LETTERA ENCICLICA
AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI
PRIMATI
ARCIVESCOVI VESCOVI
E AGLI ALTRI ORDINARI LOCALI
CHE SONO IN PACE
E COMUNIONE
CON LA SEDE APOSTOLICA
PAPA BENEDETTO XV
VENERABILI FRATELLI
SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE
Non appena per gl’inscrutabili disegni della Divina Provvidenza
fummo chiamati, senza alcun merito Nostro, ad assiderCi sulla cattedra del
beatissimo Principe degli Apostoli, Noi, ascoltando come diretta alla Nostra
persona quella stessa voce che Cristo Signore rivolgeva a Pietro, «Pasci i
miei agnelli, pasci le mie pecorelle»(1), immediatamente rivolgemmo uno
sguardo d’inesprimibile affetto al gregge che veniva affidato alla Nostra cura:
gregge veramente immenso, perché abbraccia, quali per un aspetto, quali per un
altro, tutti gli uomini. Tutti infatti, quanti essi sono, furono liberati dalla
servitù del peccato da Gesù Cristo, che per loro offrì il prezzo del suo sangue;
né v’è alcuno che sia escluso dai vantaggi di questa redenzione. Onde il divino
Pastore può ben dire che, mentre una parte del genere umano la tiene già
avventuratamente accolta nell’ovile della Chiesa, l’altra Egli ve la sospingerà
dolcemente: «Ho altre pecore che non sono di quest’ovile; occorre che io le
conduca, e ascolteranno la mia voce»(2).
Lo confessiamo, Venerabili Fratelli: il primo sentimento che
abbiamo provato nell’animo, e che vi fu acceso di sicuro dalla divina bontà, è
stato un incredibile palpito di affetto e di desiderio per la salvezza di tutti
gli uomini; e nell’assumere il Pontificato Noi concepimmo quel medesimo voto che
Gesù Cristo espresse già presso a morire sulla Croce: «Padre santo,
custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato»(3). Pertanto, allorché da
questa altezza della Apostolica dignità potemmo contemplare con un solo sguardo
il corso degli umani avvenimenti, e vedemmo dinanzi a Noi la miseranda
condizione della civile società, ne provammo davvero un acuto dolore. E come
sarebbe potuto accadere che divenuti Noi Padre di tutti gli uomini, non Ci
sentissimo straziare il cuore allo spettacolo che presenta l’Europa, e con essa
tutto il mondo, spettacolo il più tetro forse ed il più luttuoso nella storia
dei tempi? Sembrano davvero giunti quei giorni, dei quali Gesù Cristo predisse:
«Sentirete parlare di guerre e di rumori di guerre… Infatti si solleverà
popolo contro popolo, e regno contro regno»(4). Il tremendo fantasma della
guerra domina dappertutto, e non v’è quasi altro pensiero che occupi ora le
menti. Nazioni grandi e fiorentissime sono là sui campi di battaglia. Qual
meraviglia perciò, se ben fornite, come sono, di quegli orribili mezzi che il
progresso dell’arte militare ha inventati, si azzuffano in gigantesche
carneficine? Nessun limite alle rovine, nessuno alle stragi: ogni giorno la
terra ridonda di nuovo sangue e si ricopre di morti e feriti. E chi direbbe che
tali genti, l’una contro l’altra armata, discendano da uno stesso progenitore,
che sian tutte della stessa natura, e parti tutte d’una medesima società umana?
Chi li ravviserebbe fratelli, figli di un unico Padre, che è nei Cieli? E
intanto, mentre da una parte e dall’altra si combatte con eserciti sterminati,
le nazioni, le famiglie, gli individui gemono nei dolori e nelle miserie,
funeste compagne della guerra; si moltiplica a dismisura, di giorno in giorno,
la schiera delle vedove e degli orfani; languiscono, per le interrotte
comunicazioni, i commerci, i campi sono abbandonati, sospese le arti, i ricchi
nelle angustie, i poveri nello squallore, tutti nel lutto.
Commossi da mali così gravi Noi, fin dalla soglia del sommo
Pontificato, ritenemmo Nostro dovere di raccogliere le ultime parole uscite dal
labbro del Nostro Predecessore, Pontefice di illustre e così santa memoria, e di
dar principio al Nostro Apostolico ministero col tornare a pronunziarle: e così
caldamente scongiurammo Principi e Governanti affinché, considerando quante
lagrime e quanto sangue sono stati già versati, s’affrettassero a ridare ai loro
popoli i vitali benefìci della pace. Deh! Ci conceda Iddio misericordioso che,
come all’apparire del Redentore divino sulla terra, così all’iniziarsi del
Nostro ufficio di Vicario di Lui, risuoni l’angelica voce annunziatrice di pace:
«Pace in terra agli uomini di buona volontà»(5). E l’ascoltino, li
preghiamo, l’ascoltino questa voce coloro che hanno nelle loro mani i destini
dei popoli. Altre vie certamente vi sono, vi sono altre maniere, onde i lesi
diritti possano avere ragione: a queste, deposte intanto le armi, essi
ricorrano, sinceramente animati da retta coscienza e da animi volonterosi. È la
carità verso di loro e verso tutte le nazioni che così Ci fa parlare, non già il
Nostro interesse. Non permettano dunque che cada nel vuoto la Nostra voce di
padre e di amico.
Ma non è soltanto l’attuale sanguinosa guerra che funesti le
nazioni e a Noi amareggi e travagli lo spirito. Vi è un’altra furibonda guerra,
che rode le viscere dell’odierna società: guerra che spaventa ogni persona di
buon senso, perché mentre ha accumulato ed accumulerà anche per l’avvenire tante
rovine sulle nazioni, deve anche ritenersi essa medesima la vera origine della
presente luttuosissima lotta. Invero, da quando si è lasciato di osservare
nell’ordinamento statale le norme e le pratiche della cristiana saggezza, le
quali garantivano esse sole la stabilità e la quiete delle istituzioni, gli
Stati hanno cominciato necessariamente a vacillare nelle loro basi, e ne è
seguito nelle idee e nei costumi tale cambiamento che, se Iddio presto non
provvede, sembra già imminente lo sfacelo dell’umano consorzio. I disordini che
scorgiamo sono questi: la mancanza di mutuo amore fra gli uomini, il disprezzo
dell’autorità, l’ingiustizia dei rapporti fra le varie classi sociali, il bene
materiale fatto unico obiettivo dell’attività dell’uomo, come se non vi fossero
altri beni, e molto migliori, da raggiungere. Sono questi a Nostro parere, i
quattro fattori della lotta, che mette così gravemente a soqquadro il mondo.
Bisogna dunque diligentemente adoperarsi per eliminare tali disordini,
richiamando in vigore i princìpi del cristianesimo, se si ha veramente
intenzione di sedare ogni conflitto e di mettere in assetto la società.
Gesù Cristo disceso dal Cielo appunto per questo fine di
ripristinare fra gli uomini il regno della pace, rovesciato dall’odio di Satana,
non altro fondamento volle porvi che quello dell’amore fraterno. Quindi quelle
sue parole tanto spesso ripetute: «Vi dò un comandamento nuovo: che vi amiate
gli uni gli altri»(6); «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli
uni gli altri »(7); «Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri»(8);
quasi che tutta la sua missione ed il suo compito si restringessero a far sì che
gli uomini si amassero scambievolmente. E quale forza di argomenti non adoperò
per condurci a questo amore?
Guardate in alto, ci disse: «Uno solo è infatti il Padre
vostro che è nei cieli»(9). A tutti, senza che per lui possano per nulla
contare la diversità di nazioni, la differenza di lingue, la contrarietà
d’interessi, a tutti pone sul labbro la stessa preghiera: «Padre nostro, che
sei nei cieli»(10); ci assicura anzi che questo Padre celeste,
nell’effondere i suoi benefìci, non fa distinzione neppure di meriti: «Egli
fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi, e fa piovere sui giusti e
sugl’ingiusti»(11). Dichiara inoltre che noi siamo tutti fratelli: «Voi
tutti poi siete fratelli»(12); e fratelli a lui stesso: «Perché fra i
molti fratelli, egli sia il primogenito»(13). Poi, cosa che vale moltissimo
a stimolarci all’amore fraterno anche verso coloro che la nostra nativa superbia
disprezza, giunge perfino ad identificarsi con il più meschino degli uomini, nel
quale vuole si ravvisi la dignità della sua stessa persona: «Quanto avete
fatto ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli, lo avete fatto a me»(14).
Che più? Sul punto di lasciare la vita, pregò intensamente il Padre, affinché
tutti coloro che avessero creduto in lui fossero, per il vincolo della carità,
una cosa sola fra loro: «Così come tu, Padre, sei in me, io sono in loro»(15).
Infine, confitto sulla Croce, tutto il suo sangue riversò su di noi, onde,
plasmati quasi e formati in un corpo solo, ci amassimo scambievolmente con la
forza di quel medesimo amore che l’un membro porta all’altro in uno stesso
corpo.
Ma, purtroppo, oggigiorno diversamente si comportano gli uomini.
Mai forse più di oggi si parlò di umana fratellanza: si pretende anzi,
dimenticando le parole del Vangelo e l’opera di Cristo e della sua Chiesa, che
questo zelo di fraternità sia uno dei parti più preziosi della moderna civiltà.
La verità però è questa, che mai tanto si disconobbe l’umana fratellanza quanto
ai giorni che corrono. Gli odi di razza sono portati al parossismo; più che da
confini, i popoli sono divisi da rancori; in seno ad una stessa nazione e fra le
mura d’una città medesima ardono di mutuo livore le classi dei cittadini, e fra
gl’individui tutto si regola con l’egoismo, fatto legge suprema.
Vedete, Venerabili Fratelli, quanto sia necessario fare ogni
sforzo perché la carità di Cristo torni a dominare fra gli uomini. Questo sarà
sempre il Nostro obiettivo, e questa l’impresa speciale del Nostro Pontificato.
Questo sia pure, ve ne esortiamo, il vostro studio. Non ci stanchiamo
d’inculcare negli animi e di attuare il detto dell’apostolo San Giovanni: «Perché
ci amiamo gli uni gli altri»(16). Sono belle, certamente, sono encomiabili
le pie istituzioni di cui abbondano i nostri tempi; ma produrranno un reale
vantaggio solo quando contribuiranno in qualche modo a sviluppare nei cuori
l’amore di Dio e del prossimo; diversamente, non hanno valore, perché «chi
non ama, rimane nella morte»(17).
Abbiamo detto che un’altra causa dello scompiglio sociale
consiste in questo, che generalmente non è più rispettata l’autorità di chi
comanda. Infatti, dal giorno in cui ogni potere umano si volle emancipato da
Dio, creatore e padrone dell’universo, e lo si volle originato dalla libera
volontà degli uomini, i vincoli intercedenti fra superiori e sudditi si andarono
rallentando talmente da sembrare ormai che siano quasi spariti. Uno sfrenato
spirito di indipendenza unito ad orgoglio si è a mano a mano infiltrato per ogni
dove, non risparmiando neppure la famiglia, ove il potere chiarissimamente
germina dalla natura; ed anzi, ciò che è più deplorevole, non sempre si è
arrestato alle soglie del santuario. Di qui il disprezzo delle leggi; di qui
l’insubordinazione delle masse; di qui la petulante critica di quanto l’autorità
dispone; di qui i mille modi escogitati allo scopo di rendere inefficace la
forza del potere; di qui gli spaventevoli delitti di coloro che, facendo
professione di anarchia, non si peritano di attentare sia agli averi come alla
vita altrui.
Di fronte a questa mostruosità del pensare e dell’agire,
deleteria di ogni esistenza sociale, Noi costituiti da Dio custodi della verità,
non possiamo non alzare la voce; e ricordiamo ai popoli quella dottrina che
nessun placito umano può mutare: «Non c’è autorità se non da Dio; e quelle
che esistono sono stabilite da Dio»(18). Pertanto, ogni potere che si
esercita sulla terra, sia esso di sovrano, sia di autorità subalterne, ha Dio
per origine. Dal che San Paolo deduce il dovere di ottemperare, non già in
qualsivoglia maniera, ma per coscienza, ai comandi di chi è investito del
potere, salvo il caso in cui si oppongano alle leggi divine: «Perciò è
necessario stare sottomessi, non solo per timore della punizione, ma anche per
ragioni di coscienza»(19).
Conformemente a questi precetti di San Paolo, insegna pure lo
stesso Principe degli Apostoli: «State sottomessi ad ogni istituzione umana
per amore di Dio; sia al re come sovrano, sia ai governatori come ai suoi
inviati»(20). Da tale premessa lo stesso Apostolo delle genti deduce che chi
si ribella alle legittime autorità umane si ribella a Dio, e incorre nell’eterna
dannazione: «Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine
stabilito da Dio. E coloro che si oppongono si attireranno addosso la condanna»(21).
Rammentino questo i prìncipi e i reggitori dei popoli, e vedano
se sia sapiente e salutare decisione, per i pubblici poteri e per gli Stati, il
far divorzio dalla Religione santa di Cristo, che è sostegno così potente
dell’autorità. Riflettano bene se sia misura di saggia politica il volere
bandita dal pubblico insegnamento la dottrina del Vangelo e della Chiesa. Una
funesta esperienza dimostra che l’autorità umana è disprezzata dove esula la
religione. Succede infatti alle società, quello stesso che accadde al nostro
primo padre, dopo aver mancato. Come in lui, appena la volontà si fu ribellata a
Dio, le passioni si sfrenarono e disconobbero l’impero della volontà, così,
allorquando chi regge i popoli disprezza l’autorità divina, i popoli a loro
volta scherniscono l’autorità umana. Rimane certo il solito espediente di
ricorrere alla violenza per soffocare le ribellioni: ma a che pro? La violenza
reprime i corpi, non trionfa della volontà.
Tolto dunque o indebolito il doppio elemento di coesione di ogni
corpo sociale, l’unione cioè dei membri fra loro per la carità vicendevole e
l’unione dei membri stessi col capo per la soggezione all’autorità, qual
meraviglia, Venerabili Fratelli, che la società odierna ci si presenti divisa
come in due grandi armate che fra loro lottino ferocemente e senza posa? Di
fronte a coloro ai quali o concesse fortuna o l’attività propria apportò qualche
abbondanza di beni, stanno i proletari e i lavoratori, accesi d’odio e
d’invidia, perché, mentre partecipano degli stessi costitutivi essenziali, pur
non si trovano nella medesima condizione di quelli. Naturalmente, infatuati come
sono dagli inganni dei sobillatori, ai cui cenni si mostrano d’ordinario
docilissimi, chi potrebbe persuaderli come dall’essere gli uomini uguali per
natura, non segua che tutti debbano occupare uno stesso grado nel consorzio
sociale, ma che ognuno ha quella posizione che con le sue doti, non contrariate
dalle circostanze, si sia procacciata? Per ciò, quando i poveri lottano coi
facoltosi, quasi che questi si siano impadroniti d’una porzione di beni altrui,
non soltanto offendono la giustizia e la carità, ma anche la ragione,
specialmente perché anch’essi, se volessero, potrebbero con lo sforzo di onorato
lavoro riuscire a migliorare la propria condizione.
A quali conseguenze, non meno disastrose per gli individui che
per la società, conduca quest’odio di classe, è superfluo dirlo. Tutti vediamo e
lamentiamo la frequenza degli scioperi, per i quali all’improvviso si produce
l’arresto della vita cittadina e nazionale nelle operazioni più necessarie;
parimenti le minacciose sommosse e i tumulti, in cui spesso avviene che si dà
mano alle armi e si fa scorrere il sangue.
Non vogliamo stare qui a ripetere le ragioni che provano ad
evidenza l’assurdità del Socialismo e di altri simili errori. Leone XIII,
Nostro Predecessore, ne trattò con grande maestrìa in memorabili Encicliche; e
Voi, Venerabili Fratelli, cercate, col vostro abituale interessamento, che
quegli autorevoli insegnamenti non cadano mai in dimenticanza, e che anzi nelle
associazioni cattoliche, nei congressi, nei discorsi sacri, nella stampa
cattolica s’insista sempre nell’illustrarli saggiamente e nell’inculcarli
secondo i bisogni. Ma in particolar modo, non dubitiamo di ripeterlo, con tutti
gli argomenti, che ci dà il Vangelo e che ci porgono la stessa umana natura e
gl’interessi sia pubblici sia privati, studiamoci di esortare tutti gli uomini
ad amarsi tra loro fraternamente in virtù del divino precetto sulla carità.
L’amore fraterno non varrà certo a togliere di mezzo la diversità delle
condizioni e perciò delle classi. Questo non è possibile, come non è possibile
che in un corpo organico tutte le membra abbiano una stessa funzione ed una
stessa dignità. Farà nondimeno che i più alti si inchinino verso i più umili e
li trattino non solo secondo giustizia, come è d’uopo, ma con benevolenza, con
affabilità, con tolleranza: i più umili poi riguardino i più elevati con
compiacimento del loro bene e con fiducia nel loro appoggio: a quella maniera
appunto che in una stessa famiglia i fratelli più piccoli confidano nell’aiuto e
nella difesa dei più grandi.
Se non che, Venerabili Fratelli, quei mali che finora siamo
venuti lamentando, hanno una radice più profonda, ad estirpare la quale, se non
concorrono gli sforzi di tutti gli onesti, è vano sperar di conseguire l’oggetto
dei nostri voti, vale a dire la tranquillità stabile e durevole negli umani
rapporti. Quale sia questa radice l’insegna l’Apostolo: «La cupidigia è la
radice di tutti i mali»(22). Ed infatti, se ben si consideri, da questa
radice si originano tutti i mali onde al presente è inferma la società. Quando
invero con le scuole perverse, ove si plasma il cuore della tenera età
malleabile come cera, con la stampa cattiva, che informa le menti delle masse
inesperte, e con gli altri mezzi con cui si dirige l’opinione pubblica, quando,
diciamo, si è fatto penetrare negli animi l’esiziale errore che l’uomo non deve
sperare in uno stato di felicità eterna; che quaggiù, proprio quaggiù può esser
felice col godimento delle ricchezze, degli onori, dei piaceri di questa vita,
non v’è da meravigliarsi che tali esseri umani, naturalmente fatti per la
felicità, con la stessa violenza onde sono trascinati all’acquisto di detti
beni, respingano da sé qualunque ostacolo che ne li rattenga od impedisca.
Giacché poi questi beni non sono divisi ugualmente fra tutti, ed è dovere
dell’autorità sociale d’impedire che la libertà individuale trasmodi e
s’impadronisca dell’altrui, di qui nasce l’odio contro i pubblici poteri, di qui
l’invidia dei diseredati dalla fortuna contro quelli che ne sono favoriti, di
qui infine la lotta fra le varie classi dei cittadini, gli uni per conseguire ad
ogni costo e strappare il bene di cui mancano, gli altri per conservare ed
accrescere quello che posseggono.
Fu in previsione di questo stato di cose che Gesù Cristo Signor
nostro col sublime sermone della montagna spiegò quali fossero le vere
beatitudini dell’uomo sulla terra, e pose, per così dire, i fondamenti della
cristiana filosofia. Quelle massime anche agli avversari della fede apparvero
come tesoro incomparabile di sapienza e come la più perfetta teoria della morale
religiosa: e certo tutti convengono nel riconoscere che prima di Cristo, verità
assoluta, nulla di simile in siffatta materia e nulla di pari gravità ed
autorità e di tanto alto sentimento fu mai da alcuno inculcato.
Ora tutto il segreto di questa filosofia sta in ciò che i
cosiddetti beni della vita mortale sono semplici parvenze di bene, e che perciò
non è col loro godimento che si possa formare la felicità dell’uomo. Sulla fede
dell’autorità divina, tanto è lungi che le ricchezze, la gloria, il piacere ci
arrechino la felicità, ché anzi, se vogliamo davvero essere felici, dobbiamo
piuttosto, per amore di Dio, rinunziarvi: «Beati voi poveri… Beati voi che
ora piangete… Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al
bando e v’insulteranno, e respingeranno il vostro nome come scellerato»(23).
Vale a dire, attraverso i dolori, le sventure, le miserie di
questa vita, se, com’è dover nostro, le sopportiamo pazientemente, ci apriamo da
noi stessi l’adito al possesso di quei veri ed imperituri beni, «che Dio ha
preparato a coloro che lo amano»(24). Ma un così importante insegnamento
della fede da molti purtroppo è negletto, e da non pochi è dimenticato del
tutto. Tocca a voi, Venerabili Fratelli, farlo rivivere negli uomini: senza ciò
l’uomo e l’umana società non avranno mai pace. Diciamo dunque a quanti sono
afflitti o sventurati, di non fermare l’occhio alla terra, che è luogo di
esilio, ma di levarlo al cielo, al quale siamo diretti; perché «non abbiamo
quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura»(25). E in mezzo alle
avversità, con le quali Dio mette alla prova la loro perseveranza nel servirlo,
riflettano sovente quale premio è loro riservato, se da tale cimento usciranno
vittoriosi: «Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci
procura una quantità smisurata ed eterna di gloria»(26). Da ultimo,
l’adoperarsi con ogni potere e con ogni attività per far rifiorire fra gli
uomini la fede nelle verità soprannaturali, e contemporaneamente la stima, il
desiderio, la speranza dei beni eterni, sia la prima delle vostre missioni,
Venerabili Fratelli, ed il principale intento del Clero ed anche di tutti quei
Nostri figli che, stretti in vari sodalizi, lavorano con zelo per la gloria di
Dio e il bene vero della società. Infatti, a misura che crescerà negli uomini il
sentimento di questa fede, andrà scemando la smania febbrile onde si ricercano i
vani beni della terra, e gradatamente andranno sedandosi i moti e le contese
sociali.
Ed ora se, lasciando da parte la società civile, rivolgiamo il
pensiero alla considerazione di ciò che è proprio della Chiesa, vi è, senza
dubbio, ragione perché l’animo Nostro, trafitto da tanta calamità dei tempi,
almeno in parte si allieti. Infatti oltre agli argomenti, che si offrono da sé
luminosissimi, di quella divina virtù ed indefettibilità di cui gode la Chiesa,
non piccola consolazione Ci offrono quei preclari frutti che del suo operoso
pontificato ci lasciò il Nostro Predecessore Pio X, dopo aver illustrato
l’Apostolica Sede con gli esempi di una vita tutta santa. Vediamo, infatti, per
l’opera sua, acceso universalmente negli Ecclesiastici lo spirito religioso;
ravvivata la pietà del popolo cristiano; promosse nelle società cattoliche
l’azione e la disciplina; dove costituita la sacra gerarchia, dove ampliata;
provveduto per l’educazione del giovane clero, conforme alla severità dei
canoni, e, nella misura del necessario, a seconda della natura dei tempi;
rimosso dall’insegnamento delle scienze sacre ogni pericolo di temerarie
innovazioni; l’arte musicale ricondotta a servire degnamente la maestà delle
sacre funzioni, ed accresciuto il decoro del culto; il cristianesimo largamente
propagato con nuove missioni di banditori del Vangelo.
Sono questi, in verità, grandi meriti del Nostro Antecessore
verso la Chiesa, meriti dei quali conserveranno i posteri grata memoria.
Tuttavia, poiché il campo del «padre di famiglia», è sempre esposto, così
permettendo Iddio, alle male arti del nemico, non avverrà mai che non
debbasi in esso lavorare perché il fiorire della zizzania non danneggi la
buona messe. Pertanto ritenendo come detto anche a Noi ciò che Dio disse al
profeta: «Ecco, oggi ti costituisco sopra i popoli e sopra i regni, per
sradicare e demolire, … per edificare e piantare»(27), per quanto starà in
Noi avremo sempre la massima cura di rimuovere qualunque male e di promuovere il
bene, fintantoché non piacerà al Pastore dei pastori di domandarCi conto
dell’esercizio del Nostro mandato.
Ordunque, Venerabili Fratelli, mentre vi rivolgiamo questa prima
lettera enciclica, ravvisiamo opportuno accennare alcuni dei punti principali a
cui abbiamo in animo di dedicare le Nostre speciali cure; così, studiandovi voi
di secondare col vostro zelo l’opera Nostra, anche più sollecitamente si
otterranno i desiderati frutti.
E innanzi tutto, poiché in ogni umana società, qualunque sia
stato il motivo della sua formazione, primo coefficiente di ogni operosità
collettiva sono l’unione e la concordia degli animi, Noi dovremo rivolgere
un’attenzione specialissima a sopire i dissensi e le discordie tra i cattolici,
quali esse siano, e ad impedire che ne sorgano altre in avvenire, talché tra i
cattolici uno sia il pensare ed uno l’operare. Ben comprendono i nemici di Dio e
della Chiesa che qualsiasi dissidio dei nostri nella propria difesa, segna per
essi una vittoria; pertanto usano assai di frequente questo sistema che,
allorquando più vedono compatti i cattolici, proprio allora, astutamente
gettando tra di loro i semi della discordia, maggiormente si sforzano di
romperne la compattezza. Piacesse al Cielo che tale sistema non così spesso
avesse avuto l’esito desiderato, con danno tanto grave per la religione! Quindi,
qualora la legittima autorità impartisca qualche ordine, a nessuno sia lecito
trasgredirlo, perché non gli piace; ma ciascuno sottometta la propria opinione
all’autorità di colui al quale è soggetto, ed a lui obbedisca per debito di
coscienza. Parimenti nessun privato, o col pubblicare libri o giornali, ovvero
con tenere pubblici discorsi, si comporti nella Chiesa da maestro. Sanno tutti a
chi sia stato affidato da Dio il magistero della Chiesa; a lui dunque si lasci
libero il campo, affinché parli quando e come crederà opportuno. È dovere degli
altri prestare a lui, quando parla, ossequio devoto, ed ubbidire alla sua
parola.
Riguardo poi a quelle cose delle quali — non avendo la Sede
Apostolica pronunziato il proprio giudizio — si possa, salva la fede e la
disciplina, discutere pro e contro, è certamente lecito ad ognuno di dire la
propria opinione e di sostenerla. Ma in simili discussioni rifuggasi da ogni
eccesso di parole, potendone derivare gravi offese alla carità; ognuno
liberamente difenda la sua opinione, ma lo faccia con garbo, né creda di poter
accusare altri di sospetta fede o di mancata disciplina per la semplice ragione
che la pensa diversamente da lui.
Vogliamo pure che i nostri si guardino da quegli appellativi, di
cui si è cominciato a fare uso recentemente per distinguere cattolici da
cattolici; e procurino di evitarli non solo come « profane novità di parole »,
che non corrispondono né alla verità, né alla giustizia, ma anche perché ne
nascono fra i cattolici grave agitazione e grande confusione. Il cattolicesimo,
in ciò che gli è essenziale, non può ammettere né il più né il meno: «Questa
è la fede cattolica; chi non la crede fedelmente e fermamente non potrà essere
salvo»(28); o si professa intero, o non si professa assolutamente. Non vi è
dunque necessità di aggiungere epiteti alla professione del cattolicesimo; a
ciascuno basti dire così: «Cristiano è il mio nome, e cattolico il mio
cognome»; soltanto, si studi di essere veramente tale, quale si denomina.
Del resto, dai nostri che si sono dedicati al comune vantaggio
della causa cattolica, ben altro richiede oggidì la Chiesa che il persistere
troppo a lungo in questioni da cui non si trae nessun utile; richiede invece che
si sforzino a tutto potere di conservare integra la Fede ed incolume da ogni
alito d’errore, seguendo specialmente le orme di colui che Cristo costituì
custode ed interprete della verità. Vi sono oggi pure, e non sono scarsi, coloro
i quali, come dice l’Apostolo: «non sopportando più la sana dottrina, ma, per
il prurito di udire qualcosa, si circonderanno di maestri secondo le proprie
voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole»(29).
Infatti, tronfi e imbaldanziti per il grande concetto che hanno dell’umano
pensiero il quale, in verità, ha raggiunto grazie a Dio incredibili progressi
nello studio della natura, alcuni, confidando nel proprio giudizio in ispregio
dell’autorità della Chiesa, giunsero a tal punto di temerità che non esitarono a
voler misurare colla loro intelligenza perfino le profondità dei divini misteri
e tutte le verità rivelate, ed a volerle adattare al gusto dei nostri tempi.
Sorsero di conseguenza i mostruosi errori del Modernismo, che il Nostro
Predecessore giustamente dichiarò «sintesi di tutte le eresie»
condannandolo solennemente. Tale condanna, Venerabili Fratelli, Noi qui
rinnoviamo in tutta la sua estensione; e poiché un così pestifero contagio non è
stato ancora del tutto sradicato, ma, sebbene latente, serpeggia tuttora qua e
là, Noi esortiamo che ognuno si guardi con ogni cura dal pericolo di contrarlo;
ché ben potrebbe ripetersi di tale peste ciò che di altra cosa disse Giobbe: «È
un fuoco che divora fino alla distruzione e che consuma tutto il raccolto»(30).
Né soltanto desideriamo che i cattolici rifuggano dagli errori dei Modernisti,
ma anche dalle tendenze dei medesimi, e dal cosiddetto spirito modernistico; dal
quale chi rimane infetto, subito respinge con nausea tutto ciò che sappia di
antico, e si fa avido ricercatore di novità in ogni singola cosa, nel modo di
parlare delle cose divine, nella celebrazione del sacro culto, nelle istituzioni
cattoliche e perfino nell’esercizio privato della pietà. Vogliamo adunque che
rimanga intatta la nota antica legge: «Nulla si innovi, se non ciò che è
stato tramandato»; la quale legge, mentre da una parte deve inviolabilmente
osservarsi nelle cose di Fede, deve dall’altra servire di norma anche in tutto
ciò che va soggetto a mutamento, benché anche in questo valga generalmente la
regola: «Non cose nuove, ma in modo nuovo».
Ma poiché, Venerabili Fratelli, ad un’aperta professione di fede
cattolica e ad una vita ad essa consentanea sogliono gli uomini essere
stimolati, più che da altro, dalle fraterne esortazioni e dal mutuo buon
esempio, perciò Noi Ci compiacciamo vivamente che sorgano di continuo nuove
associazioni cattoliche. E non solo desideriamo che queste fioriscano, ma
vogliamo che il loro incremento si giovi della Nostra protezione e del Nostro
favore; e tale incremento non mancherà purché obbediscano costantemente e
fedelmente a quelle prescrizioni che furono o saranno date dalla Sede
Apostolica.
Tutti coloro, pertanto, che iscritti in tali associazioni
spendono le loro forze per Dio e per la Chiesa, non dimentichino mai il detto
della divina Sapienza: «L’uomo obbediente canterà vittoria»(31); perché
se non obbediranno a Dio con l’ossequio verso il Capo della Chiesa, essi invano
attenderanno l’aiuto del Cielo e invano altresì lavoreranno.
Ma affinché tutte queste cose siano mandate ad effetto con
quell’esito che Ci ripromettiamo, voi ben sapete, Venerabili Fratelli, esser
necessaria l’opera prudente ed assidua di coloro che Cristo Signore ha mandato
come «operai nella sua messe», cioè del Clero. Perciò comprendete che la
vostra cura principale deve essere di applicarvi a santificare sempre più, come
esige il sacro stato, il Clero che già avete, ed a formare degnamente per un
ufficio così venerabile, con la più disciplinata educazione, gli alunni del
santuario. E benché la vostra diligenza non abbia bisogno di stimolo, pure Noi
vi esortiamo e vi scongiuriamo a voler adempiere questo dovere con la massima
solerzia. Si tratta di cosa che per il bene della Chiesa ha importanza capitale;
ma, avendone i Nostri Predecessori di s. m. Leone XIII e Pio X trattato in
proposito, non è il caso di aggiungere altri consigli.
Solamente bramiamo che quei documenti di così saggi Pontefici, e
più specialmente la «Esortazione al Clero» di Pio X di santa memoria,
mercé le vostre insistenti premure, giammai cadano in oblìo, ma siano sempre
scrupolosamente osservati.
Di una cosa peraltro non vogliamo tacere, ed è il ricordare ai
sacerdoti di tutto il mondo, Nostri figli carissimi, l’assoluta necessità, tanto
per il vantaggio loro personale, quanto per l’efficacia del loro ministero, di
stare strettamente uniti e pienamente ai propri Vescovi. Purtroppo dallo spirito
d’insubordinazione e d’indipendenza che ora regna nel mondo, non tutti, come con
dolore accennammo più sopra, sono scevri i ministri del santuario: né sono rari
i sacri Pastori che trovano angustie e contraddizioni proprio là, donde
dovrebbero aspettarsi conforto ed aiuto. Orbene, se qualcuno tanto miseramente
vien meno al dovere, rifletta e mediti bene che divina è l’autorità dei Vescovi,
che «lo Spirito Santo ha destinati a reggere la Chiesa di Dio»(32).
Rifletta inoltre che se, come abbiamo visto, resiste a Dio chi resiste a
qualsiasi legittima potestà, è assai più irriverente la condotta di coloro che
ricusano di ubbidire ai Vescovi, che Dio ha consacrati con carattere speciale
per esercitare il suo divino potere. Il santo martire Ignazio così scriveva: «Poiché
la carità non mi lascia tacere con voi, voglio esortarvi a comunicare in armonia
con la mente di Dio. Infatti Gesù Cristo, nostra vita inseparabile, è il
pensiero del Padre, come anche i Vescovi, posti in tutte le regioni della terra,
sono il pensiero del Padre. Pertanto conviene procedere d’accordo con la mente
del Vescovo»(33). E la parola di quel martire insigne è stata, attraverso
ogni età, la parola di tutti i Padri e Dottori della Chiesa.
Si aggiunga che già troppo grave, anche per le difficoltà dei
tempi, è il peso che portano i Vescovi, e che più grave è ancora l’ansietà in
cui vivono per la responsabilità di custodire il gregge loro affidato: «Essi
infatti vegliano su di voi, come chi ha da renderne conto»(34). Non si deve
dunque chiamare crudele chi, con la propria insubordinazione, ne accresce
l’onere e l’amarezza? «Perché questo non sarebbe vantaggioso per voi»(35),
direbbe a costoro l’Apostolo, e ciò perché «la Chiesa è il popolo adunato
intorno al sacerdote e il gregge raccolto intorno al pastore»(36); ne
consegue che non è con la Chiesa chi non è con il Vescovo.
Ed ora, Venerabili Fratelli, al termine di questa lettera, il
Nostro cuore torna spontaneo colà, donde volemmo prendere le mosse. È la parola
di pace che Ci ritorna sul labbro; per questo con voti fervidi ed insistenti
invochiamo di nuovo, per il bene tanto della società che della Chiesa, la fine
dell’attuale disastrosissima guerra. Per il bene della società, affinché,
ottenuta che sia la pace, progredisca veramente in ogni ramo del progresso; per
il bene della Chiesa di Gesù Cristo, affinché, non trattenuta da ulteriori
impedimenti, continui fin nelle più remote contrade della terra ad apportare
agli uomini conforto e salute. Purtroppo da lungo tempo la Chiesa non gode di
quella libertà di cui avrebbe bisogno; e cioè da quando il suo capo, il Sommo
Pontefice, incominciò a mancare di quel presidio che, per disposizione della
divina Provvidenza, aveva ottenuto nel volgere dei secoli a tutela della sua
libertà. La mancanza di tale presidio è venuta a cagionare, cosa d’altronde
inevitabile, un non lieve turbamento in mezzo ai cattolici: coloro difatti che
si professano figli del Romano Pontefice, tutti, così i vicini come i lontani,
hanno diritto d’essere assicurati che il loro Padre comune nell’esercizio
dell’apostolico ministero sia veramente libero da ogni umano potere, e libero
assolutamente risulti.
Al voto pertanto d’una pronta pace fra le Nazioni, Noi
congiungiamo anche il desiderio della cessazione dello stato anormale in cui si
trova il Capo della Chiesa, e che nuoce grandemente, per molti aspetti, alla
stessa tranquillità dei popoli. Contro un tale stato Noi rinnoviamo le proteste
che i Nostri Predecessori, indottivi non già da umani interessi, ma dalla
santità del dovere, alzarono più di una volta; e le rinnoviamo per le stesse
cause, per tutelare cioè i diritti e la dignità della Sede Apostolica.
Rimane, Venerabili Fratelli, che, siccome il cuore dei prìncipi
e di tutti coloro ai quali spetta mettere fine alle atrocità ed ai danni che
abbiamo ricordati, sta nelle mani di Dio, a Dio supplici leviamo la voce e, a
nome dell’intera umanità, gridiamo: «Donaci la pace, Signore, nei nostri
giorni». E chi disse di sé: «Io, il Signore … faccio pace»(37), Egli,
placato dalle nostre preghiere, voglia quanto prima sedare i flutti tempestosi
dai quali sono agitate la società civile e la società religiosa. Ci assista
propizia la Beatissima Vergine, Ella che ha generato lo stesso Principe della
pace; e l’umile Nostra persona, il Nostro pontificale ministero, la Chiesa, e
con essa le anime di tutti gli uomini, redente tutte dal Sangue divino del suo
Figlio, accolga sotto la sua materna protezione.
Auspice dei celesti doni e pegno della Nostra benevolenza
impartiamo di gran cuore, Venerabili Fratelli, l’Apostolica Benedizione a voi,
al vostro clero ed al vostro popolo.
Dato a Roma, presso San Pietro, il 1° novembre 1914, festa di
Ognissanti, anno primo del Nostro Pontificato.
BENEDICTUS PP. XV
(1) Ioan. XXI, 15-17.
(2) Ioan. X, 16.
(3) Ioan. XVII, 11.
(4) Matth. XXIV, 6-7.
(5) Luc. II, 14.
(6) Ioan. XIII, 34.
(7) Ioan. XV, 12.
(8) Ioan. XV, 17.
(9) Matth. XXIII, 9.
(10) Matth. VI, 9.
(11) Matth. V, 45.
(12) Matth. XXIII, 8.
(13) Rom. VIII, 29.
(14) Matth. XXV, 40.
(15) Ioan. XVII, 21.
(16) I Ioan. III, 23.
(17) Ibid. 14.
(18) Rom. XIII, 1.
(19) Ibid. 5.
(20) I Petr. II, 13-14.
(21) Rom. XIII, 2.
(22) I Tim. VI, 10.
(23) Luc. VI, 20-22.
(24) I Cor. II, 9.
(25) Hebr. XIII, 13.
(26) II Cor. IV, 17.
(27) Ierem. I, 10.
(28) Symb. Athanas.
(29) II Tim. IV, 3, 4.
(30) Iob. XXXI, 12.
(31) Prov. XXI, 28.
(32) Act. XX, 28.
(33) In Epist. ad Ephes., III.
(34) Hebr. XIII, 17.
(35) Ibid. 17.
(36) S. Cypr. « Florentio cui et Puppiano ep. 66 (al. 69) ».
(37) Isai. XLV, 6-7.
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