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DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XV
AI PARROCI ED AI PREDICATORI QUARESIMALISTI DI ROMA
11 febbraio 1918 Negli anni scorsi, il saluto da Noi rivolto ai predicatori della
Quaresima in
Roma fu sempre accompagnato da una calda esortazione a tener
presente ciò che
importa l’ufficio di banditori della divina parola. In quest’anno una tale esortazione
sembra superflua, perché è di fresca data la Lettera che,
intorno al grave
argomento della sacra predicazione, abbiamo indirizzato
all’Episcopato cattolico,
e per esso a tutti i sacri oratori. Può dirsi che la
sollecitudine da Noi prima usata
verso i figli più vicini sia stata poscia estesa anche ai
figliuoli lontani. Ma la partecipazione
dei lontani ad un beneficio non priva del beneficio stesso i
vicini.
Vorreste dire che determina emulazione fra gli uni e gli altri?
Noi preferiamo
credere che persuade i figliuoli vicini a mostrare che essi,
meglio degli altri, hanno
compreso ed apprezzano l’importanza del beneficio ricevuto dal comun Padre.
In niuna occasione però, meglio che nella santa Quaresima,
possono i predicatori
di Roma mostrare di aver fatto tesoro delle norme, e dei
precetti che ad
essi e a tutti i sacri oratori sono stati recentemente
ricordati, per assicurare il
buon frutto del loro ministero. Nell’indirizzare pertanto il Nostro affettuoso saluto a voi, o dilettissimi figli,
chiamati a predicare la santa Quaresima ai fedeli di questa alma
città, siamo così
lungi dal supporre a voi necessaria l’antica Nostra esortazione
a tener presente
ciò che importa il delicato officio di banditori della divina
parola, che anzi giudichiamo
debba venire da voi, riguardo al modo di ben predicare, quel
conforto
che la pratica reca alla teoria. I fedeli sparsi nel mondo
volgono lo sguardo a Roma,
per averne la legge del credere e la norma dell’operare: e Roma,
dall’altezza
di quest’Apostolico Seggio, non per merito di chi vi siede, ma
per virtù dello
Spirito Santo che lo assiste, è sempre sollecita di appagare la
doppia brama del
popolo cristiano. Anche Noi, o dilettissimi, sulle orme dei
Pontefici che Ci hanno
preceduto sulla Cattedra di San Pietro, coi rinnovati
insegnamenti intorno
alla sacra predicazione abbiamo mirato ad assicurare ai fedeli
la conoscenza della
vera legge del credere e della santa norma dell’operare. Ma, se
il Nostro insegnamento
dovesse restar ristretto al solo campo della teoria, forse non
riuscirebbe
tanto efficace quanto il bisogno richiede; aggiungetevi dunque
voi la conferma
della pratica, e del Nostro insegnamento sul modo di predicare:
crescerà, non il
valore sostanziale, bensì la efficacia.
Ci sembra che questo pensiero debba riuscir gradito ai sacri
oratori, chiamati
a predicare in Roma nella Quaresima che viene prima dopo la
pubblicazione
della Nostra Enciclica sulla predicazione, perché più che mai
giustifica il loro titolo
di Nostri cooperatori, più che mai li mostra veri ambasciatori
del Papa presso
il popolo di Roma. Né vi sgomenti, o dilettissimi, l’arduità
dell’impresa, perché
basta ricordare «
chi sia il buon predicatore », o, se meglio piace, donde derivi
ciò che costituisce il buon predicatore. E Noi amiamo credere
che ognuno di
Voi, ponendo mente alle parole che siamo per dirvi, riconoscerà
se stesso nel ritratto
del « buon
predicatore », che intendiamo
ora di presentarvi.
L’eccellenza del ministero affidato ai sacri oratori dipende
dall’esser desso
continuazione dell’opera di Gesù Cristo. Il divin Salvatore
disse apertamente
agli Apostoli e, nella loro persona, a tutti i futuri suoi
ministri: « Come mandò
me il Padre, anch’io mando voi » (Giov., XX, 21). Ad indicare poi in
qual modo
avrebbero dovuto continuare la missione di Lui, che, come aveva
detto altra volta,
« era venuto
nel mondo al fine di rendere testimonianza alla verità » (ivi, XVIII,
37), Gesù Cristo soggiunse: « Predicate l’Evangelo » (Marc., XVI, 15).
Di qui si comprende agevolmente che, come aveva potuto dire di
sé, nel
senso più rigoroso e proprio della parola, di esser luce del
mondo, « Io sono la luce
del mondo »
(Giov., VIII, 12), così, per sua infinita bontà, abbia potuto dire
« luce del
mondo » anche coloro che, con
Lui e per Lui, erano destinati a diffondere
la luce della verità in mezzo al mondo: «Voi
siete la luce del mondo »
(Matt.,
V, 14 ). Ma chi comprende altresì che il predicatore è tanto più
buono quanto
meglio continua l’opera di Gesù Cristo, o quanto più esattamente
ne adempie il
precetto?
Il divino Maestro ha detto ai sacri ministri: « Predicate il Vangelo », e la parola
di Gesù, come quella che era perfetta e non abbisognava di
essere da altri
completata, significava che buon predicatore sarebbe stato colui
il quale avesse
annunziato, in conveniente maniera, tutto e solo l’Evangelo! Appena è d’uopo ricordare
che il Vangelo abbraccia il dogma e la morale, per dedurne che
il sacro
oratore deve esporre ai fedeli ciò che devono credere e ciò che
devono fare per
conseguir l’eterna salvezza. Quasi contemporanea alla
pubblicazione della Nostra
Enciclica sulla predicazione è stata la promulgazione del nuovo
« Codice di
Diritto Canonico », e un canone di questo — che è il 1347
— mirabilmente
compendia l’officio del sacro oratore, dicendo che deve esporre
al popolo le due
parti dell’Evangelo, che sono il dogma e la morale: «Nelle
sacre predicazioni vanno
esposte innanzi tutto le cose che i fedeli… debbono credere e
fare per la salvezza ».
Si dice: « le
cose che i fedeli debbono credere », ecco indicato il dogma; si soggiunge:
« le cose che i
fedeli… debbono fare per la salvezza », ecco ricordata la morale.
Ma più che sulla comprensione del Vangelo, abbracciante dogma e
morale,
giova insistere su quella interpretazione delle parole del
divino Maestro: « Predicate il Vangelo
», per la quale abbiamo detto che buon
predicatore è colui il quale
annunzia tutto
e solo il Vangelo. Un tutto dev’essere
considerato non solo nelle
varie sue parti, ma anche nei singoli membri di esse; epperò,
per annunziare tutto
il Vangelo, deve il buon predicatore esporre ai fedeli così i
dogmi che possono
inebriarne il cuore di letizia, come quelli che devono riempirli
di salutare timore;
deve far loro ammirare la divina Misericordia, ma li deve anche
santamente
intimorire col ricordo della divina Giustizia. Non meriterebbe
di essere detto
buon predicatore chi, per blandire l’uditorio, non
esponesse, sotto il suo verace
aspetto, od anche solo tacesse quando fosse mestieri
annunziarla, la dottrina rivelata
intorno alla gravità delle offese fatte a Dio, e circa i
castighi coi quali quelle
offese debbono esser punite nel tempo o nell’eternità. Egli è
evidente che
quell’oratore non annunzierebbe tutto il Vangelo, anzi mostrerebbe di aver
dimenticato
che Gesù Cristo gli ha imposto di insegnare l’osservanza di tutti i suoi
precetti: «
Insegnate loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato » (Matt., XXVIII,
20). A voi, dilettissimi figli, non dobbiamo far rilevare che, a
non concedere
il nome di buon predicatore a chi non avesse esposto tutto il Vangelo, Ci
spingerebbe la supposizione che nessun motivo di lodevole
prudenza suggerisse
o giustificasse quel silenzio. Imperocché nell’esposizione della
verità cattolica
non deve mai introdursi la falsità; ma di una parte del vero si
può tollerare il silenzio,
quando non vi sia obbligo di parlarne per la difesa della Fede;
anzi se ne
dovrebbe esigere l’omissione quando, senza conseguir verun bene,
si andasse incontro
a verissimo male, quale sarebbe ad esempio quello di inasprire
animi già
mal disposti verso la Chiesa. Ma non Ci permette di indugiare in questa dichiarazione la
prudenza, che
non dubitiamo sia bell’ornamento di chi è stato scelto ad
annunciate la divina parola
in Roma nell’imminente Quaresima. Epperò Ci affrettiamo a
chiamare invece
la vostra attenzione, o dilettissimi, sull’obbligo che ha il
sacro oratore di annunziare,
come tutto,
così solo il Vangelo. Forse certi oratori, di età
non troppo remota,
avevano posto in oblìo il dovere di esporre solo il Vangelo, più che avessero
dimenticato l’obbligo di esporlo tutto.
Ma chi non vede che farebbe cosa altamente
ingiuriosa a Dio chi alla divina parola volesse aggiunger la
parola umana,
quasi che quella avesse bisogno di esser completata e
perfezionata da questa?
Il divin Salvatore, venuto sulla terra per indicare all’uomo la
via da tenere
per giungere all’eterna salvezza, disse necessaria e sufficiente
a tale scopo l’osservanza
del Vangelo. Ora, se un predicatore trasportasse i suoi uditori
in campi
non indicati dal santo Vangelo, e magnificasse tanto la bellezza
dei nuovi orizzonti
scorti da quei campi, se tanto lodasse i frutti maturati in
questi, da mettere
nell’animo dei suoi uditori l’opinione che forse all’eterna
salvezza giovi lo spaziare
in campi distinti dai campi evangelici, diteci voi se
quell’oratore non darebbe
a Gesù Cristo la patente di maestro insufficiente? Ma per ciò
stesso Noi vorremmo
negare a lui quella di « buon predicatore », perché tale è solo colui che
fedelmente
continua la missione di Gesù Cristo e che di Gesù Cristo più
esattamente
adempie i precetti.
Oh! quanto importa di insistere sull’obbligo, che incombe al
buon predicatore,
di limitarsi ad annunziare solo il santo Vangelo! Un ambasciatore, che
al sovrano
presso il quale è accreditato non esponesse solo ciò di cui ha
ricevuto
mandato dal suo principe, meriterebbe di non essere creduto in
nessuna parte
della sua ambasceria, perché nessuno potrebbe sapere quando il
suo linguaggio
fosse conforme al ricevuto mandato e quando invece se ne
discostasse. Ma i predicatori
non sono anch’essi ambasciatori? Ambasciatori sono di Dio presso
il popolo
cristiano; epperò al popolo cristiano devono portare solo la
parola di Dio:
se altra ne portassero, meriterebbero di essere sconfessati dal
Sovrano che li ha
eletti a suoi ambasciatori. E notate, o dilettissimi, il danno grave che arrecherebbero al
popolo cristiano
cotesti ambasciatori di Dio, che alla divina parola
aggiungessero la propria.
Imperocché la via che Gesù Cristo ha tracciato ai cristiani per
giungere a salvezza
è la via stretta della penitenza e della mortificazione. In
questa strada deve entrare
sollecito, anzi in questa deve correre animoso chiunque desidera
raggiungere
la méta a lui proposta. Ma non vi ha dubbio che riesce a disagio
il camminare
per una via stretta, e sparsa di triboli e spine… A quale forte
tentazione, di abbandonare
questa strada, è perciò esposto colui al quale un’altra ne è
indicata
più spaziosa e piana! Usciamo di metafora, o dilettissimi. Il
sacro oratore che
non predica
solo il Vangelo, addita forse
ai suoi uditori una via più larga, e certamente
meno aspra, di quella che addita il fedele esecutore del
rigoroso precetto:
« Predicate il
Vangelo »; ma una via che non
conduce alla meta, una via che può
anzi terminare in un precipizio, deve dirsi disastrosa, e chi
invita il viandante a
mettersi in quella strada, al viandante stesso cagiona grave
danno. Così è del predicatore
dimentico di dover predicare il solo Vangelo.
Se non rivolgessimo ora la nostra parola ad un eletto stuolo di
sacerdoti, certamente
animati dallo spirito di Gesù Cristo e ben preparati all’eccelso
ministero
che stanno per intraprendere, Noi vorremmo insistere anche più
nel dimostrare
che il buon predicatore deve predicare tutto e solo il Vangelo, perché potremmo
ricordare che la bontà di esso si deduce anche dal modo con cui
adempie il fine
della predicazione. Questo fine, come quello che è
corrispondente all’opera redentrice
di Gesù Cristo, si esprime bene con le parole del Profeta, che
disse la redenzione
« indirizzata a
togliere il peccato e a portare sulla terra la giustizia »,
« ut finem
accipiat peccatum et adducatur iustitia sempiterna » (Dan.,
IX, 24). E ora, non
sappiamo Noi che l’Evangelo, mentre narra quanto fece Gesù
Cristo per compiere
la sua copiosa redenzione, esprime insieme quanto lo stesso
divin Redentore ha
insegnato doversi fare dai suoi ministri per ottenere al popolo
cristiano la più
estesa partecipazione ai frutti della sua redenzione? Ne
consegue che chi non predicasse
tutto il
Vangelo insegnerebbe, in modo implicito, potersi fare a meno di
una parte di ciò che Gesù Cristo disse indispensabile a togliere
il peccato e a portare
sulla terra la giustizia: ne consegue che chi non predicasse solo il Vangelo, insegnerebbe,
sempre in modo implicito, non bastare ciò che Gesù Cristo ha
detto
sufficiente all’universale applicazione dei frutti dell’opera
sua redentrice.
Ma è lungi dall’animo Nostro il supporre che fra i
quaresimalisti di Roma
possa esservi chi non sia determinato ad esporre ai fedeli di quest’alma città tutto
e solo
il Vangelo. Noi teniamo certo
che, se oggi o domani si presentasse ad essi
qualche indiscreto investigatore del programma della imminente
loro predicazione,
risponderebbero tutti: nostro programma è predicare tutto e solo il Vangelo.
« Predicate il
Vangelo ». Né dubitiamo che
al termine della Quaresima possano i
fedeli attestare che tutti i predicatori di Roma hanno predicato tutto e solo il Vangelo!
Oh! quale conforto ci arreca questa fiducia! Credereste sia il
conforto che ha
un padre, quando ravvisa fondata la sua speranza di vedere
allontanati dai figli i
cibi malsani? Certamente non escludiamo questo conforto, anzi vi
aggiungiamo
pur quello, tanto analogo, del padre che vede apprestati ai
figliuoli i cibi che possono
favorirne meglio lo sviluppo. Ma il nostro conforto è anche
maggiore. Imperocché
Noi torniamo col pensiero a ciò che abbiamo detto nell’esordire.
È ben
naturale che a Roma si volga lo sguardo per scorgere come qui si
osservano le recenti
prescrizioni della Santa Sede intorno al modo di predicare. Oh!
quando potrà
giungere alle più estreme regioni della terra la notizia che i
quaresimalisti di
Roma nel 1918 hanno predicato tutto e solo il Vangelo, non potrà più esservi un
sacro oratore che si appelli ad autorevole esempio per
giustificare la sua audacia di
porre in non cale qualche parte dell’insegnamento evangelico o,
peggio ancora, di
sostituire e di aggiungere la parola dell’uomo a quella di Dio.
Fin da principio vi dicevamo, o dilettissimi, che non avrebbe
dovuto riuscirvi
malagevole il confermare col vostro esempio il carattere proprio
del « buon
predicatore »: ora vedete che basta la rigorosa osservanza del precetto di Gesù
Cristo: «
Predicate il Vangelo ».
Animatevi dunque sempre più nel proposito di
non allontanarvi dalla pratica osservanza di questo precetto, e
tenete per fermo
che chi meglio l’osserva meglio acquista il nome di « buon predicatore ».
Ma non sappiamo conchiudere il discorso senza indirizzare un
affettuoso saluto
anche ai parroci di Roma. Imperocché ad essi può volgere lo
sguardo scrutatore
chi voglia conoscere come in Roma si osservino i pontifici
decreti intorno
alla sacra predicazione; anzi possiamo dire che sui parroci di
Roma si appunta di
continuo quello sguardo scrutatore, che sui quaresimalisti si
affissa solo in breve
periodo dell’anno. Diamo lode a Dio, a Dio siano rese le dovute
grazie perché
l’eterna città può vantare un collegio di parroci, che non
ignora incombergli
l’obbligo di perfezione, tanto maggiore quanto più vicino
all’Apostolico Seggio è
nell’esercizio del sacro ministero. Noi però desideriamo aver
sempre nuovi titoli
per dire, così ai predicatori come ai parroci di Roma: «Vedano
tutti le vostre buone
opere, e glorifichino il Padre vostro ». Laonde copiosa ed efficacissima
invochiamo sugli uni e sugli altri la benedizione di Dio. Il divino
Maestro, con le parole
« predicate il
Vangelo », tracciò un
programma completo e pei predicatori e pei
curatori di anime. Oh! nessun altro programma mostrino di voler
seguire questi
Nostri figli, sia nel pulpito sia nella parrocchia, sia in
privato sia in pubblico; e
siano tutti consolati con l’abbondanza dei frutti, che il
Signore concede a quei
suoi ministri i quali predicano tutto e solo il Vangelo.
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