predicatore per attirare anime a Dio. Or coloro che
parlano spesso di Dio, coloro che per Iddio operano di frequente, e con la
parola e coll’opera mostrano di pensare spesso a Dio, non dovranno essere da noi
chiamati « uomini di Dio »? I profani purtroppo chiamano « uomini del mondo »
coloro che al mondo pensano, del mondo parlano, pel mondo si adoperano con
singolare frequenza ed altrettanto interesse. Eleviamoci anche a più spirabile
aere; e non è egli vero che si chiamano « uomini di studio » coloro che
nelle conversazioni familiari non trovano diletto e d’altro non sanno parlare
che di libri, di codici e di pandette? Non è egli vero che sono chiamati «
uomini di chiesa » coloro che amano riferire ciò che nella Chiesa si insegna o si compie?
E non diremo « uomini di Dio » i predicatori che il nome santo di Dio devono
avere sempre sul labbro, quasi per indicare che a Dio tengono sempre rivolto il
pensiero della mente e l’affetto del cuore, e a Dio vogliono sempre indirizzate
le opere delle loro mani? Evidentemente l’insieme di queste opere indirizzate a
Dio ci fa conoscere ciò che sono i predicatori; ma, poiché nominiamo le cose
come le conosciamo, « noi chiamiamo ognuno così come lo conosciamo »,
chiaro apparisce che il nome di « uomini di Dio » è giustificato nei predicatori non
solo dalle doti, ma anche dalle opere loro: « Il nome viene dato in relazione a
ciò per cui la cosa è conosciuta, cioè per le sue proprietà e per il suo operato
».
A non diversa conclusione ci porta l’esame delle parole con le quali san
Paolo traccia l’ufficio del sacerdote e, a più forte ragione, anche del
predicatore, quando lo dice « preposto a pro degli uomini in tutte le cose che
riguardano Dio » (Ad Hebr., V, 1). Ogni mediazione suppone due termini. San Paolo
precisa quelli della mediazione affidata al predicatore: «Viene preposto a
favore degli uomini », ecco il termine terreno; « in tutte le cose che
riguardano Dio », ecco il termine celeste. È da notare la forma amplissima con
la quale l’Apostolo esprime l’azione del predicatore riguardo a Dio. « In tutte
le cose che riguardano Dio », abbraccia dunque il culto e ogni manifestazione
esterna della gloria di Dio; « in tutte le cose che riguardano Dio », abbraccia
la dottrina rivelata da Dio e la legge da Lui promulgata; « in tutte le cose che
riguardano Dio », riguarda i premi promessi e i castighi minacciati da Dio; «
in
tutte le cose che riguardano Dio…»; dite voi se vi ha cosa che sia esclusa da
questa forma amplissima dell’azione del predicatore in ordine a Dio!
Ma questa
medesima ampiezza ci fa conoscere quale dev’essere il buon predicatore. A
lui infatti è lecito occuparsi di ogni classe di persone, a lui è consentito
esaminare ogni condizione di cose. Ma se fra i giovani compie l’opera
dell’agricoltore, che mira a tener dritte le tenere pianticelle, egli è solo
perché a Dio vuole indirizzare i cuori dei giovani.
Se fra gli uomini di età matura si fa banditore delle leggi della giustizia,
egli è perché vuole che l’attrattiva dei beni terreni non impedisca l’acquisto
del Bene sommo che è Dio. Se nelle famiglie impone l’obbedienza dei figli e il
mutuo amore fra gli sposi; anzi se in mezzo al civile consorzio promuove ed
esalta il rispetto all’autorità, egli è perché vuole che gli uomini non scuotano
le basi sulle quali Iddio fondò la famiglia e la società. Il predicatore, così
dei giovani come degli uomini dell’età matura, così dei figli come dei genitori,
così dei servi come dei padroni, ci apparisce dunque un’altra volta « in tutte
le cose che riguardano Dio ». Comprende ognuno che alcuni casi particolari
citati ad esempio e alcune condizioni speciali prese ad esame Ci permettono
argomentare che, in ogni tempo, in ogni caso ed in ogni condizione, il vero
predicatore deve attendere principalmente a ciò che riguarda Dio e la sua
gloria: « in tutte le cose che riguardano Dio ».
Né si creda che questa
sollecitudine della divina gloria sia lasciata all’arbitrio del predicatore,
così che egli possa anche trascurarla: a giudicar rettamente, Noi la dobbiamo
dire tanto congiunta all’officio del predicatore che, se venisse meno,
mancherebbe al mediatore fra Dio e gli uomini un elemento costitutivo della sua
essenza.
Chi dal proprio sovrano è accreditato in qualità di ambasciatore presso
un altro principe della terra, non solo si adopera a promuovere gli interessi e
a difendere le ragioni del suo sovrano, ma coglie ancora ogni occasione per
accrescerne la stima ed il prestigio presso coloro coi quali s’incontra: ne
parla spesso, spesso ne esalta i meriti e ne vorrebbe sempre appagati i
desideri, sicché quanti lo avvicinano lo dicono « tutto del suo sovrano ». Non
altrimenti il buon predicatore deve meritare di essere detto « uomo di Dio »,
perché tutto inteso a promuoverne la gloria e ad estenderne il regno nelle
anime. Ad una donna del volgo, che aveva ascoltato tutte le prediche della
quaresima in una chiesa principale di Genova, fu chiesto il nome del
predicatore, ed essa, scusandosi di non saperlo, rispose semplicemente: era un «
uomo di Dio ». Oh! il meritato elogio reso a chi si era mostrato sollecito
unicamente della gloria di Dio e della salvezza delle anime; oh! la
testimonianza eloquente, che il senso comune dava, per bocca di una donna del
volgo, alla verità che annunzia ai predicatori competere il nome di « uomini di
Dio ».
Non è, dunque, solo il sentimento del cuore, egli è anche il rigoroso
raziocinio della mente che Ci autorizza a salutare voi, o dilettissimi figli,
col nome che san Paolo dava al suo Timoteo: «Ma tu,uomo di Dio! ».
Nel darlo a ciascun di voi, esulta il Nostro cuore al pensiero della stima e
della riverenza con cui i fedeli di Roma dovranno stringersi intorno alle
cattedre, dalle quali voi, nell’imminente quaresima, bandirete la divina parola,
perché « gli uomini di Dio » devono essere da tutti stimati e riveriti da
tutti. Ma l’anima Nostra esulta altresì per la fiducia che, nell’imminente
quaresima, ciascuno di voi giustificherà ognora meglio il nome di « uomini di
Dio » che Noi abbiamo detto competere ai predicatori. San Paolo dava quel
nome a Timoteo quando lo voleva lontano da ogni cupidigia: «Ma tu, uomo di
Dio, rifuggi da queste cose », e quando lo voleva sollecito del trionfo della
giustizia e dell’impero della fede, della pietà e della carità: «Ma tu, uomo di
Dio,… devi seguire la giustizia, la fede, la pietà, la carità ». Anche voi, o
carissimi, tenetevi lontani da ogni cupidigia, compresa quella che l’Apostolo
chiama « radice di ogni male ». Questa non consiste solo nell’indegna
sollecitudine di lucro materiale; può comprendere anche una eccessiva stima
delle proprie doti naturali, a preferenza delle altrui, in ordine alla sacra
predicazione; può comprendere un’affannosa cura di esibire se stesso, una
stucchevole frequenza di parlare di sé e delle cose sue. Il predicatore che è «
uomo di Dio », anzi appunto perché « uomo di Dio », si tiene lontano da ogni
sorta di cupidigia terrena: «Ma tu, uomo di Dio, rifuggi da queste cose »; non
predica se stesso, ma Gesù Cristo. E predicando Gesù Cristo, vuole assicurato il
regno della giustizia nella triplice relazione che l’uomo ha con Dio, col
prossimo e con se stesso, « segui la giustizia »; predicando Gesù Cristo, vuole
che la Fede rischiari col suo splendore il sentiero dell’uomo sopra la terra, «
segui la fede »; vuole che la pietà sia balsamo e refrigerio a chi soffre, «
segui la pietà »; vuole finalmente che la carità tolga ogni asprezza nel vivere
sociale e informi, anche quaggiù, i mutui rapporti degli uomini, perché essa
sola rimarrà in cielo, « segui la carità ».
Oh! come è dolce, come è soave
all’anima Nostra la speranza che tutti i predicatori dell’imminente quaresima,
in Roma, sapranno dimostrarsi coi fatti altrettanti « uomini di Dio ».
Vogliamo
anzi aggiungere un’ultima parola. L’apostolo Paolo non fu pago di dare una sola
volta il nome di « uomo di Dio » al suo fedele discepolo (I Tim., VI, 11); tornò
a dirglielo anche nella seconda lettera a lui indirizzata; ma in questa non lo
disse più semplicemente « uomo di Dio »; lo disse « perfetto uomo di Dio »: «
affinché sia perfetto uomo di Dio ». Non ricordate voi, però, quando fu che
l’Apostolo adoperò questa frase più espressiva? Allora fu quando salutò in
Timoteo l’uomo che dallo studio e dall’uso della Sacra Scrittura era fatto
capace di ogni opera buona: «Tutta la Scrittura è ispirata da Dio e utile per
insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, affinché l’uomo di
Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona » (II Tim., III, 17). Ma
anche voi, o dilettissimi figli, che, come « uomini di Dio », dovete aver sempre
familiare la divina parola, della parola divina dovrete valervi, specialmente
nel tempo quadragesimale, per ottenere i quattro effetti della predicazione, che
si confondono appunto con quelli dello studio della Sacra Scrittura. Voi dovrete
infatti insegnare i dommi della Fede, mostrandovi preparati « ad insegnare
»;
voi dovrete redarguire gli errori contrari alla stessa Fede, mostrandovi pronti
« a convincere »; voi dovrete correggere i depravati costumi e informare l’uomo
alla pietà e alla giustizia, mostrandovi disposti « a correggere ed a formare
nella giustizia ». Ciò facendo, apparirete anche voi « preparati per ogni opera
buona ». E non avremo Noi ragione di non salutarvi solo col semplice nome di «
uomini di Dio », ma di applicare a voi tutta intiera la frase dell’Apostolo: «
affinché sia un perfetto uomo di Dio »? Ci conforta
in questa speranza anche la presenza dei parroci di Roma. Dicemmo altre volte
che Noi li consideriamo predicatori abituali, perché in ogni epoca dell’anno
essi devono compiere, senza interruzione, presso i loro parrocchiani, ciò che i
predicatori della quaresima fanno presso il popolo di Roma solo in questa
circostanza dell’anno. Ad essi compete, dunque, in modo abituale anche il nome
di « uomini di Dio »; anzi il loro esempio Noi crediamo provvidenzialmente
ordinato a rafforzare i predicatori della quaresima nel proposito di essere e di
mostrarsi sempre « veri uomini di Dio ».
Ma al proposito dell’uomo, anche se
rafforzato dall’esempio di altro uomo, è necessaria la rugiada della divina
grazia, non solo per essere costante, ma anche per essere fecondo. Epperò la
celeste benedizione Noi la invochiamo copiosa sui predicatori della prossima
quaresima in Roma, nonché sul Collegio dei parroci di quest’alma città. Oh! la
benedizione di Dio li tenga lontani da ciò che ad essi non conviene, («Ma tu,
uomo di Dio, rifuggi da queste cose »), e li renda santamente solleciti di ciò
che può accrescere la fecondità del loro ministero, affinché ne abbia gloria
Iddio, conforto ogni classe di persone, sprone e incoraggiamento al bene ogni
predicatore: « Affinché sia un perfetto uomo di Dio, preparato per ogni opera
buona ».
Copyright © Libreria
Editrice Vaticana
|